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Dolce Far Nulla?

Pubblicato da Mada Alfinito il 10/08/2019

 

 

"Il moderno è schiavo del tempo"1

(Gerd B. Achebach)

 

L’estate è per definizione ed elezione collettiva il tempo delle ferie e della tregua dalle attività svolte durante i mesi precedenti, lavorative e non. È il tempo in cui i negozi si riempiono dei vivaci colori dei costumi da bagno e di capi di vestiario da capogiro. È il periodo in cui desideriamo ardentemente viaggiare, non solo fisicamente ma anche con i pensieri. Gli spot pubblicitari dirigono l’attenzione delle masse verso prodotti solari e rimedi contro gli insetti e sembra che a vederla così, l’estate, si riduca esclusivamente e banalmente a questo tipo di attività. Ad uno sguardo più profondo, invece, essa è anche tempo di bilanci della propria carriera e di progettazione in vista delle nuove sfide che busseranno alla porta in autunno: alcune conosciute, altre incognite.


Quando inizia il tempo delle ferie si è consapevoli che i giorni a disposizione non saranno eterni ed ognuno di noi inizia un affannoso conto alla rovescia: si vorrebbero fare tantissime cose prima di ritornare alla routine quotidiana e, proprio per questo, il tempo che dovrebbe essere dedicato al riposo finisce per diventare un ulteriore periodo di stress che non ci ricarica affatto le batterie ma, al contrario, ci fa tornare al lavoro più insoddisfatti e frustrati di quando si è partiti. Ma come mai accade questo?


«La sventura del presente» è che «agli esseri umani finisce il tempo»2, dice Michael Ende.

L’incredibile sviluppo della tecnologia ha apportato innumerevoli benefici al nostro stile di vita in termini di velocità e comfort. Per trovare evidenti differenze tra passato e presente riguardo l’innovazione, non c’è bisogno di guardare indietro ai secoli scorsi. Di anno in anno, infatti, la tecnologia avanza così incredibilmente da realizzare con estrema velocità e precisione tecnica ciò che solo pochi mesi prima sembrava impossibile. Il cambiamento è alla portata di tutti ogni giorno, in modo quasi impercettibile nella sua evoluzione ma visibilmente concreto nelle conseguenze che ha sulla nostra vita. Oggi, tutto è veloce e questo implica che impieghiamo minor tempo per qualsiasi attività, dai viaggi su lunghe distanze alla comunicazione, dagli strumenti utilizzati al lavoro alla vita domestica. Questo ha fatto sì che avessimo potenzialmente più tempo a disposizione per svolgere le nostre attività con maggiore rilassatezza. Ma Achenbach fa notare: «C’è qualcosa che non torna, infatti tutti questi imponenti risultati del talento tecnico non ci hanno fatto aumentare il tempo che, al contrario, è sempre di meno»3. Il tempo risparmiato grazie al progresso tecnologico non viene usato per godercelo ma per riempire compulsivamente l’agenda di ulteriori impegni fino a che ci si ritrova nuovamente al punto di partenza, nella tragica situazione in cui non si hanno abbastanza ore nella giornata per poter fare tutto ciò che ci si era prefissati. Insomma, pare proprio che «più tempo risparmiamo, meno ne abbiamo»4.

Sembra, allora, che gli esseri umani siano in grande difficoltà quando si tratta della gestione del proprio tempo non solo durante le ferie, ma anche nel quotidiano. Questo atteggiamento frenetico va a danneggiare proprio quella produttività nel cui nome sacrifichiamo la nostra vita: infatti, quando il sistema nervoso è sovraccarico va in stato di stress invadendo il nostro organismo con la produzione di ormoni che danneggiano gradualmente il processo vitale. Il nostro lavoro, di conseguenza, viene svolto con risultati mediocri, il più delle volte insufficienti, rendendoci frustrati per non essere stati capaci di saper fare di più e, quindi, demotivandoci. Tutto ciò va a discapito non solo della qualità della nostra vita, ma anche dell’obiettivo che ci si era inizialmente preposti implicando, per giunta, un ingente spreco di risorse temporali ed economiche. Essere multitasking in certi ambiti è utile e ci aiuta ad essere più efficienti, ma trasporre questo atteggiamento in ogni ambito dell’esistenza non paga. Alla luce di quanto osservato riguardo questo comportamento disfunzionale e purtroppo pervasivo all’interno della cultura attuale, sembra veramente impossibile, in tempo di ferie, ridurre al minimo le proprie attività per permettere al nostro organismo di riposare e rinnovare la sua energia vitale.

È buffo come da un secolo all’altro le diverse concezioni che l’uomo ha sull’esistenza e sul suo modo di gestirla cambino in maniera radicale. Per i greci, anticamente, lavorare era qualcosa di ignobile, un’attività che doveva essere svolta solo dagli schiavi. L’uomo libero non doveva lavorare ma, al contrario, dedicarsi esclusivamente allo studio, alla speculazione filosofica e agli esercizi ginnici. Gli antichi romani erano di un parere simile: prendersi del tempo per distaccarsi dagli incarichi pubblici o politici, rilassarsi e dedicarsi allo studio e alle proprie faccende domestiche e patrimoniali era fondamentale. Anche in questo caso, ciò non valeva per gli schiavi, i quali erano dediti esclusivamente al lavoro manuale. Con il passare del tempo, a seconda dei periodi storici, ci si è schierati ora da una parte, ora dall’altra. Filosofi illustri antichi, come Cicerone e Seneca, e contemporanei, tra cui Bertrand Russel, hanno dichiarato con enfasi che l’otium è tempo prezioso da dedicare allo studio e alla conoscenza. Chi lavora, infatti, non ha sufficiente tempo o è troppo stanco per dedicarsi alla ricerca filosofica e scientifica. Di conseguenza, senza la presenza nella società di individui dediti all’ozio, non può esserci progresso né culturale, né tecnico. Di parere diverso erano invece gli esponenti del cristianesimo e i riformatori protestanti: lo studio e la conoscenza erano (e sono tuttora) considerati sacri al pari del lavoro manuale ed onesto, mentre il concetto di ozio indicava un momento in cui l’uomo non fa assolutamente nulla e si lascia andare a se stesso. Come conseguenza di questa sua estrema rilassatezza, l’anima cade nel torpore. Un’anima pigra non è capace di fare il bene, cede al vizio e diventa incline a commettere peccati mortali che non gli faranno godere della salvezza di Dio.


A mio avviso, la faccenda è molto più complessa di quanto se ne dica nei dibattiti storici e di questo sembra essersi fatto esponente il filosofo moderno Michel de Montaigne, il quale scrisse nei suoi Saggi:

«Recentemente, quando mi sono ritirato a casa mia, risoluto per quanto lo potessi a non occuparmi d’altro che di trascorrere in pace e appartato quel po’ di vita che mi resta, mi sembrava di non poter fare al mio spirito favore più grande che lasciarlo, nell’ozio più completo, conversare con se stesso e fermarsi e riposarsi in se medesimo.
[…]
Ma trovo […] che, al contrario, come un cavallo che rompe il freno, esso si procura cento volte più preoccupazioni da solo di quante se ne faceva per gli altri; e mi genera tante chimere e mostri fantastici gli uni sugli altri, senz’ordine e senza motivo»5.


Io credo che in queste parole si nasconda il punto focale della nostra riflessione: rimanere soli fa paura. Non appena ci fermiamo nel silenzio, la mente inizia a viaggiare senza freni rimandandoci scenari che non sempre sono piacevoli. In quegli istanti passato, presente e futuro si mescolano davanti ai nostri occhi: riviviamo eventi, ci imbattiamo in persone assenti, creiamo fantasiose visioni del futuro, veniamo investiti dalle paranoie dovute alle nostre insicurezze, arriviamo persino a credere di essere persone veramente incredibili, per poi ritrovarci un attimo dopo a sentirci un nulla. E tutte le emozioni legate a queste immagini, grazie alla straordinaria capacità evocativa della nostra mente, si amplificano tanto da scuoterci nel profondo.

La frenesia quotidiana serve a distrarci non soltanto dai problemi, ma anche da ciò di cui dovremmo prendere consapevolezza. Non fare altro, ancor più dello scrivere un diario, ci fa sentire inquieti (vedi articolo: http://madaalfinito.it/articolo.php?id=56&alias=scrivere-di-s%C3%A9.-autobiografia-e-autoriflessione-al-tempo-delle-nuove-tecnologie). Abbiamo bisogno di fare qualcosa, qualsiasi cosa, per non sentirci inutili, per non sentir parlare quel giudice interiore che si lamenta costantemente perché: «Così proprio non va!». Non ci rendiamo conto, invece,  che quel tempo che rubiamo a noi stessi si disperde e non ci aiuta affatto a vivere meglio. Al contrario, «forza le decisioni che potrebbero invece essere fatte maturare con calma»6. Ciò vuol dire che non importa se in questo periodo dell’anno siate in vacanza oppure resterete in città, ciò che davvero conta è prendersi del tempo per dedicarsi unicamente a se stessi. Avere un impegno in meno sull’agenda non ci renderà inefficienti agli occhi del mondo, invece uno spirito ben saldo e temprato saprà certo affrontare con più efficacia ed energie le sfide e le attività autunnali che si apprestano a ritornare.

E voi, come avete intenzioni di rilassarvi?

^Mada^

 

NOTE:

1) G. B. Achenbach (2001), Das kleine Buch der inneren Ruhe, Verlag Herder GmbH, Freiburg im Breisgau. Tr. it. Il libro della quiete interiore. Trovare l’equilibrio in un mondo frenetico, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano (2012), terza ed. 2016: 52.

2) Ivi: 61.

3) Ivi: 63.

4) Ibid.

5) M. de Montaigne (1588), Essais. Tr.it. Saggi, Adelphi Edizioni Milano (1966), quinta ed. 2005: 39-40.

6) G. B. Achenbach (2001), Das kleine Buch der inneren Ruhe, Verlag Herder GmbH, Freiburg im Breisgau. Tr.it. Il libro della quiete interiore. Trovare l’equilibrio in un mondo frenetico, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano (2012), terza ed. 2016: 50.

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Comunicare Fa Rumore

Pubblicato da Mada Alfinito il 25/05/2019

 

"Alla fine di ogni guerra, i guerrieri tornano a casa, sperando che quello che hanno visto e fatto non rimanga con loro per sempre. Buddha una volta disse: “è meglio conquistare te stesso che vincere mille battaglie”. Ma altri soldati non riescono a smettere di combattere e pianificano di nascosto la prossima guerra. Il vero guerriero è colui che sa che le guerre non finiscono mai, cambiano e basta. E non potrà mai esserci pace finché le armi sono ancora cariche e ci sono munizioni in abbondanza. Queste armi possono essere davvero letali.”

(Gossip Girl) [1]

 

Tempo fa un mio collaboratore mi disse che comunicare con qualcuno è come una guerra in cui ognuno vuole costantemente vincere sull’altro, influenzarlo con i suoi umori, convincerlo assolutamente che il suo punto di vista sia il migliore, affascinarlo per poi soggiogarlo e che allora bisogna difendersi o, meglio ancora, attaccare per primi appena si inizia a percepire di sentirsi anche solo minimamente minacciati da ciò che ci trasmettono le sue parole. Quando mi espose queste considerazioni dissentii su alcuni aspetti, in quanto una comunicazione davvero sana non contempla assolutamente uno scambio di informazioni veicolate da così tanti veleni. Gli risposi che condividevo la sua opinione ma che fosse scorretto assurgerla a regola generale. Una buona comunicazione, infatti, è possibile ma per essere efficace necessita di essere priva di ciò che in discipline come la linguistica e la semiotica viene chiamato rumore. Questo termine indica qualsiasi fattore disturbi la conversazione in corso ed è generalmente classificabile in quattro diverse categorie:

- Esterno, ovvero quando dei fattori esterni al mittente e al ricevente impediscono al primo di veicolare il messaggio e al secondo di riceverlo in maniera comprensibile. Es. un treno o la sirena di un’ambulanza che passano proprio nel momento in cui avviene lo scambio comunicativo ed impediscono alle persone coinvolte di trasmettersi tra di loro messaggi in modo chiaro;
- Fisiologico. Si verifica quando i fattori biologici degli individui ostacolano la reciproca comprensione. È il caso di un particolare disagio fisico come ad esempio la perdita dell’udito, la difficoltà nell’articolare le parole, etc;
- Psicologico. Qui la difficoltà nel comunicare deriva dalle forze interne che muovono i soggetti coinvolti: emozioni conturbanti, incapacità di riuscire a gestirle, valori di giudizio su se stessi e/o sull’interlocutore, traumi pregressi e tutto ciò che appartiene all’ambito degli stati mentali ma che genera una confusione tale che la comunicazione sia continuamente disturbata dal non riuscire ad esprimere o comprendere i bisogni emotivi propri e dell’altro;
- Culturale. Questo tipo di rumore si verifica quando la cultura del mittente è diversa da quella del ricevente. Un tipico esempio è quando i soggetti parlano lingue diverse oppure uno dei due utilizza per esprimersi dei gesti corporei che nella sua cultura hanno un significato specifico mentre in quella del destinatario lo stesso gesto non esiste affatto oppure ha un significato totalmente diverso.

I rumori ostacolano i processi comunicativi con intensità diverse: a volte in maniera lieve, altre volte invece vengono amplificati al punto che la comunicazione fallisce totalmente e risulta impossibile andare oltre nel dialogo generando negli interlocutori sentimenti di rabbia, delusione e frustrazione. Tuttavia, è possibile porre rimedio a queste difficoltà attraverso due strategie:

- La ridondanza, ovvero quando il mittente accorgendosi che l’altro non ha ben compreso ciò che gli sta dicendo, ripete il messaggio cercando di renderlo maggiormente comprensibile, accompagnandolo magari con gesti ed espressioni facciali;
- Il feedback, cioè quando il ricevente dichiara esplicitamente di non aver compreso il messaggio e chiede al mittente di spiegarglielo di nuovo in forma più chiara. Il feedback costituisce una modalità di trasparenza molto importante all’interno dei processi comunicativi in quanto spesso diamo per scontato che sia compito esclusivo del mittente quello di preoccuparsi di veicolare un contenuto pienamente comprensibile per l’altro. Invece, il feedback pone l’ascoltatore in un ruolo non più di semplice destinatario passivo, ma fa sì che diventi pienamente attivo, poiché spetta a lui cooperare con il mittente al fine di rendere il processo comunicativo completo, efficace ed appagante per entrambi.

Sono infatti proprio rumore, ridondanza e feedback che rendono la comunicazione dinamica e che stimolano gli interlocutori ad essere presenti a loro stessi e diventare pienamente protagonisti dello scambio che avviene tra le parti.

Come ha ben notato il mio collega, ci sono dei momenti in cui la comunicazione viene spinta su binari che non hanno nulla a che vedere con i processi di gestione dei rumori sopra menzionati. Molto spesso, infatti, comunicare è davvero una guerra in quanto i processi psicologici che sono alla base dei nostri approcci relazionali ci impediscono di affrontare serenamente alcune conversazioni. Ad ogni modo, anche in caso di intrusione di rumori psicologici di sfondo è possibile tornare ad un livello di interazione efficace facendo ricorso alla ridondanza e al feedback.

Il problema è che, il più delle volte, i processi mentali agiscono per vie inconsce e l’incomunicabilità deriva quindi da una scarsa consapevolezza dei soggetti di aver attivato delle modalità di espressione che possono condurre al degenerare dei rapporti. Altre volte, invece, le persone decidono volutamente di prendere in ostaggio l’interlocutore per esercitare su di lui potere psicologico al fine di ottenere dei benefici. È difficile capire perché questo accada ma è qualcosa che si verifica molte, troppe volte all’interno della nostra vita di relazione. Probabilmente, se iniziassimo a vedere l’altro come una risorsa per crescere e non come un nemico da abbattere le cose andrebbero diversamente. Stare con agli altri può essere difficile perché il confronto con qualcuno diverso da noi ci obbliga necessariamente a mettere in discussione il nostro ego, i nostri comportamenti, il modo in cui vediamo noi stessi e giudichiamo il mondo. Parlarsi, invece, se lo vogliamo, è potenzialmente un gesto intimo, pieno di cura e attenzione verso l’altro che gli permette di sentirsi a suo agio e di aprirsi nei nostri confronti in modo tale che anch’egli a sua volta si predisponga benevolmente nei nostri riguardi e possa iniziare uno scambio proficuo e sereno tra le parti.

