Scrivere di Sé. Autobiografia e Autoriflessione al Tempo delle Nuove Tecnologie

Pubblicato da Mada Alfinito nella categoria Auto-consapevolezza il 12/01/2019

 

 

"And If I stop for a minute

I think about things I really don't wanna know[1]"

"Se mi fermo per un minuto

penso a tutte le cose che non voglio sapere."

 

Scrivere di sé non è sempre facile. Quando ero alle scuole elementari, la maestra di italiano affidò alla classe il compito di tenere un diario: per una settimana, avremmo dovuto scrivere tutti i giorni la nostra vita. L’unica cosa che ricordo di quei sette giorni è una domenica pomeriggio a casa della mia nonna materna che non vedevo molto spesso. Me ne stavo seduta al tavolo della cucina, guardavo fuori dalla finestra annoiandomi e pensavo con tristezza che dovevo ancora finire il compito che mi era stato assegnato. Fino a quel momento non avevo riportato quasi nulla delle mie giornate e, siccome la consegna era l’indomani, mi diedi da fare con ansia per rimpiazzare gli spazi vuoti dei giorni precedenti, elaborando meccanicamente un elenco di ciò che avevo fatto. Speravo inoltre che, raccontando come avevo trascorso quella domenica, avrei avuto qualcosa in più da scrivere ma anche in quel caso, malgrado il mio tentativo di enfatizzare la situazione, non riuscii a fare granché per aumentare la lunghezza di quell’asettico testo che sfiorava le poche righe. La mia penna blu scivolava svogliatamente sul foglio e quando ebbi finito mi sentii estremamente sollevata: certo, avevo svolto un compito che valutai personalmente mediocre (a quell’età avevo già un forte senso critico), ma in compenso la settimana era finita e con essa anche la scrittura del diario.

Il giorno seguente consegnammo i nostri quaderni alla maestra, la quale ebbe bisogno di tempo per correggere tutti i nostri elaborati. Quando ce li riconsegnò scoprii che non ero stata l’unica a svolgere il compito con scarso entusiasmo e la maestra, che con noi era ipercritica fino all’inverosimile in ogni circostanza, stranamente non si sbilanciò nel fare commenti anche se, a giudicare dalle poche parole che aveva pronunciato a riguardo, anche lei li riteneva probabilmente mediocri. Ma tra tutti ci fu un’eccezione. Era una bambina dell’altra sezione, dove la maestra pure insegnava. Non ricordo il suo nome perché non eravamo amiche, ma la nostra insegnante rimase così colpita da ciò che aveva scritto nel suo diario che non solo decise di leggerlo anche a noi, ma mandò a chiamare la maestra di storia e geografia con la quale aveva instaurato una forte amicizia (oltre che un grande cameratismo) per renderla partecipe delle meraviglie che la loro allieva aveva scritto. Nel breve testo che la maestra lesse ad alta voce, la bambina in questione raccontava che proprio in quei giorni era nata una sua cuginetta. Era andata a farle visita per conoscerla e descriveva la sensazione che aveva provato tenendo per la prima volta una neonata tra le braccia. Disse che la cullò brevemente e che si emozionò molto perché si sentiva «come una mammina che teneva tra le braccia la sua bimba». Altri dettagli non li ricordo, ma la maestra si intenerì molto nel leggere quelle parole. In classe, stranamente, tutti tacevano e ricordo che dentro di me pensai una sorta di wow silenzioso. Non ho idea di cosa pensassero gli altri, forse semplicemente che ognuno aveva fatto quello che poteva per svolgere il compito al meglio anche se il risultato non era stato brillante come quello della nostra compagna.

Molte persone ritengono che scrivere un diario sia molto simile a ciò che noi bambini facemmo molti anni fa: elencare una serie di azioni svolte nel corso della giornata al pari di come si scrive una lista della spesa e, proprio per questa opinione errata, viene considerata un’attività noiosa senza alcuna finalità pratica. In aggiunta, dover stare seduti con carta e penna alla mano o davanti allo schermo di un pc a trascrivere elementi della propria giornata dopo aver affrontato svariate ore di lavoro, non invoglia di certo ad iniziarne uno.

