Dolce Far Nulla?

Pubblicato da Mada Alfinito nella categoria Auto-consapevolezza il 10/08/2019ultimo aggiornamento il 10/08/2019

 

 

"Il moderno è schiavo del tempo"1

(Gerd B. Achebach)

 

L’estate è per definizione ed elezione collettiva il tempo delle ferie e della tregua dalle attività svolte durante i mesi precedenti, lavorative e non. È il tempo in cui i negozi si riempiono dei vivaci colori dei costumi da bagno e di capi di vestiario da capogiro. È il periodo in cui desideriamo ardentemente viaggiare, non solo fisicamente ma anche con i pensieri. Gli spot pubblicitari dirigono l’attenzione delle masse verso prodotti solari e rimedi contro gli insetti e sembra che a vederla così, l’estate, si riduca esclusivamente e banalmente a questo tipo di attività. Ad uno sguardo più profondo, invece, essa è anche tempo di bilanci della propria carriera e di progettazione in vista delle nuove sfide che busseranno alla porta in autunno: alcune conosciute, altre incognite.


Quando inizia il tempo delle ferie si è consapevoli che i giorni a disposizione non saranno eterni ed ognuno di noi inizia un affannoso conto alla rovescia: si vorrebbero fare tantissime cose prima di ritornare alla routine quotidiana e, proprio per questo, il tempo che dovrebbe essere dedicato al riposo finisce per diventare un ulteriore periodo di stress che non ci ricarica affatto le batterie ma, al contrario, ci fa tornare al lavoro più insoddisfatti e frustrati di quando si è partiti. Ma come mai accade questo?


«La sventura del presente» è che «agli esseri umani finisce il tempo»2, dice Michael Ende.

L’incredibile sviluppo della tecnologia ha apportato innumerevoli benefici al nostro stile di vita in termini di velocità e comfort. Per trovare evidenti differenze tra passato e presente riguardo l’innovazione, non c’è bisogno di guardare indietro ai secoli scorsi. Di anno in anno, infatti, la tecnologia avanza così incredibilmente da realizzare con estrema velocità e precisione tecnica ciò che solo pochi mesi prima sembrava impossibile. Il cambiamento è alla portata di tutti ogni giorno, in modo quasi impercettibile nella sua evoluzione ma visibilmente concreto nelle conseguenze che ha sulla nostra vita. Oggi, tutto è veloce e questo implica che impieghiamo minor tempo per qualsiasi attività, dai viaggi su lunghe distanze alla comunicazione, dagli strumenti utilizzati al lavoro alla vita domestica. Questo ha fatto sì che avessimo potenzialmente più tempo a disposizione per svolgere le nostre attività con maggiore rilassatezza. Ma Achenbach fa notare: «C’è qualcosa che non torna, infatti tutti questi imponenti risultati del talento tecnico non ci hanno fatto aumentare il tempo che, al contrario, è sempre di meno»3. Il tempo risparmiato grazie al progresso tecnologico non viene usato per godercelo ma per riempire compulsivamente l’agenda di ulteriori impegni fino a che ci si ritrova nuovamente al punto di partenza, nella tragica situazione in cui non si hanno abbastanza ore nella giornata per poter fare tutto ciò che ci si era prefissati. Insomma, pare proprio che «più tempo risparmiamo, meno ne abbiamo»4.

Sembra, allora, che gli esseri umani siano in grande difficoltà quando si tratta della gestione del proprio tempo non solo durante le ferie, ma anche nel quotidiano. Questo atteggiamento frenetico va a danneggiare proprio quella produttività nel cui nome sacrifichiamo la nostra vita: infatti, quando il sistema nervoso è sovraccarico va in stato di stress invadendo il nostro organismo con la produzione di ormoni che danneggiano gradualmente il processo vitale. Il nostro lavoro, di conseguenza, viene svolto con risultati mediocri, il più delle volte insufficienti, rendendoci frustrati per non essere stati capaci di saper fare di più e, quindi, demotivandoci. Tutto ciò va a discapito non solo della qualità della nostra vita, ma anche dell’obiettivo che ci si era inizialmente preposti implicando, per giunta, un ingente spreco di risorse temporali ed economiche. Essere multitasking in certi ambiti è utile e ci aiuta ad essere più efficienti, ma trasporre questo atteggiamento in ogni ambito dell’esistenza non paga. Alla luce di quanto osservato riguardo questo comportamento disfunzionale e purtroppo pervasivo all’interno della cultura attuale, sembra veramente impossibile, in tempo di ferie, ridurre al minimo le proprie attività per permettere al nostro organismo di riposare e rinnovare la sua energia vitale.