Ma perché cercare la serenità, la pace? Molti soldati, come scritto nella precedente citazione, “non riescono a smettere di combattere e pianificano di nascosto la guerra” quasi come fosse una pulsione incontrollabile, una vera e propria compulsione. In realtà, forse, l’unica cosa da cui siamo veramente dipendenti è il nostro ego e il timore di perdere il controllo sulle nostre vite. Prendere il controllo della vita degli altri ci rassicura falsamente che l’ordine da noi costituito non verrà messo mai in discussione e non verrà mai distrutto. Per molte persone, cambiare, anche davanti alla prospettiva di una cambiamento positivo, equivale a morire. Chi invece vuole migliorare e permettere che venga fuori il meglio da se stesso deve prepararsi continuamente alla guerra perché non si cresce mai da soli. Per poter progredire e trovare la propria strada ogni individuo ha necessariamente bisogno di incontrare l’altro. Un incontro a volte dolce, altre doloroso ma in ogni caso fondamentale perché nel contatto con chi incontriamo quotidianamente diventiamo davvero consapevoli di cosa danneggia la nostra personalità e di cosa invece la nobilita e impariamo a conoscere veramente noi stessi. Tutto ciò senza mai dimenticare che la prima forma di ascolto e di comunicazione sana è quella esercitata nell’intimo di noi stessi quale preludio a ciò che saremo in grado di esprimere al resto del mondo.

 

 

Note:

[1] Gossip Girl, serie TV di Josh Schwartz tratta dall'omonimo libro di Cecily Von Ziegesar.

 

 

 

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Il Cervello Resiliente - Roma, 6 Aprile 2019

Pubblicato da Mada Alfinito il 26/03/2019

Carissimi,

ecco che vi comunico la data del nostro prossimo incontro.

Il nome del Workshop è

Il Cervello Resiliente

Dopo il successo del convegno del giorno 11 ottobre 2018 organizzato dall'Ordine degli Psicologi della Campania (link all'evento: http://madaalfinito.it/articolo.php?id=54&alias=photogallery-11-ottobre-2018,-settimana-per-il-benessere-psicologico-in-campania ), non potevo non pensare di condividere alcuni dei contenuti da me presentati durante la conferenza anche con il pubblico romano.

L'evento sarà organizzato in collaborazione con la Casa Zen di Massimiliano Pasquali, il quale darà il suo contributo nell'esposizione degli argomenti durante il workshop.

Il workshop si terrà dalle ore 15.00 alle ore 19.00. Saranno 4 ore intense all'interno delle quali prenderemo consapevolezza di alcune realtà che sono dentro di noi affinché possiamo comprendere quanto la resilienza sia una capacità che può essere sviluppata attivamente e che ci porta a migliorare sensibilmente la qualità della nostra vita.

 

Riporto di seguito il programma dell'evento. Potete anche scaricare il pdf cliccando qui: Programma pdf

PRIMA PARTE

- Accoglienza dei partecipanti in Casa Zen, introduzione alla meditazione e tecniche di rilassamento corporeo: durante il momento iniziale, Massimiliano Pasquali ci parlerà dell'importanza della meditazione all'interno di un percorso di autoconsapevolezza e di crescita personale mostrandoci diverse tecniche che coinvolgono il corpo nella sua totalità;

- Conoscere la resilienza: dopo che Massimiliano avrà dato il suo contributo nel mostrarci un modo semplice e naturale di stare con noi stessi rimanendo ben concentrati, introdurrò i partecipanti al concetto di resilienza mediante ciò che alcuni illustri filosofi e studiosi ne hanno detto al riguardo;

- Comunicare con la resilienza: quanto detto e ascoltato precedentemente mediante interazioni multimediali di vario tipo, ci aiuterà a sviluppare un'attività di condivisione e interazione tra i presenti. In questa fase utilizzerò principalmente la comunicazione e le sue tecniche di base mostrando quanto essa sia un mezzo efficace per aiutarci a sviluppare la resilienza;

 PAUSA

Momento break offerto da Casa Zen Rome

SECONDA PARTE

- Resilienza e Plasticità neurale: nella seconda parte, le neuroscienze ci faranno da guida nella comprensione dei meccanismi cerebrali che ci consentono di attuare il processo resiliente. Scopriremo, quindi, come il cervello possa essere l'artefice di cambiamenti straordinari nella nostra vita;

- Momento finale dedicato alle domande e alla condivisione dei presenti: prima di salutarci, come sempre, dedicherò ampio spazio alle vostre domande e alla libera condivisione delle vostre esperienze.

 

Altre info:

La Casa Zen di Massimiliano Pasquali è l'ideale per coloro che vogliono trascorrere le proprie giornate a Roma ritagliandosi uno spazio di tranquillità e armonia all'interno del caos quotidiano della città. La trovate anche su Booking. Questo è il link con il video Youtube dove potete vedere con i vostri occhi la nostra splendida location:

https://www.youtube.com/watch?v=1yqXeQkMM0s

Casa Zen si trova in Via Costantino Maes, 50 - Roma

Potete arrivarci con la metro linea B scendendo a Piazza Bologna oppure, con la stessa linea, potete fermarvi a Tiburtina. Casa zen è raggiungibile da entrambe le stazioni metro in 10 minuti a piedi o con autobus.

Vi chiedo la cortesia di prenotarvi all'evento mandando una mail al seguente indirizzo alfinito.m@libero.it specificando il vostro nome, cognome e numero di partecipanti.

L'ingresso è gratuito

Il workshop è adatto a uomini e donne di qualsiasi età.

Vorrei anche dirvi che, se siete interessati a questo evento, vi consiglio caldamente di partecipare nel mese di Aprile e di non aspettare la pubblicazione di una ulteriore data. Questo perché da Maggio fino a Luglio sarò impegnata con un progetto di lavoro importante che mi terrà occupata tutti i weekend e ciò comporta che non potrò essere presente per organizzare gli incontri.

Ovviamente, come ho già specificato, si tratta di una breve pausa e poi continuerò ad organizzare workshop.

Vi aspetto con gioia! Grazie a chi c'è sempre e a chi ci sarà.

A presto,

Mada ^_^

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Photogallery Knit Café - 10 Febbraio 2019

Pubblicato da Mada Alfinito il 28/02/2019

 

Carissimi,

il 10 Febbraio 2019 si è svolto per la prima volta nella città di Salerno il Knit Cafè.

Era davvero molto tempo che non partecipavo ad un evento nella mia città di origine, ma ho ritenuto che questo fosse imperdibile e non vedevo l'ora di condividerlo anche con voi ^_^

Un Knit Cafè è un luogo di ritrovo per tutti coloro che amano lavorare ai ferri, all'uncinetto oppure entrambi. è un momento di forte aggregazione che vede riunite donne (e a volte anche uomini) di ogni età e livello di abilità tecnica raggiunto, con il fine di condividere questo interesse con gente altrettanto appassionata e con gli spettatori che si fermano incuriositi ad osservare cosa queste donne stiano creando abilmente con le loro mani.

Il Knit Cafè nasce negli Stati Uniti d'America nel secolo scorso. Tradotto dall'inglese, 'knit' vuol dire 'lavorare a maglia'. Letteralmente, quindi, un Knit Cafè è un luogo fisico dove poter lavorare a maglia sorseggiando un drink e chiacchierando con persone che hanno la stessa passione. Questa forma di aggregazione non è una lezione e non prevede, quindi, la figura di un maestro che insegni agli allievi la tecnica. Esso è semplicemente un momento di relax dove ogni partecipante porta con sé il lavoro che sta svolgendo attualmente e continua a lavorarlo in presenza di altre persone che fanno lo stesso, senza proferire giudizi sul proprio talento o quello altrui e senza competizione, ma con il semplice scopo di stare insieme e chiacchierare condividendo la propria esperienza. Il Knit Café, oltre a dare la possibilità di passare alcune ore rilassanti in compagnia del lavoro a maglia e di persone stimolanti, fa sì che i partecipanti possano scambiarsi idee e pareri sui propri lavori, in modo tale che ciascuno possa arricchire il suo bagaglio personale di informazioni per creare articoli sempre più belli e tecnicamente più avanzati.

I Knit Cafè sono ormai molto in voga non soltanto all'estero ma anche in Italia. Se ne svolgono continuamente in molte città italiane, dal Nord al Sud. Anche nella vicina Napoli ne sono stati organizzati diversi, ma tutto ciò è stato realizzato per la prima volta anche a Salerno grazie al contributo di Teresa De Sio, libera professionista ed insegnante della meravigliosa arte dell'uncinetto in collaborazione con le sue allieve e la Pasticceria Peppino di Salerno.

La Pasticceria Peppino è famosa da diversi anni in città e provincia per le sue brioches di svariate forme e dimensioni. Di recente, ha ingrandito il suo locale facendo costruire all'interno due sale da tè con tavolini e sedie per consenitre ai clienti di gustare i prodotti sul posto e allestendo un angolo bar. I proprietari hanno trovato la nostra iniziativa culturale estremamente interessante ed originale e hanno messo a disposizione una delle sale per lo svolgimento di questo evento.

Teresa De Sio (in foto a destra) è una donna forte e creativa che ha scoperto l'uncinetto all'età di soli 4 anni grazie a sua madre, la quale amava molto questa attività e che le ha insegnato la tecnica. Teresa ha coltivato la sua passione per moltissimo tempo come un hobby fino a quando, nel 2009, questo interesse è diventato finalmente il suo lavoro principale. Per diversi anni ha lavorato a Ferrara in un negozio di filati dove ha potuto stare quotidianamente in contatto con ciò che ama confrontandosi anche con il pubblico. Nel 2013 Teresa torna a vivere a Salerno dopo la lontananza dalla città per anni ed apre un negozio completamente suo dove continua a vendere filati e tutto l'occorrente per l'uncinetto, oltre che i bellissimi accessori e indumenti da lei confezionati. Ma non è tutto: questa donna insegna la meravigliosa arte dell'uncinetto a tutti coloro che vogliono impararla e tiene regolarmente dei corsi, sia individuali che di gruppo, alle sue allieve.

è proprio così che ho consociuto questa donna fantastica. Ho la passione del cucito e della creazione di abiti sin da piccola ma non mi ero mai dedicata a questa attività in maniera professionale. Nel mese di Luglio del 2017 sono entrata nel suo negozio per la prima volta per chiederle delle informazioni su alcuni dei suoi prodotti. è stato allora che le ho confidato il mio desiderio di coltivare le arti manuali professionalmente e da allora sono diventata una sua assidua allieva. Devo a lei tutto ciò che conosco sull'uncinetto. Teresa non è soltanto la mia insegnante: da subito è diventata una cara amica con cui condividere progetti, sogni ed esperienze e mi è stata vicina in molti momenti. Potete vederci insieme nella foto qui sotto durante lo svolgimento dell'evento.

Ho chiesto a Teresa come mai abbia deciso di omaggiare la nostra città con un questo bellissimo evento e lei ha risposto che la sua decisione è stata motivata dal fatto di aver compreso che le donne appassionate di quest'arte hanno voglia di stare insieme e condividere la loro passione per l'uncinetto e discutere dei loro altri interessi. Anche se ella ha appreso questa tecnica all'età di 4 anni, la sua passione è cresciuta sempre di più con il tempo, man mano che andava avanti nella realizzazione di progetti sempre più interessanti. Per questa donna, l'uncinetto è la fonte primaria di benessere e gratificazione: grazie ad esso, infatti, riesce a liberare la mente, scaricare la tensione dopo una giornata di lavoro faticosa e le ha permesso di incontrare negli anni le persone che oggi sono il suo principale punto di riferimento.

Le parole di Teresa rappresentano pienamente ciò che per ognuna delle sue allieve (e di chiunque altro sia appassionato alla materia) l'uncinetto significhi. Alla fine di questo articolo troverete le foto del nostro Knit Cafè e poi una carrellata di immagini dei lavori che ciascuna delle partecipanti all'evento ha creato. I lavori che abbiamo svolto fino ad oggi sono veramente tanti e dai soggetti più svariati, ma ognuna di noi ha scelto una foto che ne rappresenta uno da mostrare in questo articolo perché crediamo che la nostra passione per l'uncinetto non possa essere compresa dal pubblico spiegandola a parole, ma che siano i nostri lavori a parlare per noi e a far capire alla gente quanto amore nutriamo per questa arte tanto antica e tanto moderna allo stesso tempo.

Cuore di Uncinetto è il nome del negozio di Teresa De Sio e potete trovarlo a Salerno in Via Trento, 82 (zona Pastena).

Noi invece ci vediamo a Roma per il mio prossimo workshop. Vi terrò informati sulle date appena possibile.

Buon proseguimento con la photogallery,

Mada ^_^

Photogallery

 In queste foto, ecco il gruppo di allieve mentre si diverte insieme lavorando ad uncinetto.

 

 

 

 

Eccomi in un primo piano mentre mi dedico alla lavorazione della lana. Cosa starò creando? Probabilmente ve lo mostrerò successivamente... :)

 

 Le due foto che potete vedere, la prima in alto e la seconda in basso, sono le due facce di uno stesso lavoro. Ho realizzato questo morbido cuscino per la Casa Zen di Massimiliano Pasquali ed è proprio lì che questo oggetto d'arredo sta per andare ad abitare definitivamente. ^_^  Per chi non ricordasse la confortevole Casa Zen, vi rimando al link di un mio evento precedente: http://madaalfinito.it/articolo.php?id=45&alias=photogallery-comunicazione-interpersonale-e-manipolazione---26-maggio-2018

 

Ecco due lavori realizzati da Teresa De Sio. Troverete le foto di moltissime sue creazioni sulla pagina Facebook Cuore di Uncinetto. Correte a visitarla!

 

E adesso passiamo alla carrellata dei lavori realizzati dalle partecipanti al Knit Cafè.

Realizzato da Rachele F.

 

Realizzato da Mena G.

 

Realizzato da Ivana M.

 

Realizzato da Angela C.

 

Realizzato da Ida D.S.

 

Un altro lavoro realizzato da Teresa De Sio

 

Realizzato da Lucia P.

 

Realizzato da Silvana P.

 

Realizzato da Teresa E.

 

Realizzato da Alfonsina B.

 

Realizzato da Angela P.

 

Realizzato da Olimpia B.

 

Realizzato da Tina C.

 

 

 

 

Vi piace il cappello che ho realizzato?

A presto ^_^

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Scrivere di Sé. Autobiografia e Autoriflessione al Tempo delle Nuove Tecnologie

Pubblicato da Mada Alfinito il 12/01/2019

 

 

"And If I stop for a minute

I think about things I really don't wanna know[1]"

"Se mi fermo per un minuto

penso a tutte le cose che non voglio sapere."

 

Scrivere di sé non è sempre facile. Quando ero alle scuole elementari, la maestra di italiano affidò alla classe il compito di tenere un diario: per una settimana, avremmo dovuto scrivere tutti i giorni la nostra vita. L’unica cosa che ricordo di quei sette giorni è una domenica pomeriggio a casa della mia nonna materna che non vedevo molto spesso. Me ne stavo seduta al tavolo della cucina, guardavo fuori dalla finestra annoiandomi e pensavo con tristezza che dovevo ancora finire il compito che mi era stato assegnato. Fino a quel momento non avevo riportato quasi nulla delle mie giornate e, siccome la consegna era l’indomani, mi diedi da fare con ansia per rimpiazzare gli spazi vuoti dei giorni precedenti, elaborando meccanicamente un elenco di ciò che avevo fatto. Speravo inoltre che, raccontando come avevo trascorso quella domenica, avrei avuto qualcosa in più da scrivere ma anche in quel caso, malgrado il mio tentativo di enfatizzare la situazione, non riuscii a fare granché per aumentare la lunghezza di quell’asettico testo che sfiorava le poche righe. La mia penna blu scivolava svogliatamente sul foglio e quando ebbi finito mi sentii estremamente sollevata: certo, avevo svolto un compito che valutai personalmente mediocre (a quell’età avevo già un forte senso critico), ma in compenso la settimana era finita e con essa anche la scrittura del diario.