La tecnologia ha ampliato notevolmente il concetto di autobiografa: i social network più in voga utilizzano attualmente delle interfacce che invitano gli utenti a condividere dati personali con i propri followers attraverso una modalità di sharing chiamato diario. Parlare di sé, allora, assume una connotazione decisamente più attraente in quanto si possono descrivere con facilità e immediatezza le proprie giornate e i propri stati d’animo mediante foto, video, commenti e creazione di stories. I social media, inoltre, consentono di raccontare la propria vita in tempo reale senza dover aspettare di arrivare a sera per trascrivere ciò che ci riguarda. Insomma, niente a che vedere con quei noiosi e sobri diari cartacei con lucchetto che circolavano così frequentemente fino al primo decennio degli anni duemila e che si proponevano sul mercato come uno dei pochissimi mezzi di comunicazione a disposizione per fermare nel tempo le tracce del proprio mondo interiore.

Eppure, tra le due tipologie di diario descritte esiste una enorme differenza, la quale a sua volta genera un impatto diverso sul nostro modo di percepire noi stessi e gli altri. Il primo ha la specificità di indurci a raccontare di noi stessi esclusivamente a noi stessi raggiungendo così una dimensione privata dell’essere. Non importa se lo strumento usato sia cartaceo e se abbia il lucchetto o meno, e non fa differenza nemmeno se utilizziamo un’applicazione che ci consente di annotare i dettagli delle nostre giornate sul cellulare oppure scriviamo dei files di testo al pc. Il principale carattere di questo tipo di autobiografia è la assoluta privatezza. Niente selfie, quindi, che ci ritraggono felici mentre svolgiamo un lavoro che detestiamo e niente più pettegolezzi sotto forma di frecciatine virtuali a quel collaboratore che proprio non ci va giù, al partner che non ci capisce e agli amici e conoscenti con cui non abbiamo il coraggio di discutere apertamente, ma solo e soltanto una ricognizione (dal lat. recognitio -onis, der. di recognoscĕre: riconoscere, osservare attentamente) dei nostri atteggiamenti e di quelli altrui scevra da ogni aspettativa che possa allontanarci dal focalizzarci su noi stessi.

Tenere questo tipo di diario comporta il fatto di doversi prendere una pausa durante o al termine della giornata: un momento in cui nessuno valuterà la qualità del nostro tempo in base alla quantità di like e cuoricini, un momento in cui bisogna dare priorità alla propria ricerca di senso e non a quella altrui che scorre ininterrottamente in home page. Ciò vuol dire allenarsi a pensare con la propria testa, passare in rassegna ogni cosa sia di nostro specifico interesse e descriverla e valutarla solamente sulla base delle nostre personali percezioni, nel bene e nel male. Scrivere di sé «consente alla mente di lavorare con eventi e oggetti assenti o lontani nello spazio e nel tempo»[2]. In altre parole, ci stimola a diventare autoriflessivi e a creare una rappresentazione personale degli eventi. Dato che in questo modo «il pensiero si concentra sulle rappresentazioni, […] si scoprono relazioni, strutture e coerenze di ordine superiore nel mondo reale»[3]. Ciò vuol dire che, direzionando la nostra attenzione sui fatti che ci apprestiamo a ripercorrere in solitudine, riusciamo ad acquisire una nuova consapevolezza della nostra personalità e del tipo di rapporti che intratteniamo con gli altri, nonché del filo conduttore che guida le decisioni della nostra vita, la quale troppe volte ci appare confusa solo perché teniamo gli occhi fissi su eventi particolari per paura di perdere il controllo sulla realtà, disimparando così a sviluppare quella visione d’insieme fondamentale per ritrovare il senso della nostra esistenza e delle nostre azioni e che è in grado di spalancare davanti ai nostri occhi orizzonti mai neppure immaginati.

