Comunicare Fa Rumore

Pubblicato da Mada Alfinito nella categoria Regole per una Buona Comunicazione il 25/05/2019ultimo aggiornamento il 25/05/2019

 

"Alla fine di ogni guerra, i guerrieri tornano a casa, sperando che quello che hanno visto e fatto non rimanga con loro per sempre. Buddha una volta disse: “è meglio conquistare te stesso che vincere mille battaglie”. Ma altri soldati non riescono a smettere di combattere e pianificano di nascosto la prossima guerra. Il vero guerriero è colui che sa che le guerre non finiscono mai, cambiano e basta. E non potrà mai esserci pace finché le armi sono ancora cariche e ci sono munizioni in abbondanza. Queste armi possono essere davvero letali.”

(Gossip Girl) [1]

 

Tempo fa un mio collaboratore mi disse che comunicare con qualcuno è come una guerra in cui ognuno vuole costantemente vincere sull’altro, influenzarlo con i suoi umori, convincerlo assolutamente che il suo punto di vista sia il migliore, affascinarlo per poi soggiogarlo e che allora bisogna difendersi o, meglio ancora, attaccare per primi appena si inizia a percepire di sentirsi anche solo minimamente minacciati da ciò che ci trasmettono le sue parole. Quando mi espose queste considerazioni dissentii su alcuni aspetti, in quanto una comunicazione davvero sana non contempla assolutamente uno scambio di informazioni veicolate da così tanti veleni. Gli risposi che condividevo la sua opinione ma che fosse scorretto assurgerla a regola generale. Una buona comunicazione, infatti, è possibile ma per essere efficace necessita di essere priva di ciò che in discipline come la linguistica e la semiotica viene chiamato rumore. Questo termine indica qualsiasi fattore disturbi la conversazione in corso ed è generalmente classificabile in quattro diverse categorie:

- Esterno, ovvero quando dei fattori esterni al mittente e al ricevente impediscono al primo di veicolare il messaggio e al secondo di riceverlo in maniera comprensibile. Es. un treno o la sirena di un’ambulanza che passano proprio nel momento in cui avviene lo scambio comunicativo ed impediscono alle persone coinvolte di trasmettersi tra di loro messaggi in modo chiaro;
- Fisiologico. Si verifica quando i fattori biologici degli individui ostacolano la reciproca comprensione. È il caso di un particolare disagio fisico come ad esempio la perdita dell’udito, la difficoltà nell’articolare le parole, etc;
- Psicologico. Qui la difficoltà nel comunicare deriva dalle forze interne che muovono i soggetti coinvolti: emozioni conturbanti, incapacità di riuscire a gestirle, valori di giudizio su se stessi e/o sull’interlocutore, traumi pregressi e tutto ciò che appartiene all’ambito degli stati mentali ma che genera una confusione tale che la comunicazione sia continuamente disturbata dal non riuscire ad esprimere o comprendere i bisogni emotivi propri e dell’altro;
- Culturale. Questo tipo di rumore si verifica quando la cultura del mittente è diversa da quella del ricevente. Un tipico esempio è quando i soggetti parlano lingue diverse oppure uno dei due utilizza per esprimersi dei gesti corporei che nella sua cultura hanno un significato specifico mentre in quella del destinatario lo stesso gesto non esiste affatto oppure ha un significato totalmente diverso.

I rumori ostacolano i processi comunicativi con intensità diverse: a volte in maniera lieve, altre volte invece vengono amplificati al punto che la comunicazione fallisce totalmente e risulta impossibile andare oltre nel dialogo generando negli interlocutori sentimenti di rabbia, delusione e frustrazione. Tuttavia, è possibile porre rimedio a queste difficoltà attraverso due strategie:

- La ridondanza, ovvero quando il mittente accorgendosi che l’altro non ha ben compreso ciò che gli sta dicendo, ripete il messaggio cercando di renderlo maggiormente comprensibile, accompagnandolo magari con gesti ed espressioni facciali;
- Il feedback, cioè quando il ricevente dichiara esplicitamente di non aver compreso il messaggio e chiede al mittente di spiegarglielo di nuovo in forma più chiara. Il feedback costituisce una modalità di trasparenza molto importante all’interno dei processi comunicativi in quanto spesso diamo per scontato che sia compito esclusivo del mittente quello di preoccuparsi di veicolare un contenuto pienamente comprensibile per l’altro. Invece, il feedback pone l’ascoltatore in un ruolo non più di semplice destinatario passivo, ma fa sì che diventi pienamente attivo, poiché spetta a lui cooperare con il mittente al fine di rendere il processo comunicativo completo, efficace ed appagante per entrambi.