Il giorno seguente consegnammo i nostri quaderni alla maestra, la quale ebbe bisogno di tempo per correggere tutti i nostri elaborati. Quando ce li riconsegnò scoprii che non ero stata l’unica a svolgere il compito con scarso entusiasmo e la maestra, che con noi era ipercritica fino all’inverosimile in ogni circostanza, stranamente non si sbilanciò nel fare commenti anche se, a giudicare dalle poche parole che aveva pronunciato a riguardo, anche lei li riteneva probabilmente mediocri. Ma tra tutti ci fu un’eccezione. Era una bambina dell’altra sezione, dove la maestra pure insegnava. Non ricordo il suo nome perché non eravamo amiche, ma la nostra insegnante rimase così colpita da ciò che aveva scritto nel suo diario che non solo decise di leggerlo anche a noi, ma mandò a chiamare la maestra di storia e geografia con la quale aveva instaurato una forte amicizia (oltre che un grande cameratismo) per renderla partecipe delle meraviglie che la loro allieva aveva scritto. Nel breve testo che la maestra lesse ad alta voce, la bambina in questione raccontava che proprio in quei giorni era nata una sua cuginetta. Era andata a farle visita per conoscerla e descriveva la sensazione che aveva provato tenendo per la prima volta una neonata tra le braccia. Disse che la cullò brevemente e che si emozionò molto perché si sentiva «come una mammina che teneva tra le braccia la sua bimba». Altri dettagli non li ricordo, ma la maestra si intenerì molto nel leggere quelle parole. In classe, stranamente, tutti tacevano e ricordo che dentro di me pensai una sorta di wow silenzioso. Non ho idea di cosa pensassero gli altri, forse semplicemente che ognuno aveva fatto quello che poteva per svolgere il compito al meglio anche se il risultato non era stato brillante come quello della nostra compagna.

Molte persone ritengono che scrivere un diario sia molto simile a ciò che noi bambini facemmo molti anni fa: elencare una serie di azioni svolte nel corso della giornata al pari di come si scrive una lista della spesa e, proprio per questa opinione errata, viene considerata un’attività noiosa senza alcuna finalità pratica. In aggiunta, dover stare seduti con carta e penna alla mano o davanti allo schermo di un pc a trascrivere elementi della propria giornata dopo aver affrontato svariate ore di lavoro, non invoglia di certo ad iniziarne uno.

La tecnologia ha ampliato notevolmente il concetto di autobiografa: i social network più in voga utilizzano attualmente delle interfacce che invitano gli utenti a condividere dati personali con i propri followers attraverso una modalità di sharing chiamato diario. Parlare di sé, allora, assume una connotazione decisamente più attraente in quanto si possono descrivere con facilità e immediatezza le proprie giornate e i propri stati d’animo mediante foto, video, commenti e creazione di stories. I social media, inoltre, consentono di raccontare la propria vita in tempo reale senza dover aspettare di arrivare a sera per trascrivere ciò che ci riguarda. Insomma, niente a che vedere con quei noiosi e sobri diari cartacei con lucchetto che circolavano così frequentemente fino al primo decennio degli anni duemila e che si proponevano sul mercato come uno dei pochissimi mezzi di comunicazione a disposizione per fermare nel tempo le tracce del proprio mondo interiore.

Eppure, tra le due tipologie di diario descritte esiste una enorme differenza, la quale a sua volta genera un impatto diverso sul nostro modo di percepire noi stessi e gli altri. Il primo ha la specificità di indurci a raccontare di noi stessi esclusivamente a noi stessi raggiungendo così una dimensione privata dell’essere. Non importa se lo strumento usato sia cartaceo e se abbia il lucchetto o meno, e non fa differenza nemmeno se utilizziamo un’applicazione che ci consente di annotare i dettagli delle nostre giornate sul cellulare oppure scriviamo dei files di testo al pc. Il principale carattere di questo tipo di autobiografia è la assoluta privatezza. Niente selfie, quindi, che ci ritraggono felici mentre svolgiamo un lavoro che detestiamo e niente più pettegolezzi sotto forma di frecciatine virtuali a quel collaboratore che proprio non ci va giù, al partner che non ci capisce e agli amici e conoscenti con cui non abbiamo il coraggio di discutere apertamente, ma solo e soltanto una ricognizione (dal lat. recognitio -onis, der. di recognoscĕre: riconoscere, osservare attentamente) dei nostri atteggiamenti e di quelli altrui scevra da ogni aspettativa che possa allontanarci dal focalizzarci su noi stessi.

Tenere questo tipo di diario comporta il fatto di doversi prendere una pausa durante o al termine della giornata: un momento in cui nessuno valuterà la qualità del nostro tempo in base alla quantità di like e cuoricini, un momento in cui bisogna dare priorità alla propria ricerca di senso e non a quella altrui che scorre ininterrottamente in home page. Ciò vuol dire allenarsi a pensare con la propria testa, passare in rassegna ogni cosa sia di nostro specifico interesse e descriverla e valutarla solamente sulla base delle nostre personali percezioni, nel bene e nel male. Scrivere di sé «consente alla mente di lavorare con eventi e oggetti assenti o lontani nello spazio e nel tempo»[2]. In altre parole, ci stimola a diventare autoriflessivi e a creare una rappresentazione personale degli eventi. Dato che in questo modo «il pensiero si concentra sulle rappresentazioni, […] si scoprono relazioni, strutture e coerenze di ordine superiore nel mondo reale»[3]. Ciò vuol dire che, direzionando la nostra attenzione sui fatti che ci apprestiamo a ripercorrere in solitudine, riusciamo ad acquisire una nuova consapevolezza della nostra personalità e del tipo di rapporti che intratteniamo con gli altri, nonché del filo conduttore che guida le decisioni della nostra vita, la quale troppe volte ci appare confusa solo perché teniamo gli occhi fissi su eventi particolari per paura di perdere il controllo sulla realtà, disimparando così a sviluppare quella visione d’insieme fondamentale per ritrovare il senso della nostra esistenza e delle nostre azioni e che è in grado di spalancare davanti ai nostri occhi orizzonti mai neppure immaginati.

Una cosa molto utile al fine di aiutarci a maturare la consapevolezza dei nostri stati interiori è quella di prendere gli appunti scritti in passato e, di tanto in tanto, rileggerli scegliendoli a caso. Un diario è molto di più di un semplice vademecum che supporta ed estende la nostra memoria. Quest’ultima, infatti, per natura ha dei limiti che le impediscono di fornirci un ricordo vivido e dettagliato di tutto ciò di cui facciamo esperienza e necessita, quindi, di un supporto esterno che le consenta di immagazzinare nuove informazioni delegando ad esso il compito di custodire il passato. In realtà, rileggere gli scritti precedenti ha anche il merito di consentire di rivedere le soluzioni trovate a specifici problemi del passato aiutandoci a fronteggiare le situazioni problematiche che la vita riserva nel presente e negli anni successivi[4]. «Nella riflessione infatti si contempla l’esperienza per andare oltre, trovando nuove interpretazioni o saggiando condotte alternative»[5].

Tenere un diario, quindi, è molto più di una spettacolarizzazione del proprio sé. Un’autobiografia, quando resta un fatto privato, ci facilita nel gravoso quanto necessario compito di rimetterci al centro del nostro mondo interiore diventando per noi stessi un punto di riferimento dal quale ripartire ogni volta che l’insoddisfazione quotidiana viene a ricordarci che qualcosa in noi deve cambiare per evolversi verso una prospettiva di vita che sia davvero in linea con la nostra personalità più autentica.

Ciò non vuol dire che i social media siano qualcosa da non utilizzare: al contrario, essi ci aiutano nel far conoscere agli altri parti di noi che molto spesso teniamo nascoste per timidezza, diffidenza o perché semplicemente manca la possibilità di confrontarsi faccia a faccia a causa di impegni quotidiani imprescindibili. Occorre però avere sempre ben presente che esiste una differenza sostanziale tra questi due mezzi di comunicazione e autoriflessione e che raccontare di se stessi costantemente in funzione di ciò che andranno a vedere gli altri, induce alla lunga a costruire una versione fittizia della propria persona, un ibrido che non coincide mai veramente né con quello che siamo, né con quello che vorremmo dimostrare al mondo di essere. Tutto ciò ha conseguenze devastanti sulla percezione che abbiamo di noi stessi, la quale induce a creare e a vivere una realtà distorta che impedisce di raggiungere quella matura autoconsapevolezza del proprio valore intrinseco che prescinde dal giudizio che gli altri hanno di noi e che è indispensabile per poter fare scelte di vita appropriate, in linea con il nostro personale sentire.

Ciò che conta veramente non è raccontare in modo morboso ed eclatante ogni dettaglio della propria vita sia che si scriva una biografia personale, sia che ci si dedichi ad una modalità condivisa. La vera essenza di un diario sembra essere stata pienamente colta da quella bambina di soli nove anni che raccontò la sua esperienza lasciando tutti senza parole: porsi davanti a se stessi con semplicità, restando in ascolto dei valori più profondi che ci abitano, i quali sono gli unici in grado di indirizzarci verso il ritrovamento del nostro reale posto nel mondo. Recitare la parte di un fittizio personaggio non ci renderà più attraenti e maggiormente ben voluti dal resto della community. È il coraggio di mostrarsi agli altri per quello che si è, che attira nella nostra vita le persone giuste. Piacere apparentemente e superficialmente a tutti non è garanzia di successo personale e non ci rassicura di essere persone in gamba. Fare, invece, le proprie scelte in autonomia ed essere qualche volta disposti a pensarla anche diversamente dagli altri (purché sia un'opinone che derivi dalla propria testa in accordo con i propri sentimenti e valori e non dalla voglia di emergere dalla massa nel ruolo di bastian contrario per il puro gusto di ostentare una sprezzante diversità) è ciò che ci rende persone degne di stima e considerazione.

 

Note:

[1] Keane ft. K’naan, Stop for a minute, 2010. Link alla canzone: https://www.youtube.com/watch?v=zI9C9j0QgU4

[2] G. Minichiello (2009), Costruire e abitare mondi. Teoria dell’apprendimento profondo, Edisud Salerno, 2009: 60.

[3] Ivi: 61.

[4] G. Minichiello, P. Di Natale, T. Manna (2006), Autobiografia e didattica. L’identità riflessiva nei percorsi educativi, La Scuola.

[5] G. Minichiello (2009), Costruire e abitare mondi. Teoria dell’apprendimento profondo, Edisud Salerno, 2009: 62.

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Happy New Year

Pubblicato da Mada Alfinito il 07/01/2019

Carissimi lettori,

come state? Spero tutto bene!

Nelle ultime settimane, in molti mi avete domandato quando avrei pubblicato un nuovo articolo perché  desiderate leggerne di nuovi. La risposta è semplicemente questa: da fine ottobre del 2018 ad oggi sono stata iper impegnata con lavoro, organizzazione, progetti, collaborazioni e infine con le fatidiche festività natalizie che comportano sempre e comunque la sospensione delle attività feriali ordinarie ed è solo e soltanto per questo che non ho potuto dedicarmi alla stesura di nuovi articoli da pubblicare sul sito.

Avevo davvero molta voglia di condividere con voi ciò che scrivo e a questo proposito ho da darvi una bella notizia: sto scrivendo un saggio che diventerà un libro e non vedo l'ora di presentarvelo! Quindi, è vero che nei prossimi mesi potrei non riuscire a scrivere articoli con cadenza regolare, ma in compenso sto comunque lavorando per voi (oltre che per me, dato che amo ciò che faccio). Occorreranno ancora dei mesi prima che io termini il mio scritto, anche se fondamentalmente sono a buon punto, ma credo che per chi mi segue regolarmente valga la pena avere un po' di pazienza. Vi assicuro che non è per niente facile dover gestire tante situazioni lavorative contemporanemente!

Ciò non vuol dire che smetterò di scrivere sul sito per mesi. A questo proposito, infatti, vi comunico che ho aperto una nuova sezione del sito che ho intitolato 'Lasciati Ispirare'. è una categoria dove, di tanto in tanto, pubblicherò dei post in cui condividerò con voi alcuni momenti della mia vita lavorativa e non solo. Da oggi, quindi, non avrete più soltanto a disposizione gli articoli che comunque continuerò a scrivere, ma potrete leggere dei brevi post dove vi mostrerò le attività che svolgo e in che modo metto a frutto le mie passioni.  Credo che questa nuova modalità non solo possa arricchire di stimoli coloro che sono interessati a ciò di cui mi occupo, ma consentirà anche a me di poter comunicare con i miei lettori con maggiore frequenza.

Detto ciò,  vi comunico anche che a marzo organizzerò un nuovo evento a Roma e non mancherò di farvi sapere i dettagli con largo anticipo non appena avrò definito le modalità con i miei collaboratori.

Vi ricordo, inoltre, che se desiderate avermi come relatrice presso aziende, privati o istituzioni o iniziare una collaborazione lavorativa potete mandarmi una mail al solito indirizzo: alfinito.m@libero.it

Non vedo l'ora di potervi incontrare di nuovo e discutere con voi faccia a faccia di tutte quelle questioni che di solito attanagliano la nostra vita quotidiana e di relazione con la finalità di superare i nostri limiti ed andare sempre oltre e sempre meglio.

Vi saluto ora augurandovi che questo nuovo anno possa essere per tutti un tempo di riflessione, cambiamento e sviluppo interiore.

A presto,

Mada ^_^

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Photogallery: 11 Ottobre 2018, Settimana per il Benessere Psicologico in Campania

Pubblicato da Mada Alfinito il 21/10/2018

 

In fondo alla pagina troverete l'abstract del mio talk scaricabile in pdf e le foto dell'evento :)

 

Il 13 ottobre 2018 si è conclusa la Settimana del Benessere Psicologico in Campania, evento organizzato dall'Ordine degli Psicologi e patrocinato da numerose istituzioni, tra cui la Regione. Vi avevo parlato in dettaglio dell'evento nel precedente articolo: Benessere Psicologico in Campania

Le giornate del benessere sono state per tutti gli organizzatori frenetiche e impegnative, ma allo stesso tempo una bella esperienza per cui è valsa la pena dedicare tante energie. Un caloroso grazie, quindi, va a loro e ai tantissimi professionisti che hanno lavorato in grande sinergia affinché in ogni città della regione Campania tutto potesse essere svolto con precisione e armonia. L'evento ha ricevuto una buona risonanza mediatica e questo è fondamentale perché i mezzi di comunicazione rappresentano uno strumento potente ed efficace per far sì che un numero sempre più grande di persone sia al corrente di iniziative così importanti per lo sviluppo del proprio benessere psicofisico.

Riguardo il convegno dell'11 ottobre di cui sono stata parte attiva soprattutto in quanto relatrice, vorrei riportare in breve la mia esperienza personale. In realtà, la mia è più una testimonianza che un vero e proprio reportage della giornata.

Innanzitutto, il fatto che la mia presenza sia stata richiesta dagli organizzatori proprio nella scuola dove, molti anni orsono, ho vissuto tanti momenti fondamentali per la mia crescita, è stata una coincidenza incredibilmente significativa (come Jung insegna), oltre che estremamente gradita. Tornare dopo 13 anni nel liceo che ho frequentato da ragazzina ha avuto su di me un impatto intenso: non ero lì soltanto in veste di ex-allieva, ma di donna con una formazione professionale e di vita avanzata, sebbene sempre in crescita giorno dopo giorno. Ritengo, infatti, che nel lavoro come nel percorso di crescita interiore personale, non si smetta mai di migliorare ed imparare per fare sempre di più e sempre meglio. Nel liceo Alfano Primo di Salerno ho avuto non solo l'opportunità di studiare le tre lingue che amo e la filosofia a cui sono tanto legata, ma ho coltivato tanti sogni e speranze per il futuro che per una ragazza di soli 18 anni, all'epoca, sembrava incerto e inquieto. è stato molto significativo per me anche il fatto che il mio talk si sia svolto in presenza del bel pianoforte nero che potete vedere nello sfondo delle foto. Sembra ieri, infatti, che la me-ragazzina fuggiva tra una lezione e l'altra in aula magna (l'aula dove mi sono ritrovata nel presente a parlare!) per imparare a suonare proprio quel pianoforte (è ancora lì!) e sembra ieri quando nelle pause o nelle ore buca mi ritrovavo a suonare da sola o in compagnia di alcune mie compagne a cui piaceva ascoltare le canzoni che cantavo per loro.

Un'altra piacevolissima sorpresa è stata ascoltare i commenti della professoressa del liceo Gilda Ricci, la quale ha proferito sul mio conto parole bellissime davanti ai 180 studenti provenienti da diversi istituti che affollavano l'aula e agli adulti esterni venuti di proposito ad ascoltare la conferenza. Gilda mi ha presentata a loro come una professionista in gamba, un modello di impegno, di amore e dedizione allo studio e ai propri sogni. La professoressa mi ha descritta come una donna intelligente e determinata, tenace nel raggiungere i propri obiettivi, innamorata del suo lavoro e una presenza stimolante per imparare a credere nelle proprie capacità e sfruttarle pienamente. Secondo le sue parole, il mio intervento per i ragazzi è stato altamente formativo non solo per le belle nozioni scientifiche che tramite me hanno appreso, ma anche perché mediante il mio esempio di vita e le mie parole riguardo la resilienza si sono sentiti motivati a non scoraggiarsi di fronte alle difficoltà e ai loro limiti e a scegliere con coraggio ed entusiamo il percorso che affronteranno al termine del liceo. Le parole di Gilda mi hanno onorata ed emozionata profondamente e mi hanno nuovamente dimostrato, come frequentemente accade, quanto il mio lavoro sia utile e stimanto da coloro con cui collaboro. Ma questo non è tutto.