Una cosa molto utile al fine di aiutarci a maturare la consapevolezza dei nostri stati interiori è quella di prendere gli appunti scritti in passato e, di tanto in tanto, rileggerli scegliendoli a caso. Un diario è molto di più di un semplice vademecum che supporta ed estende la nostra memoria. Quest’ultima, infatti, per natura ha dei limiti che le impediscono di fornirci un ricordo vivido e dettagliato di tutto ciò di cui facciamo esperienza e necessita, quindi, di un supporto esterno che le consenta di immagazzinare nuove informazioni delegando ad esso il compito di custodire il passato. In realtà, rileggere gli scritti precedenti ha anche il merito di consentire di rivedere le soluzioni trovate a specifici problemi del passato aiutandoci a fronteggiare le situazioni problematiche che la vita riserva nel presente e negli anni successivi[4]. «Nella riflessione infatti si contempla l’esperienza per andare oltre, trovando nuove interpretazioni o saggiando condotte alternative»[5].

Tenere un diario, quindi, è molto più di una spettacolarizzazione del proprio sé. Un’autobiografia, quando resta un fatto privato, ci facilita nel gravoso quanto necessario compito di rimetterci al centro del nostro mondo interiore diventando per noi stessi un punto di riferimento dal quale ripartire ogni volta che l’insoddisfazione quotidiana viene a ricordarci che qualcosa in noi deve cambiare per evolversi verso una prospettiva di vita che sia davvero in linea con la nostra personalità più autentica.

Ciò non vuol dire che i social media siano qualcosa da non utilizzare: al contrario, essi ci aiutano nel far conoscere agli altri parti di noi che molto spesso teniamo nascoste per timidezza, diffidenza o perché semplicemente manca la possibilità di confrontarsi faccia a faccia a causa di impegni quotidiani imprescindibili. Occorre però avere sempre ben presente che esiste una differenza sostanziale tra questi due mezzi di comunicazione e autoriflessione e che raccontare di se stessi costantemente in funzione di ciò che andranno a vedere gli altri, induce alla lunga a costruire una versione fittizia della propria persona, un ibrido che non coincide mai veramente né con quello che siamo, né con quello che vorremmo dimostrare al mondo di essere. Tutto ciò ha conseguenze devastanti sulla percezione che abbiamo di noi stessi, la quale induce a creare e a vivere una realtà distorta che impedisce di raggiungere quella matura autoconsapevolezza del proprio valore intrinseco che prescinde dal giudizio che gli altri hanno di noi e che è indispensabile per poter fare scelte di vita appropriate, in linea con il nostro personale sentire.

Ciò che conta veramente non è raccontare in modo morboso ed eclatante ogni dettaglio della propria vita sia che si scriva una biografia personale, sia che ci si dedichi ad una modalità condivisa. La vera essenza di un diario sembra essere stata pienamente colta da quella bambina di soli nove anni che raccontò la sua esperienza lasciando tutti senza parole: porsi davanti a se stessi con semplicità, restando in ascolto dei valori più profondi che ci abitano, i quali sono gli unici in grado di indirizzarci verso il ritrovamento del nostro reale posto nel mondo. Recitare la parte di un fittizio personaggio non ci renderà più attraenti e maggiormente ben voluti dal resto della community. È il coraggio di mostrarsi agli altri per quello che si è, che attira nella nostra vita le persone giuste. Piacere apparentemente e superficialmente a tutti non è garanzia di successo personale e non ci rassicura di essere persone in gamba. Fare, invece, le proprie scelte in autonomia ed essere qualche volta disposti a pensarla anche diversamente dagli altri (purché sia un'opinone che derivi dalla propria testa in accordo con i propri sentimenti e valori e non dalla voglia di emergere dalla massa nel ruolo di bastian contrario per il puro gusto di ostentare una sprezzante diversità) è ciò che ci rende persone degne di stima e considerazione.

 

Note:

[1] Keane ft. K’naan, Stop for a minute, 2010. Link alla canzone: https://www.youtube.com/watch?v=zI9C9j0QgU4

[2] G. Minichiello (2009), Costruire e abitare mondi. Teoria dell’apprendimento profondo, Edisud Salerno, 2009: 60.

[3] Ivi: 61.

[4] G. Minichiello, P. Di Natale, T. Manna (2006), Autobiografia e didattica. L’identità riflessiva nei percorsi educativi, La Scuola.

[5] G. Minichiello (2009), Costruire e abitare mondi. Teoria dell’apprendimento profondo, Edisud Salerno, 2009: 62.

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