È buffo come da un secolo all’altro le diverse concezioni che l’uomo ha sull’esistenza e sul suo modo di gestirla cambino in maniera radicale. Per i greci, anticamente, lavorare era qualcosa di ignobile, un’attività che doveva essere svolta solo dagli schiavi. L’uomo libero non doveva lavorare ma, al contrario, dedicarsi esclusivamente allo studio, alla speculazione filosofica e agli esercizi ginnici. Gli antichi romani erano di un parere simile: prendersi del tempo per distaccarsi dagli incarichi pubblici o politici, rilassarsi e dedicarsi allo studio e alle proprie faccende domestiche e patrimoniali era fondamentale. Anche in questo caso, ciò non valeva per gli schiavi, i quali erano dediti esclusivamente al lavoro manuale. Con il passare del tempo, a seconda dei periodi storici, ci si è schierati ora da una parte, ora dall’altra. Filosofi illustri antichi, come Cicerone e Seneca, e contemporanei, tra cui Bertrand Russel, hanno dichiarato con enfasi che l’otium è tempo prezioso da dedicare allo studio e alla conoscenza. Chi lavora, infatti, non ha sufficiente tempo o è troppo stanco per dedicarsi alla ricerca filosofica e scientifica. Di conseguenza, senza la presenza nella società di individui dediti all’ozio, non può esserci progresso né culturale, né tecnico. Di parere diverso erano invece gli esponenti del cristianesimo e i riformatori protestanti: lo studio e la conoscenza erano (e sono tuttora) considerati sacri al pari del lavoro manuale ed onesto, mentre il concetto di ozio indicava un momento in cui l’uomo non fa assolutamente nulla e si lascia andare a se stesso. Come conseguenza di questa sua estrema rilassatezza, l’anima cade nel torpore. Un’anima pigra non è capace di fare il bene, cede al vizio e diventa incline a commettere peccati mortali che non gli faranno godere della salvezza di Dio.


A mio avviso, la faccenda è molto più complessa di quanto se ne dica nei dibattiti storici e di questo sembra essersi fatto esponente il filosofo moderno Michel de Montaigne, il quale scrisse nei suoi Saggi:

«Recentemente, quando mi sono ritirato a casa mia, risoluto per quanto lo potessi a non occuparmi d’altro che di trascorrere in pace e appartato quel po’ di vita che mi resta, mi sembrava di non poter fare al mio spirito favore più grande che lasciarlo, nell’ozio più completo, conversare con se stesso e fermarsi e riposarsi in se medesimo.
[…]
Ma trovo […] che, al contrario, come un cavallo che rompe il freno, esso si procura cento volte più preoccupazioni da solo di quante se ne faceva per gli altri; e mi genera tante chimere e mostri fantastici gli uni sugli altri, senz’ordine e senza motivo»5.


Io credo che in queste parole si nasconda il punto focale della nostra riflessione: rimanere soli fa paura. Non appena ci fermiamo nel silenzio, la mente inizia a viaggiare senza freni rimandandoci scenari che non sempre sono piacevoli. In quegli istanti passato, presente e futuro si mescolano davanti ai nostri occhi: riviviamo eventi, ci imbattiamo in persone assenti, creiamo fantasiose visioni del futuro, veniamo investiti dalle paranoie dovute alle nostre insicurezze, arriviamo persino a credere di essere persone veramente incredibili, per poi ritrovarci un attimo dopo a sentirci un nulla. E tutte le emozioni legate a queste immagini, grazie alla straordinaria capacità evocativa della nostra mente, si amplificano tanto da scuoterci nel profondo.

La frenesia quotidiana serve a distrarci non soltanto dai problemi, ma anche da ciò di cui dovremmo prendere consapevolezza. Non fare altro, ancor più dello scrivere un diario, ci fa sentire inquieti (vedi articolo: http://madaalfinito.it/articolo.php?id=56&alias=scrivere-di-s%C3%A9.-autobiografia-e-autoriflessione-al-tempo-delle-nuove-tecnologie). Abbiamo bisogno di fare qualcosa, qualsiasi cosa, per non sentirci inutili, per non sentir parlare quel giudice interiore che si lamenta costantemente perché: «Così proprio non va!». Non ci rendiamo conto, invece,  che quel tempo che rubiamo a noi stessi si disperde e non ci aiuta affatto a vivere meglio. Al contrario, «forza le decisioni che potrebbero invece essere fatte maturare con calma»6. Ciò vuol dire che non importa se in questo periodo dell’anno siate in vacanza oppure resterete in città, ciò che davvero conta è prendersi del tempo per dedicarsi unicamente a se stessi. Avere un impegno in meno sull’agenda non ci renderà inefficienti agli occhi del mondo, invece uno spirito ben saldo e temprato saprà certo affrontare con più efficacia ed energie le sfide e le attività autunnali che si apprestano a ritornare.

E voi, come avete intenzioni di rilassarvi?

^Mada^

 

NOTE:

1) G. B. Achenbach (2001), Das kleine Buch der inneren Ruhe, Verlag Herder GmbH, Freiburg im Breisgau. Tr. it. Il libro della quiete interiore. Trovare l’equilibrio in un mondo frenetico, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano (2012), terza ed. 2016: 52.

2) Ivi: 61.

3) Ivi: 63.

4) Ibid.

5) M. de Montaigne (1588), Essais. Tr.it. Saggi, Adelphi Edizioni Milano (1966), quinta ed. 2005: 39-40.

6) G. B. Achenbach (2001), Das kleine Buch der inneren Ruhe, Verlag Herder GmbH, Freiburg im Breisgau. Tr.it. Il libro della quiete interiore. Trovare l’equilibrio in un mondo frenetico, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano (2012), terza ed. 2016: 50.

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