Il 12 ottobre 2018 ricorreva infatti il quarto anniversario del mio padre intellettuale Roberto Cordeschi il quale, come ho già sottolineato altrove in questo sito, è scomparso prematuramente nell'anno 2014 lasciando un grande vuoto e una grande sofferenza nel mio cuore per la perdita sia di un mentore che di un caro amico al quale ho confidato costantemente per cinque anni ogni mia perplessità e difficoltà nel mio percorso di studi, lavorativo e persino di vita personale. A quasi quattro anni esatti dalla sua dipartita, è stata per me un'emozione nonchè una soddisfazione profondissima essere presentata in quella scuola come sua degna allieva e venire definita a mia volta un modello per gli studenti, proprio come lui lo è stato per me. In tutto. Nel lavoro e nel privato, lui è stato sempre un modello di comportamento nell'affrontare il mondo e un esempio nel modo di interagire con gli allievi. Tutto ciò che faccio, lo faccio sempre motivata dal pensiero che dovunque egli sia, possa essere fiero di me e veda che ho messo in pratica tutti i consigli che mi ha dato e che tutte le volte che mi ha spronata ad impegnarmi di più per il mio bene non sono state inutili. Dopo tanta attesa e pazienza, il terreno dove egli pose con amorevole cura e un diligente senso del dovere i suoi insegnamenti, è fiorito. Il professore Cordeschi manca molto ed è stato davvero importante per me, a quattro anni dalla sua morte, ritrovarmi come professionista accanto a Chiara D'Alessio, docente dell'Univeristà di Salerno, la quale si occupa da ben 10 anni di neuroscienze affettive (oltre che di psicologia). Chiara conosceva e stimava profondamente il mio mentore e anche questa è stata una bellissima coincidenza significativa.

Un sentito grazie va anche e soprattutto al mio collaboratore Giuseppe Battagliese, anch'egli docente presso l'Università degli Studi di Salerno, con il quale lavoro fianco a fianco da diversi anni. Numerose sono le nostre collabororazioni professionali: lezioni universitarie, convegni con specialisti, incontri con scuole e soprattutto il reciproco contributo nei rispettivi lavori di ricerca.

Non voglio rubarvi altro tempo e spero di non avervi tediato con le mie chiacchiere. Semplicemente, ritenevo importante riportare la mia testimonianza agli attuali 12.000 lettori che da un anno leggono ciò che scrivo (...sì! Prima candelina sulla torta per questo sito web!) di quanto il lavoro e l'impegno personale sono semi che portano frutto e che non deludono mai a patto di non arrendersi di fronte alle difficoltà ed essere pronti a migliorarsi e a mettersi in discussione sempre. Come dice l'autore Massimo Taramasco in uno dei suoi video motivazionali:

"Quando la vita ti colpisce, quando la vita ti ferisce, quando sembra che tutto sia contro di te, è quello il momento di tenere duro."

E io aggiungo che è proprio questo ciò che chiamiamo resilienza!

Buon cammino!

Vi lascio ora ai files che riguardano l'evento.

Cliccando sul link potrete scaricare l'abstract in pdf del mio talk messo agli atti del convegno dell'Ordine degli Psicologi: Atti del Convegno 11 ottobre 2018 Mafalda Alfinito

 

Photogallery

 

 

In foto in ordine da sinistra: Mafalda Alfinito, Salvatore Terralavoro, Giuseppe Battagliese, Chiara D'Alessio, Elisabetta Barone, Mariarosaria Battagliese

 

 

Rassegna stampa. Il quotidiano 'Il Mattino' di Salerno ci ha dedicato uno spazio.

In foto Mariarosaria Battagliese

 

Il saluto iniziale della preside del Liceo Alfano Primo Elisabetta Barone

 

Chiara D'Alessio durante il talk su resilienza e benessere psicofisico

 

Io e Giuseppe Battagliese durante il suo talk su resilienza e bullismo al quale ho fornito un piccolo contributo durante la presentazione. Per motivi di privacy i volti dei ragazzi minorenni sono stati oscurati per non essere riconoscibili. Il benessere dei ragazzi viene prima di tutto.

 

Alcuni scatti del mio talk su Resilienza e Plasticità

 

 

 

 

Alcune slides della mia presentazione:

 

 

 

 

 

 

 

 

Grazie a tutti!

Alla prossima ^_^

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Da Aristotele ai Neuroni Specchio

Pubblicato da Mada Alfinito il 30/09/2018

 

"C'è stato un momento, un istante di estrema calma

in cui lei ha guardato verso di me ed ha detto:

'I see you'. Io ti vedo. L'ultima cosa che mi ha detto.

'Ti vedo.' Non una frase di critica o di disappunto,

solo accettazione e semplice consapevolezza della presenza di un'altra persona.

Heilà, tu sei una persona e io ti vedo."

(Bojack Horseman)[1]

 

So quel che fai non è l’esclamazione intimidatoria di chi ha scoperto il proprio partner a scambiare messaggini con un’altra, ma il titolo del libro scritto da Giacomo Rizzolatti e Corrado Sinigaglia[2] in cui viene spiegata quella che è una delle più interessanti scoperte neuroscientifiche contemporanee.

Se nel diciassettesimo secolo galeotta fu la mela che cadendo da un albero fu di ispirazione a Newton per formulare la teoria della gravitazione universale[3], nel ventesimo secolo grande protagonista e musa ispiratrice di alcuni scienziati è stata invece una banana. Tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, un gruppo di ricercatori coordinato dal prof. Rizzolatti stava conducendo degli studi sperimentali sulla corteccia motoria, quando si trovò d’improvviso ad assistere ad un curioso fenomeno. Il memorabile giorno della scoperta, nella stanza in cui il team era riunito, c’era un cesto di frutta preparato appositamente per lo svolgimento degli esperimenti mediante la partecipazione di un macaco. Quando uno dei ricercatori estrasse dal cesto una banana, la scimmia osservò l’uomo afferrare l’oggetto e in quel momento, pur non essendosi mossa, alcuni dei suoi neuroni motori, monitorati mediante appositi macchinari, reagirono a quello stimolo visivo. La reazione cerebrale del macaco stupì molto i ricercatori in quanto, fino ad allora, era opinione accettata e condivisa in ambito neuroscientifico che i neuroni motori si attivassero solo e soltanto quando il corpo umano (o in questo caso, del macaco) compiva un qualche tipo di movimento. Alcuni neuroni motori del macaco invece avevano risposto alla stimolo senza che l’animale si muovesse, semplicemente osservando l’uomo prendere il frutto. Data l’incongruenza di questo fenomeno con gli assunti precedenti, i ricercatori credettero che gli strumenti tecnici utilizzati fossero guasti e provvidero ad un’accurata verifica. Poco dopo scoprirono con grande sorpresa che tutto funzionava correttamente e che ciò a cui avevano assistito non era stato un errore tecnico ma qualcosa di più. L’esperimento fu ripetuto diverse volte e sempre con lo stesso esito. Si decise di provare allora a farne uno simile monitorando l’attività cerebrale degli esseri umani e così, dinanzi ad ulteriori evidenze positive, fu dato un nome a ciò che oggi chiamiamo neuroni specchio[4].

Ma cosa sono i neuroni specchio e in che modo hanno cambiato la conoscenza che fino agli Novanta avevamo della mente umana? Una prima e dettagliata risposta ci viene offerta dal libro di Rizzolatti e Sinigaglia menzionato poc’anzi e che ritengo fondamentale in quanto è l’autore della scoperta a parlare dei suoi studi e dei suoi esperimenti. Il testo è stato scritto con linearità e precisione per accompagnare il lettore passo dopo passo verso l’esplorazione dei meccanismi cerebrali. Nonostante gli argomenti vengano trattati rendendo scorrevole l’accurata spiegazione dei fondamenti della conoscenza del cervello e la funzione dei mirror neurons, i contenuti sono necessariamente esposti in maniera molto tecnica e ciò rende questo libro piacevolmente fruibile per coloro che si occupano di studi cognitivi, e in particolare di neuroscienze, ma difficile e a tratti faticoso da capire per i non addetti ai lavori.

La portata di tale scoperta scientifica non sfuggì a due ragazzi che quasi dieci anni or sono vennero a conoscenza degli studi del professore e del suo team e che leggendo con grande interesse il testo di riferimento ne furono talmente impressionati che decisero di orientare una parte dei loro studi in direzione di quegli argomenti. Quando Davide Donelli contattò il dr. Matteo Rizzato, era all’epoca uno studente della facoltà di medicina. I due avevano discusso delle loro impressioni riguardo i neuroni specchio e furono concordi sul fatto che questa scoperta, se adeguatamente approfondita e utilizzata, avrebbe potuto avere un impatto altamente positivo nella vita delle persone. Donelli si presentò allora dal professor Rizzolatti comunicandogli l’intenzione di scrivere insieme a Rizzato un libro in cui avrebbero spiegato i neuroni specchio ad un pubblico che di questo argomento conosceva nulla o molto poco analizzandoli “nel loro agire quotidiano” (Donelli e Rizzato 2011, p. 3) e fornendo “a chiunque uno strumento facile e diretto per iniziare da subito ad osservare, riconoscere e gestire le funzionalità basilari di questa scoperta nell’ambito delle relazioni interpersonali” (ivi, p. 6). Il professore si dimostrò inizialmente perplesso dinnanzi al tentativo di due non neuroscienziati di scrivere un testo sulla materia in oggetto, ma diede loro il proprio supporto decidendo di revisionarlo ed eventualmente correggerlo una volta che lo avessero completato. Venne così pubblicato per la prima volta nel 2011 il libro 'Io sono il tuo specchio. Neuroni specchio ed empatia' con il beneplacito e la firma in prefazione del professor Rizzolatti[5].

“Esiste in noi un sistema specchio” -scrivono gli autori- “capace di associare l’immagine che vediamo degli altri alle emozioni che stanno provando” (ivi, p. 4). “Esso consente di rivivere le azioni e le emozioni osservate negli altri all’interno del proprio corpo” (Attili 2017, p. 85)[6]. Ciò vuol dire che “quando vediamo un altro compiere un’azione, dentro di noi si attivano i neuroni specchio che ci fanno 'vivere' l’azione osservata proprio come se fossimo noi ad eseguirla” (Donelli e Rizzato 2011, p. 3).  “Guardando quello che un’altra persona fa, o assistendo a quello che prova, si attivano nell’osservatore le stesse aree cerebrali che nell’altro sono correlate alle sue azioni ed emozioni. Chi guarda reagisce come se fosse lui stesso a eseguire quell’azione o a esperire quell’emozione. Questa classe di neuroni fa sì che, quando un individuo vede un’azione compiuta da un altro, è in grado di comprenderla 'empaticamente' ed è addirittura portato a imitarla” (Attili 2017, pp. 85, 87).

Avete presente la sensazione di sentirvi completamente partecipi delle vicende di un personaggio di un film? Vi sarà certamente capitato innumerevoli volte di guardare un attore o un’attrice assumere dei comportamenti in cui vi siete spontaneamente identificati. Può succedere con qualsiasi tipo di film, dal comico al drammatico ma anche a teatro e ogni qualvolta fruite un media che vi rimanda immagini visive. Osservando il comportamento di uno degli interpreti, ciascuno di noi può rivedere in lui/lei parte del proprio modo di agire, atteggiamenti che riconosce come familiari. Nella nostra mente inizia quindi un processo di identificazione di noi stessi con quel personaggio. Questo fenomeno ben descrive la funzione dei neuroni specchio: quando vediamo un altro compiere un gesto che ci è familiare, riconosciamo ciò che sta facendo e ci immedesimiamo al punto di sentire sulla nostra pelle le emozioni che sta esprimendo.

Ma la scoperta di questo fenomeno è davvero così recente?

Del riconoscimento delle azioni appartenenti al proprio background esperienziale e dell’identificazione con i comportamenti altrui ne parlava già un illustre filosofo secoli or sono. Aristotele (383 a.C.-322 a.C) è uno dei primi a descrivere il concetto di mimesi, ovvero di imitazione. “Imitare è conforme a natura” (4.1448b, 20), sostiene l’autore nella sua Poetica.In primo luogo l’imitare è connaturato agli uomini fin da bambini, ed in questo l’uomo si differenzia dagli altri animali perché è quello più proclive a imitare e perché i primi insegnamenti se li procaccia per mezzo dell’imitazione” (4.1448b, 5-8). Tra le forme di imitazione che l’uomo può produrre egli afferma l’importanza del teatro e in particolar modo della tragedia. Secondo il filosofo, infatti, “la tragedia è imitazione non di uomini ma di azioni e di un’esistenza” (6.1450a, 15). Essa è “imitazione di una azione nobile e compiuta […] di persone che agiscono […], la quale per mezzo della pietà e del terrore finisce con l’effettuare la purificazione di cosiffatte passioni” (6.1449b, 25-28). L’essere umano osservando gli attori svolgere determinate azioni le riconosce come sue, empatizza con i personaggi, si sente vicino alle loro esperienze, le introietta e il suo umore cambia allineandosi a quello veicolato dell’azione messa in scena. L’osservazione del comportamento degli attori durante lo svolgimento della tragedia genera ciò che Aristotele ha definito catarsi: lo spettatore che rivive in sé stesso quelle azioni ne capisce l’intenzione e la finalità e se queste gli hanno scaturito turbamenti dovute al ricordo di eventi che hanno su di lui un impatto psicologico profondo, le rielabora e, infine, se ne sente liberato.

È grazie alle sofisticate moderne tecniche di brain imaging[7] se oggi abbiamo la possibilità di provare o confutare scientificamente ciò che anticamente era soltanto un assunto teorico nell’ambito degli studi sulla cognizione. La scoperta dell’esistenza di un sistema specchio ha permesso alla scienza, alla filosofia e alle scienze cognitive di avvicinarsi ancora di più e convergere su dei punti essenziali per il progresso della conoscenza del cervello umano e delle sue funzioni. Mediante i passi in avanti compiuti dalle neuroscienze, l’empatia ha cessato di essere una capacità che si manifesta dentro di noi in modo misterioso e inspiegabile ed ha iniziato ad essere osservabile in alcuni dei meccanismi che le danno origine. Le conoscenze attuali ci dimostrano, giorno dopo giorno, che i pensieri e le emozioni non sono evanescenti movimenti di una mente inafferrabile ma nascono nel nostro cervello, lo plasmano, guidano e modellano la nostra vita e i nostri comportamenti.

In quanto filosofa della scienza ho a cuore la divulgazione scientifica e prima di concludere questo articolo mi soffermo brevemente sui motivi per cui consiglio il libro di Davide Donelli e Matteo Rizzato come primo passo per iniziare a conoscere i neuroni specchio in caso non siate esperti del settore:

•     'Io sono il tuo specchio' è stato revisionato e corretto dall’autore della scoperta in persona, il prof. Giacomo Rizzolatti, e questo è per tutti un forte indicatore che i contenuti trattati sono fedeli a quanto già precedentemente era stato enunciato dal ricercatore e dal suo team riguardo i mirror neurons;
    L’estrema chiarezza nell’esposizione. Nei primi due capitoli del libro gli autori sono riusciti a spiegare con periodi semplici e parole essenziali alcuni meccanismi cerebrali molto complessi ma basilari per apprendere cosa sono i neuroni specchio. Non è da tutti riuscire a far questo e mi complimento con loro;
•    Questo testo non ha come unica finalità la semplice spiegazione di una scoperta scientifica, ma si propone come strumento per fornirci la consapevolezza di cosa c’è veramente in gioco quando interagiamo con gli altri. Dal secondo e terzo capitolo si evince che la comunicazione interpersonale è in grado di veicolare stati d’animo che sono capaci davvero di cambiare le nostre giornate, nel bene e nel male. In un mondo in cui chi comunica le sue emozioni in maniera più forte ed incisiva inevitabilmente trascina con sé coloro che si sentono in un dato momento più vulnerabili ed influenzabili, 'Io sono il tuo specchio' è un utile alleato per iniziare a comprendere quanto sia importante gestire le nostre emozioni per non farci sopraffare da quelle degli altri. Perché se è vero che quando siamo in compagnia di persone di cui ci fidiamo e che ci fanno stare bene, affidarci emotivamente ai loro gesti e ai loro discorsi è fonte di scambio profondo di emozioni positive che producono in noi un vero e proprio benessere psicofisico, è altrettanto vero che nel mondo lì fuori ci sono tantissime persone tristi, arrabbiate, frustrate e incattivite con le quali spesso è inevitabile doverci avere a che fare e che costantemente ci influenzano negativamente provando a vincere con la forza battaglie a colpi di atteggiamenti svalutanti esplicitati mediante parole inopportune, ricatti emotivi, comportamenti passivo aggressivi e silenzi indecifrabili ed è proprio in momenti delicati come questi che la ricerca scientifica può venire in soccorso della nostra umana fragilità.