Sono infatti proprio rumore, ridondanza e feedback che rendono la comunicazione dinamica e che stimolano gli interlocutori ad essere presenti a loro stessi e diventare pienamente protagonisti dello scambio che avviene tra le parti.

Come ha ben notato il mio collega, ci sono dei momenti in cui la comunicazione viene spinta su binari che non hanno nulla a che vedere con i processi di gestione dei rumori sopra menzionati. Molto spesso, infatti, comunicare è davvero una guerra in quanto i processi psicologici che sono alla base dei nostri approcci relazionali ci impediscono di affrontare serenamente alcune conversazioni. Ad ogni modo, anche in caso di intrusione di rumori psicologici di sfondo è possibile tornare ad un livello di interazione efficace facendo ricorso alla ridondanza e al feedback.

Il problema è che, il più delle volte, i processi mentali agiscono per vie inconsce e l’incomunicabilità deriva quindi da una scarsa consapevolezza dei soggetti di aver attivato delle modalità di espressione che possono condurre al degenerare dei rapporti. Altre volte, invece, le persone decidono volutamente di prendere in ostaggio l’interlocutore per esercitare su di lui potere psicologico al fine di ottenere dei benefici. È difficile capire perché questo accada ma è qualcosa che si verifica molte, troppe volte all’interno della nostra vita di relazione. Probabilmente, se iniziassimo a vedere l’altro come una risorsa per crescere e non come un nemico da abbattere le cose andrebbero diversamente. Stare con agli altri può essere difficile perché il confronto con qualcuno diverso da noi ci obbliga necessariamente a mettere in discussione il nostro ego, i nostri comportamenti, il modo in cui vediamo noi stessi e giudichiamo il mondo. Parlarsi, invece, se lo vogliamo, è potenzialmente un gesto intimo, pieno di cura e attenzione verso l’altro che gli permette di sentirsi a suo agio e di aprirsi nei nostri confronti in modo tale che anch’egli a sua volta si predisponga benevolmente nei nostri riguardi e possa iniziare uno scambio proficuo e sereno tra le parti.

Ma perché cercare la serenità, la pace? Molti soldati, come scritto nella precedente citazione, “non riescono a smettere di combattere e pianificano di nascosto la guerra” quasi come fosse una pulsione incontrollabile, una vera e propria compulsione. In realtà, forse, l’unica cosa da cui siamo veramente dipendenti è il nostro ego e il timore di perdere il controllo sulle nostre vite. Prendere il controllo della vita degli altri ci rassicura falsamente che l’ordine da noi costituito non verrà messo mai in discussione e non verrà mai distrutto. Per molte persone, cambiare, anche davanti alla prospettiva di una cambiamento positivo, equivale a morire. Chi invece vuole migliorare e permettere che venga fuori il meglio da se stesso deve prepararsi continuamente alla guerra perché non si cresce mai da soli. Per poter progredire e trovare la propria strada ogni individuo ha necessariamente bisogno di incontrare l’altro. Un incontro a volte dolce, altre doloroso ma in ogni caso fondamentale perché nel contatto con chi incontriamo quotidianamente diventiamo davvero consapevoli di cosa danneggia la nostra personalità e di cosa invece la nobilita e impariamo a conoscere veramente noi stessi. Tutto ciò senza mai dimenticare che la prima forma di ascolto e di comunicazione sana è quella esercitata nell’intimo di noi stessi quale preludio a ciò che saremo in grado di esprimere al resto del mondo.

 

 

Note:

[1] Gossip Girl, serie TV di Josh Schwartz tratta dall'omonimo libro di Cecily Von Ziegesar.

 

 

 

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