Recentemente ho avuto modo di fare due chiacchiere con il dr. Rizzato. Ci siamo confrontati a lungo su quanto discusso nel suo libro e di lì si è creato uno scambio di opinioni sul modo in cui intendiamo e viviamo i processi comunicativi. L’idea personale che mi sono formata sull’autore in seguito alle nostre chiacchierate è di un uomo che esprime il suo sistema di credenze con incisività e risponde con prontezza alle istanze del suo interlocutore. Aperto e disposto a conoscere il parere dei suoi lettori, accoglie i commenti esterni come un’opportunità per migliorare il suo lavoro. La soddisfazione più grande che un lettore possa ricevere è quella di sapere che il libro che sta leggendo è stato scritto con una sincera passione per gli argomenti trattati. Questo libro ha, a mio parere, anche questo requisito e vi saluto invitandovi ancora una volta alla sua lettura e a quella delle prossime pubblicazioni dei suoi due autori a cui porgo i miei sinceri auguri per gli studi e le ricerche future.

 

NOTE:

[1] Bojack Horseman, stagione 5, epsiodo 5, Netflix.

[2] Rizzolatti G., Sinigaglia C., So quel che fai. Il cervello agisce e i neuroni specchio (2006), Raffaello Cortina Editore.

[3] La mela cadde davvero sulla testa di Newton o è soltanto una leggenda? Scopritelo a questo link:

https://www.corriere.it/scienze/10_gennaio_18/mela-newton-non-leggenda_b6153f6a-0428-11df-9eeb-00144f02aabe.shtml

[4] Il racconto della vicenda della scoperta dei neuroni specchio è descritta in dettaglio su Wikipedia. Vi lascio il link: https://it.wikipedia.org/wiki/Neuroni_specchio Quando ho scritto l'articolo, però, volevo essere certa che l'aneddoto fosse vero in quanto non potevo verificarne io stessa la fonte. Ho chiesto allora a Matteo Rizzato se potesse darmi una risposta e lui ha affermato che il racconto "leggendario" della scoperta dei neuroni specchio è vero.

[5] Donelli D., Rizzato M., Io sono il tuo specchio. Neuroni specchio ed empatia, Edizioni Amrita, 2011.

[6] Attili G., Il cervello in amore. Le donne e gli uomini ai tempi delle neuroscienze, Il Mulino Bologna, 2017.

[7] Le tecniche di brain imaging (o mental scanning) sono strumenti che permettono di ottenere delle immagini riguardanti l'attività cerebrale di un soggetto durante lo svolgimento di un compito cognitivo, motorio e persino immaginativo.

[8] Il quadro esposto tra le immagini sopra è un particolare della 'Scuola di Atene' dipinta da Raffaello Sanzio tra il 1509 e il 1511. Gli uomini dipinti al centro della scena sono Aristotele e Platone.

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Benessere Psicologico in Campania 8-13 Ottobre 2018

Pubblicato da Mada Alfinito il 28/09/2018

 

Carissimi lettori,

come promesso ecco che vi segnalo il primo incontro di questo nuovo anno lavorativo.

Ho avuto l'onore e il piacere di essere stata invitata a partecipare come relatrice durante la Settimana del Benessere Psicologico in Campania, evento patrocinato dalla Regione e dai Comuni aderenti all'iniziativa.

L'evento organizzato dall'Ordine degli Psicologi della Campania prevede il susseguirsi di meeting e attività in ciascuna città della regione Campania nei giorni che vanno dall'8 al 13 ottobre 2018.

Il tema portante di tutta la settimana del benessere è la RESILIENZA intesa come capacità di affrontare e superare le difficoltà e gli eventi traumatici riorganizzando positivamente il proprio vissuto o le relazioni con la comunità di appartenenza.

Tra i diversi giorni disponibili per partecipare all'evento, il mio intervento è stato richiesto l'11 ottobre 2018 presso il Liceo Alfano Primo di Salerno alle ore 9.00.

In quanto filosofa della scienza e comunicatrice, la mia partecipazione avrà lo scopo di completare il discorso psicologico affrontato dagli altri relatori professionisti trattando argomenti appartenenti alle disicpline neuroscientifiche. Il mio talk sarà quindi dedicato alla correlazione tra resilienza e neuroscienze, ovvero introdurrò i partecipanti alla comprensione dei fattori neurofisiologici che influenzano il nostro modo di vivere e reagire agli eventi della vita.

La giornata sarà introdotta dalla dirigente scolastica Elisabetta Barone e dalla presidentessa dell'Ordine degli Psicologi Antonella Bozzaotra.

Seguiranno i talk dei relatori:

- Giuseppe Battagliese (Ph.D), psicologo e psicoterapeuta specializzato in Terapia Assistita con gli Animali, in particolare con il cavallo, socio fondatore dell'Associazione Parco del Cilento e docente presso l'Università degli Studi di Salerno. Il prof. Battagliese ci parlerà della resilienza nell'ambito dell'abuso e del bullismo;

-Mariarosaria Battagliese, psicologa specializzata nella Terapia Assistita con gli Animali, in particolar modo con il cavallo e il cane. La bravissima Mariarosaria spiegherà l'importanza della resilienza nella formazione degli educatori e degli operatori;

-Chiara D'Alessio (Ph.D), psicologa e psicoterapeuta, docente presso l'Università degli Studi di Salerno. La prof.ssa D'Alessio ci farà approfondire il tema della resilienza come elemento fondamentale per il benessere psicofisico degli individui;

-Gilda Ricci, dott.ssa in pedagogia e sociologia, professoressa presso il Liceo Alfano Primo di Salerno. L'esperta prof. ci parlerà della relazione resiliente tra docente e studente;

-Salvatore Terralavoro, psicologo, specializzato in Psicologia della Comunicazione e del Marketing. Salvatore spiegherà l'importanza della resilienza nell'ambito della sessualità vissuta da persone disabili;

-Mafalda Alfinito, dott.ssa in Scienze della Comunicazione e dott.ssa in Filosofia, filosofa della scienza, esperta di comunicazione e traduttore scientifico. Il mio intervento sarà il coronamento di quanto detto dai miei colleghi: mentre ognuno di loro affronterà il tema della resilienza da una prospettiva psicologica e comportamentale, io mi occuperò di introdurre questo concetto dal punto di vista neurologico. Durante il mio talk scopriremo come la resilienza sia una preziosa risorsa che trova il suo fondamento nel nostro cervello. Sì, avete capito bene! La capacità degli esseri umani di reagire ed adattarsi ai cambiamenti positivi e negativi della vita trova la sua origine in quella caratterisitca cerebrale chiamata PLASTICITà. Il nostro cervello è capace di modificare la sua struttura fisica e alterare le sue funzioni in base agli stimoli che riceve dal mondo esterno ed è capace di guarire o ammalarsi in base alle sostanze chimiche che secerne.

Prima di salutarvi vi lascio il link del sito dell'Ordine degli Psicologi della Campania dove potete scaricare la brochure in pdf di tutta la settimana del benessere, città per città, in modo tale da poter scegliere a quali eventi partecipare: https://www.psicamp.it/index.asp?page=brochure-sbp2018

Vi aspettiamo,

Mafalda ^_^

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Traguardo Visualizzazioni e Sito Nuovamente Disponibile

Pubblicato da Mada Alfinito il 10/09/2018

 

10.100  volte GRAZIE!

 

CARISSIMI lettori,

non ci sono parole per esprimere la gioia di questo nuovo traguardo. Questo sito internet è stato aperto meno di 11 mesi or sono ma sin da subito il contatore ha iniziato a scorrere veloce fino a quando è arrivata la splendida notizia che avete visitato questo sito la bellezza di ben

DIECIMILACENTO

volte fino ad oggi (data in cui scrivo 10/09/2018).

Cosa dire?

Innanzitutto, che sono felice che il sito sia di nuovo online. Come molti di voi avranno notato, nelle ultime tre settimane il sito non è stato visibile. Si è verificato un problema tecnico ed è stata necessaria una urgente manutenzione. Essendo stata una cosa improvvisa non mi è stato possibile comunicare pubblicamente il disagio. Fortunatamente, tutto è stato risolto: ho dei collaboratori fantastici e li ringrazio di cuore per tutte le volte che sono presenti nei momenti più impegnativi e delicati.

Grazie di cuore anche ai miei lettori che, vedendo il sito offline, non hanno esitato a contattarmi per segnalarmi il guasto dicendomi, inoltre, che non vedevano l'ora di tornare a leggere i miei articoli e ad essere aggiornati dei miei incontri.

Sono felice di questo traguardo raggiunto perché mi fa capire che ciò che scrivo è arrivato forte e chiaro fino a voi. Come ho già scritto precedentemente nel mio about (link: Chi Sono ) ciò che conta veramente per me è poter esprimere ciò che vivo e che sento e condividere le mie esperienze, i miei continui studi e la mia profonda sete di conoscenza di ciò che giace in profondità con coloro che sono alla ricerca di senso e che sono curiosi di guardare il mondo da una prospettiva diversa per valutare poi in autonomia come sia più giusto vivere la propria vita, dove e in che cosa trovare la propria soddisfazione.

Detto questo, non mi resta che invitarvi a "restare collegati" in attesa che vi presenti le attività di questo nuovo anno lavorativo che è ormai alle porte.

A presto,

Mafalda ^_^

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Uomini Dubbiosi e Impazienti Sirenette

Pubblicato da Mada Alfinito il 26/07/2018

 

"Non ho smesso di pensarti,

vorrei tanto dirtelo.

Vorrei scriverti che mi piacerebbe tornare,

che mi manchi

e che ti penso.

Ma non ti cerco.

Non ti scrivo neppure ciao.

Non so come stai.

E mi manca saperlo.

Hai progetti?

Hai sorriso oggi?

Cos'hai sognato?

Esci?

Dove vai?

Hai dei sogni?

Hai mangiato?

Mi piacerebbe riuscire a cercarti.

Ma non ne ho la forza.

E neanche tu ne hai.

Ed allora restiamo ad aspettarci invano.

E pensiamoci.

E ricordami.

E ricordati che ti penso,

che non lo sai ma ti vivo ogni giorno,

che scrivo di te.

E ricordati che cercare e pensare sono due cose diverse.

Ed io ti penso

ma non ti cerco."

 

Ho trovato questa poesia tempo fa in giro per il web. Molti l'attribuiscono a Charles Bukowski ma ciò potrebbe non essere vero. Per la questione della paternità dei versi, vi rimando a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=nx4waFT0T8A

Nella descrizione al video, l'utente Youtuber ha riportato la fonte della sua ricerca su tale questione. Anche se non sappiamo chi sia l'autore del testo, leggere questi versi è indubbiamente emozionante: chi vive una situazione simile a quella descritta può certamente capire la morsa che attanaglia lo stomaco nel ricordare certe situazioni della propria vita.

Il poeta Charles Bukowski era notoriamente una persona a cui piaceva l'alcol. Siamo a conoscenza di questa sua passione attraverso le sue opere e non solo. Se questa poesia fosse stata scritta da lui e io avessi avuto l'onore e il piacere di conoscerlo di persona, avremmo avuto una conversazione che sarebbe andata probabilmente in questo modo: "Charles! Ma cosa stai facendo! Esiste al mondo una donna che ti piace così tanto e la lasci andare via così? Ti sei bevuto il cervello oltre che un doppio whisky? A proposito: cin cin! Ma no, cosa sto dicendo! Non posso brindare con te perché sarebbe come se ti stessi mostrando di essere d'accordo col tuo modo di agire. E invece non lo sono per niente. Perché te ne stai qua imbambolato davanti al tuo quaderno di appunti? Non lo sai che ogni minuto che passa potresti perdere la donna della tua vita? Credi che ci vorrà ancora molto prima che qualcuno noti quanto sia bella e te la porti via? Sei un uomo abituato a stare nel mondo, tra donne e stimoli sempre diversi e proprio tu non riesci a fare a meno dell'adrenalina e dell'eccitazione che solo lei ti provoca con il suo sguardo, con quello che fa e che dice. Accidenti a te, Charles! Perché continui a fissare il bicchiere mezzo vuoto della vita? (Perché tanto quello pieno te lo sei già scolato) Coraggio, muovi le chiappe e corri subito da lei! Non vivere più con questo tormento."

A quanto pare, non essendo Bukowksi l'autore della poesia, è probabile che questo dialogo non si sarebbe svolto tra bicchieri di liquore e sigarette accartocciate ancora fumanti in un posacenere. Chissà, forse il vero autore ha scritto questi versi in uno stato di totale sobrietà, lontano da tutto e tutti. Forse, per parlargli avrei dovuto semplicemente bussare con garbo alla porta della sua stanza e chiedergli di poter entrare. è possibile che avrei visto allora un uomo malinconico seduto in fondo ad una mansarda molto preso dal fissare il nulla fuori dalla finestra in preda al dubbio e al tormento di non sapere cosa fare. A quel punto, comprendendo la fragilità del poeta e la delicatezza di tale situazione, mi sarei avvicinata con fare modesto, mi sarei posta in piedi davanti a lui sotto la flebile luce di una lampada e di una pallida luna al di là del vetro. Gli avrei sorriso e lo avrei guardato con comprensione, lui mi avrebbe fissata a sua volta in silenzio con gli occhi tristi e spaesati. In quel momento, avrei allungato le mie braccia verso di lui e appoggiato le mie mani su entrambe le sue spalle e poi, con altrettanto garbo ed eleganza, gli avrei urlato: "Vuoi muovere o no il culo dalla sedia e andare da lei?"

E niente, forse sarei stata una pessima consulente per entrambi ma, credetemi, nemmeno la vista di un bradipo che si arrampica per raggiungere la cima di una canna di bambù posta a 50 cm dal suo naso può essere tanto estenuante quanto guardare un uomo indeciso. I bradipi, almeno, hanno quel musetto così dolce che sembra che vi stiano sorridendo in ogni momento[1]. Un uomo indeciso sul cosa fare con voi, invece, ogni volta che vi vede pare che gli sia appena scoppiato un incendio negli slip: prima assume in volto l'espressione del panico, poi va in autocombustione e da lì non si capisce mai dove la cosa andrà a parare.

Secoli di romanticismo e letteratura strappalacrime hanno dipinto davanti ai nostri occhi un quadro ben diverso dalla poesia in questione: un uomo innamorato sa sempre chi e che cosa vuole. Gli uomini nella fase di conquista e del corteggiamento sono esseri impavidi che farebbero qualsiasi cosa per avere la proprietà esclusiva della donna da cui si sentono attratti. Di questa opinione si è fatto portavoce uno dei miei film preferiti che ho citato precedentemente in un altro dei miei articoli[2]: La verità è che non gli piaci abbastanza (2009). Nella breve scena che vi propongo di andare a guardare (cliccando su questo link https://www.youtube.com/watch?v=vMSB37rrlTs ), Gigi si rivolge ad Alex per un consiglio: il ragazzo con cui è uscita, Connor, non l'ha richiamata nonostante siano passati più di sette giorni dall'ultima volta che si sono visti. Alex vuole essere schietto e sincero con Gigi per evitare che lei si illuda e le dice in modo cinico ma diretto che se lui non l'ha richiamata è perché lei non gli piace abbastanza. "Se un uomo non ti chiama, non vuole chiamarti" dice. E poi ancora: "Se un uomo si comporta come se non gliene fregasse un cazzo di te, non gliene frega un cazzo di te davvero." Inoltre, Alex dice a Gigi che qualche volta accade che un uomo eviti di contattare una donna non perché non sia interessato a lei, ma perché ci sono realmente dei motivi per cui non può farlo. Ma questa è l'eccezione, un'eccezione rara per giunta, e non la regola. E non è bene illudersi: la stragrande maggioranza delle donne, tra cui la stessa Gigi, a detta di Alex è e sarà sempre la regola. Secondo l'opinione di questo personaggio, quando un uomo si innamora di una donna farà di tutto per stare con lei. Non importa chi dei due sia già in coppia, non importano le differenze di età, religione, sesso e ceto sociale. Non importa nemmeno se lui è onnivoro e lei invece è una respiriana[3]. Se un uomo ha perso la testa per te, vorrà liberarsi da tutti i suoi vincoli per stare con te. Farà di tutto per fartelo capire e, come dirà Alex in un secondo momento, si inventerà qualsiasi banale scusa per guardare negli occhi almeno per un istante la donna della sua vita.

Ho sentito molto spesso le donne accusare la Disney per averle fatte crescere sin da bambine con delle aspettative sugli uomini fin troppo elevate che le hanno poi inevitabilmente deluse: coraggiosi, determinati e soprattutto decisi a combattere contro qualsiasi ostacolo pur di salvare la donna che amano. Eppure, basterebbe ricordare il film de La Sirenetta per discolpare Walt Disney da un tale crimine contro l'umanità. In questa scena (di cui vi suggerisco il link https://www.youtube.com/watch?v=iQdCnpWStOA ), il principe Eric ed Ariel sono in barca e sono finalmente soli soletti... è un momento incredibilmente emozionante per quella ragazza. Ma ci pensate: si è innamorata di lui a prima vista, un travolgente colpo di fulmine, e da allora non fa altro che pensarlo. Contrariamente ai consigli dispensati dalla maggior parte dei consulenti sentimentali, non è stata lì ad aspettare una sua telefonata (e come potrebbe? In fondo al mar non esistono i ripetitori delle compagnie telefoniche). La nostra eroina ha nuotato più veloce che poteva per andare da lui. Ma c'è un limite: non è umana. Ha le pinne, è una sirena. Non solo non può camminare e stare troppo tempo lontana dal mare, ma potrebbe essere scambiata da lui per un mostro! Ma lei è là, e non c'è proprio verso di dimenticare quell'uomo. E così, in un mondo fantastico dove non esiste la chirurgia plastica, la Sirenetta va da Ursula la strega per farsi aiutare ad acquisire un bel paio di gambe che non passeranno mai inosservate, in modo tale da poter andare sulla terra ferma e conquistare l'uomo che le piace. In cambio di questo, Ariel dovrà perdere la sua bellissima voce e restare muta (cosa che potrebbe davvero far felice un uomo, in fondo) ma lei è perdutamente innamorata e pur non sapendo se sarà mai ricambiata dal principe, accetta lo scambio e con il suo nuovo fisico taglia 42 raggiunge l'imbarcazione del bello e impossibile (che scoprirà poi avere anche un sacco di soldi! Tutto sommato -penserà tra sé- ho fatto un buon investimento).

Ma le cose non sono mai semplici come si pensa e Ariel pagherà con la sua delusione, l'illusione di aver creduto che flirtare con il bel principe l'avrebbe condotta a stare con lui davvero. Infatti, dopo i primi e intensi approcci platonici tra i due, arriva il momento topico in cui lei sta finalmente per mettergli le pinne, cioè volevo dire le mani, addosso. Come dicevo, infatti, i due sono in barca ed è un momento perfetto. Il team di pesce fresco all you can eat della principessa sirena è li accanto a lei di nascosto per aiutarla nella sua impresa: è forte infatti il terrore dei familiari della ragazza che arrivi single a 40 anni. I due sono faccia a faccia: lei vorrebbe dichiarargli il suo amore ma non può perché non ha la voce e tocca quindi a lui ora prendere in mano le redini della situazione e decidere finalmente se mettere un punto oppure un bacio a tutta quella storia. Ma lui cosa fa? Nulla. è attratto da lei, la desidera, ma non prova nemmeno a sfiorarle la mano. Ariel è stravolta, non sa più che cosa pensare. Ha disobbedito a suo padre, ha nuotato per chilometri, fatto affari con una strega e rinunciato ad una voce splendida che avrebbe fatto eccitare qualsiasi tritone nei paraggi del suo scoglio in cambio di un paio di piedi misura 39 che la condanneranno ad una vita di shopping frustrante (il numero 39 infatti è quello che solitamente sparisce per primo nei negozi di scarpe). E per che cosa? Per un uomo che sta lì e non le dà nemmeno la mano?

La situazione è critica e occorre far qualcosa. è il momento di passare all'artiglieria pesante. In casi come questo occorre ben altro che un completino intimo di pizzo. Gli amici di Ariel si improvvisano musicisti e cantautori e iniziano ad intonare una canzone: "Sha la la la la la BACIALA!" Lui inizia a sentire qualcosa intorno a sé, degli strani suoni e lo chiede a lei (è sempre meglio chiedere prima un centinaio di conferme, per carità!). Ma lei non può parlare. I cantanti allora insistono con parole allusive e lui, tipico uomo, fa finta di non recepire il messaggio. Ma quando tutto ormai sembra perduto, qualcosa finalmente si muove. L'attrazione tra i due è troppo forte e lui capisce finalmente che deve baciarla. Si avvicinano, lei è visibilmente eccitata e trepidante (e te credo, con quello che le è costato!). Il respiro di uno è ormai nel respiro dell'altra. E poi... niente. La barca si rovescia e cadono in mare.

THE END

Ci sono voluti un gabbiano, tre anatre, tre tartarughe, undici grilli, tre fenicotteri, cinque rane, due pellicani, due cicogne, una svariata quantità di piccoli pesci e lucciole, un pesce diventato giallo a furia di rodersi il fegato, un crostaceo in crisi d'identità che non sa se si sente più aragosta o più granchio e dieci chili di cozze per far capire a lui che era il momento di farsi avanti con quella ragazza, per arrivare poi a cosa? Un buco nell'acqua, e purtroppo non in senso figurato. Personalmente, è stato dopo aver visto questo film che ho capito perché il pesce fresco costa così tanto: un intero branco non solo è capace di metterti in piedi dal nulla un'orchestra intonata per tutte le occasioni, ma è capace di essere persino più persuasivo di Alberto Castagna ai tempi del programma televisivo Stranamore (1994). Da allora, ho anche capito perché i veri animalisti sono così contrari a tenere i pesci chiusi in un acquario: per quelle povere e innocenti creature di Dio sarebbe un'agonia lenta e dolorosa dover assistere continuamente agli incontri sentimentali della propria padrona che torna a casa emotivamente frustrata ogni volta che l'uomo con cui flirta e le manda continuamente segnali di alto gradimento da mesi non si decide a fare un passo ma, al contrario, prima si dice d'accordo a volere un contatto con lei e poi si tira indietro.

Perché è proprio questo il punto: un uomo che non ha interesse per una donna, segnali non gliene manderà né ora né mai. La donna in questione potrà passare tutte le ore che vuole in compagnia delle amiche a cercare di decodificare quel puntino dopo il "ciao" ricevuto nel suo messaggio, ma quel 'ciao' resterà sempre e soltanto un 'ciao' senza nessun significato ulteriore alla buona educazione e lui davvero non la richiamerà mai. Ma, sfortunatamente, il mondo non è fatto soltanto di questi stupendi e ammirevoli uomini dicotomici capaci di dirti 'sì' o 'no' al momento giusto e nel posto giusto senza prenderti in giro. Il mondo è invece popolato da centinaia e centinaia di pseudo Bukowski che tutti i santi giorni pensano ad una donna che amano segretamente da tempo e alla quale non osano dire finalmente di sì.

Per noi donne, c'è da perderci veramente la testa in casi come questi. Se fai il primo passo, ti dicono: "Ma cosa fai! L'uomo è cacciatore, vuole conquistare la preda. Lascia che il primo passo lo faccia lui!" Se aspetti come una sfinge egiziana immune all'erosione del tempo che sia lui a fare la prima mossa, ti sentirai dire: "Eh ma come sei antiquata! Nel ventunesimo secolo stai ancora lì ad aspettare che un uomo faccia il primo passo? Diglielo che ti piace! Poverino... Chissà che problemi avrà..." E se ti fai chilometri in treno solo per vederlo e dirgli che sei lì per lui, per sapere come sta, ti dicono: "Ma che sei disperata? Non sarà mica l'unico uomo sulla faccia della Terra!" Se invece resti a casa tua e aspetti che lui venga da te... beh, invecchi. E invecchia anche lui. Ed è davvero un peccato che il tempo passi così, senza goderne.

Eppure, i segnali che Alex ha elencato durante tutto il film esistono. Sai che non ti inganni e li riconosci perché questi uomini quando stanno con te non fanno altro che guardarti negli occhi profondamente, ti parlano con velate allusioni, cercano il tuo contatto fisico, ti dicono che ti apprezzano, ti parlano del loro passato, vogliono farti ridere alle loro battute stupide, quando ci sono altre persone nella stanza continuano a fissare solo e soltanto te e si interessano di quello che fai. Sempre. Anche se non sei presente, anche quando tu non lo sai. E tu li ami a tua volta, non perché ti fanno cacciare quella pazienza biblica che nemmeno Giobbe è mai riuscito ad avere in 42 capitoli dell'Antico Testamento. No. Un uomo così, quando ti capita, lo ami perché lo hai amato sin dal primo giorno che lo hai visto, per alcune poi è stato persino sentire quel famoso quanto leggendario tac nella testa di cui soltato pochi eletti hanno potuto dire: "Sì. Esiste!". Lo ami per il modo con cui potevi parlare in maniera disinvolta per ore (anche se a volte ti si abbassava un po' la voce per l'eccitazione) e per il fatto che ti abbia conosciuto meglio lui in così poco tempo che tutti gli uomini che di solito frequenti per mesi e mesi. Lo ami perché sai che potresti stare ad elencare per ore tutti i difetti che hai visto in quella persona, ma sai anche riderci sopra ogni volta che la malinconia ti viene a trovare e la rabbia prende il sopravvento. Perché l'amore è così: inspiegabile. Una persona piomba all'improvviso nella tua vita e da allora qualunque cosa tu faccia lei è sempre con te, nel tuo cuore e nei tuoi pensieri anche se non la vedi da tanto. E ti domandi se sta bene, se ha passato una buona giornata, se ha realizzato le sue aspirazioni e anche se ti prende la tristezza perché sai che potrebbe aver scelto un'altra rispetto a te, continui ad augurargli tutto il bene del mondo e a scrivere di lui, di quanto sia per te infinitamente bello e a volte  ti fermi in silenzio per ricordare il suono della sua voce che ti piace tanto e che non scordi mai.

Non è sempre vero, quindi, che se un uomo non ci chiama è perché non è interessato. Quando l'interesse è stato esplicitamente dimostrato (ma non è questa la sede in cui approfondire la tipologia di tali segnali), occorrerebbe allora capire quale sia il motivo della chiusura dell'altro nei nostri confronti e perché sia in una fase di stallo. Per capire ciò, è fondamentale un dialogo tra le parti ma questo spesso è difficile perché esporsi può essere imbarazzante. Abbassare le proprie difese non è mai facile per nessuno. Allo stesso tempo però, resistere all'altro che a sua volta ci ama non è una buona soluzione perché l'amore è come un fiume, vuole fluire, rendere fertili le rive che tocca e farle fiorire. Non vuole cambiarci, ma trasformarci valorizzando le nostre potenzialità. Per realizzare questa sua aspirazione però, occorre aver fiducia che il grembo della persona che ci ama vuole accoglierci non per privarci della nostra identità ma per avvolgerla ed esaltarla in un immenso e profondo abbraccio che cura e genera la voglia di viversi intensamente. Imparare a fidarsi dell'altro è una sfida che può creare timori e grandi perplessità ma chi ha il coraggio di varcare ancora la soglia nonostante le delusioni del passato, non è detto che non possa ricevere delle piacevoli sorprese.

Per concludere, vi lascio alla vostre riflessioni in compagnia di un link con una canzone trasmessa durante il secondo episodio della quarta stagione della bellissima serie tv Bojack Horseman in onda su Netflix e vi scrivo in basso la traduzione che ne ho fatto. A presto :)

I will always think of you by Jane Krakowsy and Colman Domingo

https://www.youtube.com/watch?v=96lwAGESRAY

 "Ti penserò sempre,

Vedo il tuo viso quando mi torni in mente

E i giorni scorrono veloci (oh, così veloci)

Ma i ricordi, quelli restano.

Estate, Inverno, anno dopo anno (anno dopo anno)

Ascolterò la canzone dentro le mie orecchie

Provando a ricominciare (sarebbe una cosa intelligente da fare)

Ma il pensiero di te ha preso il mio cuore.

Non voglio essere sola adesso,

aspettando il momento giusto.

Ho bisogno di qualcuno con tutto il cuore

E, tesoro, tu saresti sublime.

Primavera e Autunno, su e giù (su e giù),

Continuo a provare a fuggire da questa città.

E potrei farlo (prenderò il volo)

Forse domani, non stanotte.

 

Note:

[1] Vita da bradipo: https://www.youtube.com/watch?v=DPq-ZmugpOI

[2] Quand'è il Momento Giusto per un Nuovo Primo Appuntamento

[3] Respirianesimo: https://it.wikipedia.org/wiki/Respirianesimo

 

 

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Photogallery Comunicazione Interpersonale e Manipolazione - 26 maggio 2018

Pubblicato da Mada Alfinito il 10/05/2018

 

La photogallery è in fondo alla pagina :)

 

Per festeggiare l'anniversario dei miei primi due anni di attività come public speaker ho pensato per voi ad un vero e proprio mini corso di formazione! ^_^

Clicca per SCARICARE IL PDF con il PROGRAMMA DELL'EVENTO: scarica il programma

Questa volta parleremo insieme di comunicazione manipolativa. La finalità del workshop è quella di fornirvi gli strumenti di base affinché siate in grado di iniziare a comprendere la natura profonda delle vostre relazioni. Moltissimi di noi sono oggi consapevoli che non sempre le persone con cui interagiamo hanno la scopo di relazionarsi a noi in maniera trasparente e onesta. Il problema è che, anche se siamo razionalmente consapevoli che incontrare sul nostro cammino un tale tipo di persone sia un imprevisto altamente probabile nella vita, non ci rendiamo conto che molte di quelle persone le abbiamo già incontrate e interagiscono con noi continuamente. Amici, familiari, partner, colleghi di lavoro, mentori e conoscenti dietro a parole apparentemente cortesi e opportune nascondono spesso l'intenzione di manipolarci e la cosa sconvolgente è che noi, pur percependo in modo sottile di essere a disagio con queste persone, non ci rendiamo affatto conto di quanto in realtà stia accadendo in quel momento nella nostra vita e in che modo l'altra persona stia subdolamente cercando di invadere il nostro spazio vitale. Ma come fare a riconoscere queste persone e soprattutto quali sono gli schemi comunicativi che esse utilizzano per manipolarci?

Nelle ore che trascorreremo insieme vi parlerò proprio di questi argomenti e insieme indagheremo quali sono le strategie manipolatorie più comunemente usate. Tutto ciò vi insegnerà a muovere i primi passi per diventare consapevoli di ciò che realmente accade quando entrate in relazione con gli altri. L'acquisizione di questi schemi comunicativi di base non solo vi renderà più sicuri di voi stessi aiutandovi ad evitare di cacciarvi in situazioni in cui vi sentite malsanamente vincolati a qualcuno, ma vi aiuterà anche a gestire in maniera più efficace i bei rapporti che già intrattenete con le persone a voi care. Infatti, sebbene chi amiamo crede ciecamente al nostro amore e si fida di noi, molto spesso con il nostro atteggiamento e le nostre parole riusciamo involontariamente a ferirli. Apprendere le nozioni di base che vi mostrerò durante il workshop vi aiuterà quindi a migliorare anche ciò che di bello esiste già nella vostra vita.

E allora, cosa state aspettando a partecipare?!?

Pongo l'attenzione sul fatto che il mio workshop sarà come sempre interattivo e la seconda parte di esso sarà per voi un'occasione per esporre liberamente le vostre situazioni di vita specifiche in modo tale da poter mettere in pratica sin da subito ciò che apprenderemo.

 

 Il workshop si terrà il giorno

sabato 26 maggio 2018

dalle ore 15.00 alle ore 19.00 (momento break incluso)

 

La location che questa volta ho scelto è il bellissimo e accogliente

B&B Casa Zen Rome

La Casa Zen di Massimiliano Pasquali è l'ideale per coloro che vogliono trascorrere le proprie giornate a Roma ritagliandosi uno spazio di tranquillità e armonia all'interno del caos quotidiano della città. La trovate anche su Booking. Questo è il link con il video Youtube dove potete vedere con i vostri occhi la nostra splendida location:

https://www.youtube.com/watch?v=1yqXeQkMM0s

Casa Zen si trova in Via Costantino Maes, 50 - Roma

Potete arrivarci con la metro linea B scendendo a Piazza Bologna oppure, con la stessa linea, potete fermarvi a Tiburtina. Casa zen è raggiungibile da entrambe le stazioni metro in 10 minuti a piedi o con autobus.

Vi chiedo la cortesia di prenotarvi all'evento mandando una mail al seguente indirizzo alfinito.m@libero.it specificando il vostro nome, cognome e numero di partecipanti.

L'ingresso è gratuito

Il workshop è adatto a uomini e donne di qualsiasi età.

Cos'altro dire? Siamo molto emozionati per questa nuova collaborazione con Casa Zen e vi aspettiamo con la gioia propria di chi fa il suo lavoro con passione.

Per ulteriori info potete scrivermi utilizzando l'indirizzo mail sopra citato.

A presto!
Mada ^_^

 

 

ALCUNE SLIDES DEL CORSO:

 

 

 

 

 

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Chi è il Maker Digitale e Cosa Fa?

Pubblicato da Mada Alfinito il 07/05/2018

Questo articolo è ciò che io definisco il manifesto dell'artigianato 2.0.

è stato scritto da me nel 2015 per l'associazione Open Makers Italy presso cui do il mio contributo da ben 4 anni come filosofa della scienza, addetta alla comunicazione e all'organizzazione eventi. Website: http://www.openmakersitaly.org/

Facebook: Open Makers Italy

Il mio articolo è stato apprezzato e richiesto da diversi siti esperti che trattano di tecnologia, per cui lo riporto in questa sezione. Come per tutti i contenuti di questo sito internet, i diritti sono riservati.

 

Le mani sono uno strumento fondamentale per entrare in contatto con il mondo che ci circonda. Le mani toccano, le mani percepiscono. Mediante il tatto, quello che tocchiamo acquista un volto, un’identità. Le superfici delle cose ci raccontano come è fatto il mondo. I recettori presenti sulla nostra pelle mandano impulsi al cervello ogni qualvolta tocchiamo qualcosa e in esso vengono elaborate innumerevoli informazioni riguardo ciò che abbiamo toccato. Non appena questi impulsi vengono elaborati sorgono in noi emozioni, sensazioni, pensieri, idee e valutazioni su come è fatto il mondo, categorizzazioni e desideri che appartengono solo a noi e a nessun altro.

Per definizione, un artigiano è colui che crea con le mani.

L’artigiano è un esteta: dal greco aisthetés, ovvero colui che percepisce. E per i greci, percepire, era arrivare dritto al cuore. Ma l’esteta è in epoca moderna, più che nella Grecia antica, anche colui che è alla ricerca del bello e di esso ne fa un vero e proprio culto.

Makers’ è un neologismo con il quale si indica una categoria di persone che amano creare nell’ambito delle nuove tecnologie: gli artigiani digitali. Essi realizzano strumenti e apparecchiature tecnologiche di qualsiasi tipo.

Qualcuno potrebbe domandarsi: “non è improprio definire queste persone artigiani?”

I makers realizzano progetti utilizzando le mani proprio come le altre categorie di artigiani. Che sia un software o una macchina o un robot, l’uso delle mani è fondamentale. Alcune volte, quando il prodotto finale che essi realizzano è digitale, è concettualmente difficile inquadrare queste persone come creatori di qualcosa che sia paragonabile ad un prodotto fatto a mano. Eppure lo è perché quando un maker crea, le sue mani lavorano abbinando la materia a circuiti, elettricità, numeri ed espressioni algoritmiche. Essi lavorano ad un livello che potremmo definire quasi astratto in quanto gli elementi appena citati, pur essendo per la maggior parte immateriali, produrranno alla fine risultati applicabili concretamente nella vita quotidiana.

Inoltre, se un artigiano è anche un esteta, deve privilegiare nella sua opera la ricerca del bello. Il più delle volte constatiamo, invece, che i prodotti tecnologici fai da te raramente soddisfano l’esigenza degli occhi di trovare la bellezza. Infatti, per questi artigiani, ciò che davvero conta è la prestazione del prodotto e non il suo involucro. Ciò non accade per noncuranza o assenza di ricercatezza nel gusto. Al contrario, data l’abilità delle mani e dell’intelletto di un maker di lavorare ad un livello quasi del tutto astratto, la bellezza suscitata dalla sua opera non si manifesterà nella visione immediata dell’applicazione ma su un piano altrettanto immateriale.

Il motivo che spinse gli antichi greci ad iniziare le loro speculazioni filosofiche fu la meraviglia che essi provavano, nel bene e nel male, davanti alle cose che li circondavano e di cui non sapevano dare una spiegazione. Ebbene, quando si è davanti ad una esposizione di prodotti tecnologici ognuno di noi resta sempre stupito di fronte a quello che l’uomo può creare. Ciò che un artigiano digitale produce suscita meraviglia perché ognuno di noi si domanda in segreto come sia stato possibile produrre un qualcosa di così complesso e creativo allo stesso tempo. Osservare queste realizzazioni fa sperare e credere che nell’uomo ci sia qualcosa di grande perché partendo dal quasi immateriale è riuscito a creare strumenti concreti che favoriscono il progresso di tutta l’umanità. Ci si sente forse un po’ dèi, nel senso di creatori, che dal nulla producono qualcosa che avrà importanti effetti pratici nella vita delle persone. È qui, quindi, che incontriamo il bello. Il bello ricercato dai makers è lo stupore. I makers rendono possibile la contemplazione delle idee. Ancora una volta le mani producono qualcosa e suscitano emozioni. L’artigianato digitale arriva dritto al cuore.

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La Prova della Solitudine e l'Attesa del Cinghiale Bianco

Pubblicato da Mada Alfinito il 31/03/2018

 

Dedico questo articolo al mio amico A.A. di soli 31 anni, scomparso nel mese di marzo del corrente anno dopo anni di tribolazione interiore.

Rest In Peace.

 

"Cari fratelli dell'altra sponda, cantammo in coro giù sulla terra,

amammo in cento l'identica donna, partimmo in mille per la stessa guerra.

 Questo ricordo non vi consoli, quando si muore si muore soli."

(Fabrizio De Andrè)[1]

 

L'Eracleia è un antico poema greco scritto da Pisandro di Rodi intorno al 600 a.C. ed è in questo testo che sono probabilmente collocate quelle che sono comunemente chiamate le 12 fatiche di Ercole. Ho detto probabilmente collocate perché questa non è ancora un'ipotesi certa in quanto il testo di Pisandro andò perduto e delle fatiche si trovano soltanto tracce sparse nei testi di diversi autori antichi.

Eracle proveniva dalla stirpe di Perseo ed essendo il primo discendente di essa era stato destinato da Zeus a diventare re. La moglie di Zeus, Era, voleva però che non fosse Eracle a diventare re bensì Euristeo, anch'egli nato dalla stirpe di Perseo. La dea fece in modo che Euristeo nascesse con due mesi di anticipo e che la nascita di Eracle ritardasse di tre, in modo tale che il trono andasse invece ad Euristeo. Molti anni dopo, Euristeo era re di Tirinto e Micene mentre Eracle si era sposato ed aveva avuto una prole. Era decise nuovamente di far danno ad Eracle e gli procurò un attacco d'ira tale che egli uccise moglie e figli. Quando riprese di nuovo le sue facoltà mentali, l'uomo si rese conto di ciò che aveva fatto e per il dolore e la vergogna andò a vivere in solitudine lontano dal mondo. Suo cugino Teseo lo convinse, allora, ad andare dall'Oracolo di Delfi, il quale disse ad Eracle che per espiare la sua colpa avrebbe dovuto compiere delle imprese che gli sarebbero state commissionate proprio da Euristeo che gli aveva rubato il diritto al trono. Una volta portate a compimento le imprese, Eracle avrebbe potuto ricevere il dono dell'immortalità. 

Le fatiche di Eracle non sono soltanto la narrazione di un mito: con il tempo, esse hanno assunto un significato allegorico e sono state utilizzate come un modello nel quale ogni individuo alle prese con un percorso di crescita personale può immedesimarsi e rispecchiarsi.

Le 12 prove furono queste (per approfondimenti vedi https://it.wikipedia.org/wiki/Dodici_fatiche_di_Eracle):

  1. uccidere l'invulnerabile leone di Nemea e portare la sua pelle come trofeo;
  2. uccidere l'immortale Idra di Lerna;
  3. catturare la cerva di Cerinea;
  4. catturare il cinghiale di Erimanto;
  5. ripulire in un giorno le stalle di Augia;
  6. disperdere gli uccelli del lago Stinfalo;
  7. catturare il toro di Creta;
  8. rubare le cavalle di Diomede;
  9. impossessarsi della cintura di Ippolita, regina delle Amazzoni;
  10. rubare i buoi di Gerione;
  11. rubare i pomi d'oro del giardino delle Esperidi senza sapere dove andare;
  12. portare vivo Cerbero, il cane a tre teste guardiano degli Inferi, a Micene.

Come è facile dedurre, nemmeno io sono sfuggita al fascino di questa allegoria che mi ha tenuto spesso compagnia nei mesi precedenti all'interno del contesto della mia crescita personale. Proprio perchè ho potuto apprezzare io stessa la validità di tale mito, vorrei invitarvi oggi a focalizzarvi sulla quarta impresa di Eracle: la cattura del cinghiale di Erimanto.

Questa prova è una di quelle più disarmanti per la profondità del suo significato, eppure ci viene narrata con incredibile brevità ed essenzialità: la storia si svolge infatti senza colpi di scena e senza particolari spiegazioni e partecipazione di ulteriori personaggi. Semplicemente, questo nero cinghiale viveva sul monte Erimanto e terrorizzava tutti gli abitanti della zona. Eracle, al contrario delle altre prove in cui l'eroe deve inventarsi artifizi e stratagemmi pur di catturare i nemici che ci vengono descritti come invincibili, riesce a prendere il cinghiale con estrema velocità: nulla ci viene raccontato della durata e delle modalità con cui si è svolta la caccia e nulla veniamo a sapere dei sentimenti che l'eroe prova nel trovarsi faccia a faccia con questo terribile animale che aveva gettato una intera regione nel terrore. Questi elementi invece, ci vengono forniti con dovizia di particolari nel racconto delle altre prove: siamo infatti a conoscenza delle caratteristiche del feroce e invulnerabile leone di Nemea, dell'abilità nella fuga della sacra cerva di Cerinea oppure della pericolosissima Idra di Lerna che tra tutti i mostri incontrati da Eracle era tra quelli più inquietanti, soprattutto se pensiamo alla simobologia allegorica che ad essa può essere attribuita (non è questa però la sede per approfondire tali argomenti).

Eracle, quindi, riuscì a prendere il cinghiale e si recò fieramente da Euristeo per mostragli il frutto della sua fatica, il riscatto per raggiungere la tanto sospirata libertà interiore, ma con sua profonda sorpresa accadde che lo stesso spavaldo Euristeo corse a nascondersi terrorizzato in una botte non appena vide il mostro che l'eroe teneva tra le mani. La prova si concluse quindi a favore di Eracle, il quale potè chiedere al re quale fosse l'impresa successiva da affrontare.

Il fatto che Euristeo sia corso a nascondersi in una botte alla vista dell'animale è davvero degno di nota, in quanto Ercole aveva già ucciso mostri con poteri terrificanti nelle prove precedenti e altri ancora ne avrebbe dovuti affrontare per ottenere la libertà, ma quel cinghiale, che non aveva alcun potere speciale se non un furioso animalesco isitinto omicida, è l'unica preda alla vista della quale Eursiteo scappa. Se il fatto che egli fugga dinnanzi a tale vista può essere spiegato come una reazione umana naturale e istintiva essenziale ai fini della conservazione della specie (l'animale infatti era ancora vivo quando era stato portato alla sua presenza e non morto come i mostri precedenti), è davvero singolare invece il momento che si trova a vivere Eracle durante questa scena, la quale ci racconta molto di più di quanto sembri ad una prima occhiata.

Innanzitutto, perchè Eursiteo scappa? Cosa aveva quel cinghiale di tanto più terribile dell'Idra o del leone di Nemea? La risposta l'abbiamo in parte già svelata: il fatto che il mostro fosse ancora vivo e quindi ancora potenzialemtne pericoloso giustifica in parte i timori di Euristeo. Ma c'è di più: l'Eracleia, infatti, non è solo la narrazione di un mito ma, al pari dell'Iliade e dell'Odissea, i significati celati dietro ogni singolo elemento del poema hanno lo scopo di condurre il nostro sguardo oltre i confini della nostra vita interiore che siamo soliti guardare. Nella mitologia greca, il cinghiale nero era visto da sempre come simbolo della morte e dell'oscurità in lotta con la luce a causa delle sue abitudini notturne e della colorazione scura del manto. Tra tutti i mostri affrontati quindi, sebbene le sembianze e la ferocia lo rendessero sicuramente meno inquietante rispetto ad essi, era per i greci invece proprio quello che rappresentava in assoluto il concetto di morte. E che cos'è infatti la cosa più terribile che ogni essere umano rifugge continuamente durante tutta la vita, fa impallidire i più temerari, indietreggiare gli spavaldi, ammutolisce i presuntuosi e davanti alla quale nessuno, nemmeno l'uomo più ricco e potente della terra, può reggere il confronto? Di certo solo e soltanto la morte.

In questa scena vediamo quindi Ercale tenere con le sue possenti mani il feroce e irrequieto cinghiale. Anche se dalle fonti non ci viene detto nulla a riguardo, è facile immaginare che egli avesse fatto una fatica immane per catturarlo. Sicuramente, in quegli istanti, egli aveva messo in gioco tutte le sue forze, aveva dovuto fare nuovamente appello a tutte le sue abilità in combattimento e aveva anche certamente dovuto far rivivere tutte le sue speranze di non soccombere prima di aver ottenuto l'immortalità e di non morire dannato interioromente a causa del suo senso di colpa. Ma alla fine l'eroe ci riesce e per la quarta volta consecutiva va da Euristeo a riportare la vittoria. Possiamo tranquillamente immaginare senza ingannarci quest'uomo trionfante e raggiante, stanco e con ancora tanta adrenalina in circolo a causa di forti emozioni come la paura della morte, il pericolo, il senso di urgenza di portare a termine la missione, la disperazione, la fede negli dei e la speranza che per lui possa ancora esserci un domani di pace.

Eracle arriva da Eursiteo: è orgoglioso di aver superato la sfida posta dal suo rivale ma d'un tratto l'Eracle all'apice della soddisfazione resta solo. Euristeo corre a nascondersi nella botte ed egli si ritrova da solo con un animale ancora legato e ansimante tra le mani. E qual è l'unica cosa al mondo che ci fa tremare il cuore e poi lo rende freddo come il ghiaccio, placa tutti i nostri sensi, ci allontana dalle persone amate, spinge a naconderci e a barricarci in un silenzio che è una voragine e ci fa sentire impotenti e senza più controllo sulla nostra vita se non la solitudine?

Il legame tra solitudine e morte è più stretto di quanto si pensi e il regno animale ce lo mostra continuamente: ad esempio, quando un gatto percepisce che la sua vita volge al termine, si allontana di proposito dal luogo in cui vive e va morire in solitudine. Ma la morte non è connessa alla solitudine solo quando un qualsiasi essere vivente si ritrova fisicamente solo nel momento del trapasso. Essa è una questione personale dinnanzi a cui ognuno si ritrova solo con se stesso anche in mezzo a tanta gente e molto spesso, poi, è proprio la solitudine che spinge gli individui a cercare la morte.

Il senso di solitudine che è dentro ciascuno di noi può diventare così forte da alienarci all'interno della nostra stessa realtà, ci fa sentire dei superstiti, abbandonati a noi stessi pur camminando in mezzo a tante persone e attanaglia così tanto l'anima che pur respirando e continuando a vivere ci fa sentire come se fossimo costantemente ad un passo dalla morte. La solitudine vive in ciascuno di noi. In alcuni cresce così tanto che divora ogni prospettiva di felicità e di vita causando depressione e ogni sorta di tormento interiore. Ma la solitudine è anche una scintilla, è quello sguardo gettato sul vuoto che sentiamo dentro ed è in quel vuoto, che nel silenzio e nelle circostanze della vita si fa sentire forte, che dorme una richiesta profonda da parte del nostro io di vivere e diventare persone autentiche. Solo se si ha il coraggio di guardare dentro quella caverna buia interiore è possibile risorgere a nuova vita e trovare quegli strumenti adatti a vivere nella pace, una pace e una gioia che solo la consapevolezza del proprio posto e della propria missione nel mondo sanno donare. Quando la vita si svuota di senso, eccoci allora alienati e distanti da coloro che camminano con noi, i quali ci sembrano sempre troppo indaffarati nelle mille attività della propria vita per pensare a noi. Questa visione distorta degli altri ci spinge erroneamente a credere che il nostro dolore sia unico e che nessuno al mondo possa comprendere come ci sentiamo. Ignoriamo invece che anche le persone accanto a noi coltivano un senso di solitudine profondo nonostante sembrino apparentemente felici e sempre in movimento.

Se aprissimo la nostra mente e i nostri occhi sulla possibilità di considerare che ognuno di noi è solo con se stesso, allora rinunceremmo alla vanità di sentirci unici nel nostro dolore e inizieremmo ad aprirci con gli altri e a guardare al senso di solitudine non come un nemico che spinge alla morte, ma come ad un'opportunità per risorgere alla vita, perchè essa emerge proprio ogni qualvolta dimentichiamo che la missione di vivere è data a ciascuno in modo esclusivo, personale ed irripetibile e nessuno potrà mai svolgere il compito al posto nostro.

Anche Eracle è rimasto solo per tutta la sua vita affrontando una difficoltà dopo l'altra a causa di una dea che non voleva lasciarlo in pace. Il suo tenere il feroce cinghile tra le mani in quella stanza dove non c'è più nessuno, nemmeno il mandante della sua missione, è l'emblema del fatto che ognuno di noi è solo con se stesso non solo dinnanzi alle prove della vita ma anche nel momento del trionfo perchè la vita e la morte sono una questione individuale e privata, una responsabilita che possiamo assumerci solo e soltanto noi e che nessuno potrà gestire per noi. Eracle tocca con le sue mani nude il simbolo della morte, ed è proprio perchè guarda in faccia la morte, domina l'oscurità e riesce ad emanciparsi da uno dei timori più grandi per ogni uomo, che l'uomo-eroe è nuovamente solo. Non ha nemmeno la soddisfazione di vedere il suo nemico impallidire in viso. Per lui c'è solo il silenzio e la consapevolezza che quella prova è un passo in più verso la libertà e infatti non esita a chiedere quale sia la successiva impresa. La quarta fatica è il superamento del senso di solitudine, la presa di coscienza che la vetta è tutta da scalare e non c'è tempo per i rimpianti, per le paure e per gli attaccamenti a ciò che è stato, non c'è tempo per implorare attenzione da chi non è in grado di darcela. La quarta fatica è la transizione verso i nuovi cambiamenti dell'eroe; dopo questa prova, infatti, egli incontrerà tanti nuovi personaggi ancora ma la fermezza e la solidità acquisita nel tempo della solitudine gli permetteranno di arrivare alla meta dell'immortalità con fierezza recuperando la stima di sé che le prove della vita gli avevano fatto perdere.

Se per i greci il cinghiale nero era simbolo di morte e tenebre interiori, per i celti il cinghiale bianco era considerato magico ed era il simbolo di un'era di prosperità e benessere. In tante altre popolazioni e anche nella tradizione cristiana il cinghiale simboleggia virtù, forza interiore e valore in combattimento. Lo sa bene il cantautore Franco Battiato che nel 1979 ci ha regalato la bellissima canzone 'L'era del cinghiale bianco'. Così, nell'attesa che per ognuno di voi lettori arrivi un'era del cinghiale bianco nel vostro cuore, vi lascio con questa meravigliosa e suggestiva canzone.

https://www.youtube.com/watch?v=q2QjxWtN3vg

 

Note:

[1] Il Testamento, Fabrizio De Andrè (1963)

https://www.youtube.com/watch?v=4wOSHpJrm_M

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Amare è Breve, Procastinare è Lungo

Pubblicato da Mada Alfinito il 21/01/2018

 

Ricordate la scena del lungometraggio d'animazione Alice nel Paese delle Meraviglie (1951) della Walt Disney in cui un buffo coniglio bianco col panciotto e un orologio corre disperato? Eccola qui: https://www.youtube.com/watch?v=pvmnB2pg3TQ

Nel doppiaggio italiano il Bianconiglio, in preda al panico per il ritardo, esclama ripetutamente come un mantra: "è tadi! è tardi! è tardi!"

Diamo invece un'occhiata a cosa viene effettivamente detto dal Bianconiglio nella versione originale della storia, ovvero nel libro Alice's Adventures in Wonderland (1865) di Lewis Carrol. L'autore fa usare al suo frettoloso personaggio questa espressione:

"Oh dear! Oh dear! I shall be too late!"

Notate nulla di particolare?

In italiano, questa frase viene di solito tradotta letteralmente con:

"Ohimè! Ohimè! Ho fatto tardi!"

Ad un primo sguardo, questa traduzione sembra essere corretta. In realtà, benché essa sia giusta, non comunica al lettore il vero senso della frase e questo non per mancanza di abilità del traduttore, bensì a causa della lingua italiana che in questa circostanza presenta un limite che non ci permette di intedere pienamente cosa intendesse Carrol con quella esclamazione.

Focalizziamoci brevememte sulla grammatica inglese (vi prometto che non ci metteremo molto!):

In questa lingua, particelle come 'shall' e 'will' sono entrambe verbi modali usati per esprimere un'azione che si svolgerà nel futuro.

La differenza sostanziale tra le due sta nel fatto che will è utilizzata per dichiarare che un'azione si svolgerà con certezza. Nel caso del Bianconiglio, se la frase fosse stata 'I will be too late', noi avremmo inteso che lui farà certamente tardi e che la sua ansia sia dovuta esclusivamente al fatto che ormai si sono verificate tutte le condizioni perché arrivi in ritardo nel luogo in cui è diretto.

Ma Carrol, nel suo libro, ha preferito usare shall ed è quì che il discorso cambia. Questa particella viene usata dagli inglesi come una esortazione. Nella sua esclamazione, il Bianconiglio non sta semplicemente esprimendo la certezza che farà tardi. Con quella parolina-shall-sta comunicando emozioni forti come ansia, paura, angoscia, allerta. Il fatto che lui farà tardi non è più soltanto una certezza, un mero imprevisto finito per errore sulla sua tabella di marcia. Il Bianconiglio sta comunicando a noi, a tutti, che muoversi è necessario. Shall è un'esortazione molto più che una certezza. L'urgenza di far presto è un bisogno impellente e non soltanto l'esclamazione nevrotica di chi, come molti, è sempre in ritardo ai suoi appuntamenti; è un appello universale a non farci scivolare il tempo dalle mani.

Ma cosa c'entra questo con l'amore?

In realtà c'entra perché oggi vi parlo del problema del procastinare.

Questo verbo deriva dal latino 'procastinàre' composto da 'pro', cioè avanti e 'crastinus' che è aggettivo di 'cras', ovvero domani con in aggiunta la desinenza 'tinus'. Letteralmente, procastinare significa rimandare a domani.

E fin quì niente di nuovo per nessuno, in quanto procastinare è un atto che tutti noi svolgiamo frequentemente. A chi non capita nella vita di tutti i giorni di dover fare delle semplici e banali attività che, a causa della nostra pigrizia o della noia, ci mandano in crisi al solo pensiero di doverci muovere in quella direzione? Procastinare però quasi mai è un bene perché, a furia di rimandare sempre tutto, l'effetto collaterale è di aggiungere stress su stress alla nostra psiche la quale, essendo consapevole che affrontare un certo compito sia necessario, viene fagocitata dall'ansia. Essa si ritrova così a focalizzarsi su un unico elemento, il quale diventa un punto fisso che ruba tutta la nostra attenzione facendoci disperdere energie a discapito di altre cose importanti. Inoltre, rimandare il da farsi a volte può metterci in difficoltà non indifferenti: a chi non è capitato di avere una scadenza, come ad esempio un lavoro o una bolletta da pagare, e non avendolo fatto prima per futili motivi si è ritrovato con una forte carica di agitazione a causa della paura di non farcela in tempo? Lo sanno bene soprattutto coloro che hanno fatto del lo-farò-domani un vero e proprio stile di vita (tranquilli, non mi sto riferendo al lo-farò-domani del mettersi a dieta!) al punto che devono rivolgersi ad un esperto che li aiuti sia nella gestione del loro tempo, sia a capire il perché di certi comportamenti che non riescono più a controllare.

Procastinare, però, non smette mai di stupirci per le sue sorprendenti implicazioni, nemmeno in amore: l'abilità di rimandare ad un domani difficilmente collocabile nei calendari dei prossimi 5 anni un'azione di vita quotidiana può arrivare a coinvolgere anche la sfera emotiva. Nel mezzo del cammin di nostra, spesso rocambolesca, vita sentimentale alla ricerca dell'anima gemella, capita frequentemente di incontrare quelli e quelle che potremmo definire gli eterni indecisi dell'amore. Queste persone, che mettono a tacere ogni dibattito sessista di genere perché sono rappresentanti di un fenomeno che vede coinvolti senza discriminazione sia uomini che donne nel ruolo di grandi protagonisti, coltivano da tempo immemore la sublime arte del non decidere mai niente, soprattutto in amore.

Nei miei precedenti articoli vi ho parlato dei grandi campioni del salto in alto dell'amore, i quali balzano da un partner all'altro non appena fiutano che la situazione potrebbe diventare per loro emotivamente ingestibile. Ma cosa dire dei grandi maratoneti sentimentali che puntualmente, non appena c'è da prendere una decisione oppure fare un semplice passo in avanti in una conoscenza o in una relazione, fuggono impietriti a gambe levate? Questi individui che spesso sono visti dall'opinione comune come dei mostri frigidi e insensibili sono in realtà così pieni di ansie e di paure che farebbero diventare il Bianconglio pallido e ansioso più di quel che già è.

Questi campioni della corsa, che io chiamo procastinatori dell'amore, si trovano frequentemente di fronte ai grandi dilemmi che la matrigna natura Leopardiana gli pone costantemente innanzi. Per loro, la vita sembra essere un grande bluff, una presa in giro, in quanto si trovano di continuo di fronte a scelte troppo radicali per la loro indole insicura. Lo lascio o non lo lascio? Scelgo l'altra o la mia partner? Inizio una relazione con una persona che mi piace oppure la chiudo ancor prima di iniziare? Mi dichiaro a quella persona o fingo di essergli amico? Devo baciarla o mi rifiuterà? Potremmo andare avanti all'infinito nell'elencare tutte le possibili situazioni in cui un uomo o una donna si trovano enormemene in difficoltà perché non sanno cosa fare.

La soluzione migliore per tutte le persone coinvolte in una situazione del genere è nuovamente solo e soltanto una: attendere. Ancora una volta, un po' di sana sincerità con se stessi e un po' di riflessione unite ad un ascolto dei propri sentimenti più profondi può essere di grande aiuto per tirarci fuori dai guai.

Il problema è quando un soggetto, anziché prendersi del tempo costruttivo per capire quale sia la cosa che desidera davvero, mette la relazione in stand-by. Lo stand-by non è semplicemente una pausa:  è un seppellire sotto la sabbia una situazione mascherandola con il fasullo nome di riflessione. Detto in maniera più concisa, mettere una persona in stand-by è:

-Tenere un piede in due scarpe. Non sempre coloro che rimandano una decisione si allontanano del tutto chiudendo per un tempo indefinito la comunicazione con l'altro. Molto più spesso, questi soggetti continuano a stare nella relazione dandovi però uno scarso contributo. Anziché decidere con maturità di distaccarsi del tutto, anche solo temporanemante per chiarisi le idee, essi continuano a stare con il partner assicurandosi così che l'altro non lo lasci (infliggendogli così anche la pena di subire una relazione non appagante). In questo modo i procastinatori non dovranno avere paura di rimanere soli perché qualunque cosa facciano hanno posto il partner in condizione di essere a loro disposizione senza fare assolutamente nulla per lui/lei;

-Una via di fuga. Molto spesso, per evitare di affrontare un argomento scottante, certe persone abbandonano di punto in bianco il campo senza dare alcuna spiegazione all'altro. Nella loro testa, queste persone sono convinte che un giorno decideranno qualcosa ma, proprio come l'arrivo dell'Apocalisse, a nessuno è dato sapere né il come, né il quando. Di conseguenza, questo modo di fare è anche

-Una mancanza di rispetto. Nessuno merita di essere tratatto con freddezza e indifferenza dopo che ha dato il suo contributo al rapporto in modo pulito e sincero;

-Un atteggiamento narcisistico. Coloro che prendono la via della fuga senza comunicare all'altro sentimenti e motivazioni sono costantemente concentrati su loro stessi. Ciò che conta è sempre e soltanto il loro dolore, la loro insicurezza, la loro mancanza di serenità, la loro indecisone, i loro dubbi, i loro sentimenti fregandosene altamente del fatto che forse anche l'altro ha dei sentimenti che possono venire feriti e dei bisogni. Nessuno può imporre a questi poveri cuccioli impauriti che debbano fare per forza qualcosa che non vogliono, ma curarsi solo di ciò che fa bene a loro stessi (cioè fuggire per non affrontare la situazione) ferendo consapevolmente l'altro è come guardarsi in uno specchio e rimanere imbambolati a fissarsi per ore come narcotizzati;

-è decisamente poco sexy, sia per gli uomnii che per le donne. I grandi amatori che si ritirano silenziosamente dalle scene credendo che il loro fascino rimarrà così inalterato nelle sublimi fantasie della persona da cui si allontanano si sbagliano perché, in realtà, non c'è niente al mondo di così poco femminile o virile che vedere una persona incapace di assumersi delle responsabilità nei confronti del proprio partner. è sempre meglio che un rapporto termini dopo averci provato e mostrato tutto il meglio e il peggio di se stessi piuttosto che giunga ad una fine senza chiarimenti generando rancori e distruggendo quella che sarebbe potuta restare un'amicizia o almeno una bella forma di convivenza civile;

-Non porta all'innamoramento, al contrario fa disinnamorare. Il mito che chi si allontana induce l'altro a desiderarlo ancora di più è ingannevole e ancora troppo radicato nel pensiero comune. Inizialmente, è vero che la tensione spinge il partner a provare ancora più desiderio e trasporto per chi nella coppia si tira misteriosamente indietro o sta con un piede dentro e uno fuori dalla relazione.  Ma stare con un partner che un giorno c'è e l'altro non si sa, se all'inizio genera voglia di recuparare il rapporto, con il tempo anche l'innamorato più paziente della Terra si stancherà e questo non accade per mancanza d'amore ma perchè nessuno vuole essere uno zerbino per sempre. Tutti abbiamo voglia di un partner che stia con noi completamente, senza nasconderci dubbi o perplessità e per ogni uomo o donna che ci lascia o che sta con noi senza darci il 100% che meritiamo ce ne sono molti altri là fuori pronti ad amarci per quello che siamo e a darci quello di cui abbiamo bisogno per sentirci emotivamente appagati. Come si dice: tutti sono utili e nessuno è indispensabile ma i procastinatori d'amore, troppo presi a pensare ai grandi dilemmi della loro vita, non lo hanno ancora capito;

-Denota una grande paura. Coloro che rimandano sempre il momento in cui faranno quel messaggio o quella telefonata per dire all'altro cosa passa loro per la testa in realtà sono terrorizzati dalla conseguenza delle loro azioni. Sia che agire li porti ad un beneficio come trovare finalmente la persona giusta o dire addio ad una con cui le cose ormai non vanno bene da troppo tempo, sia che debbano fare un'ammisisone di colpa per un loro comportamento, ne sono terrorizzati. La tristezza fa loro paura, ma ciò che fa loro ancora più paura è essere felici.

E quindi, cosa fare in quesi casi?

Innanziutto, se una persona si tira indietro senza spiegazioni, cambia repentinamente idea su di noi, trascura delle cose importanti per noi o ci fa capire di avere dei blocchi nei nostri riguardi è bene chiedere un confronto per capire e cercare di chiarirsi. Se questo confronto viene negato oppure, come in molti casi accade, ci vengono raccontate solo un mucchio di balle allora è bene prendere le distanze. Ma questo non basta perché certi atteggiamenti feriscono e spesso non si sa come reagire.

è necessario allora rendersi conto che il problema non è la persona che viene allontanata senza un motivo valido, ma chi la allontana. Non è colpa vostra se una persona a cui state dedicando la vostra attenzione con amore e rispetto decide di rinchiudervi in un limbo dove voi siete indotti ad attendere quando lui o lei, forse, si degneranno di decidere cosa fare del vostro rapporto, che sia amicizia o che sia amore. Non siete voi che non siete amabili, sono queste persone che non sanno come ci si comporta quando si ama. Gli eterni indecisi sono persone piene di paure e drammi personali radicati indietro nel tempo ma così come non spetta a voi salvarli o aiutarli, nemmeno a loro spetta usarvi come il bidone della spazzatura delle loro frustrazioni emotive. Sì, perché tirarsi indietro lasciando un altro senza risposte, senza parole e senza possibilità di parlarne è un modo di scaricargli addosso le proprie scorie interiori tossiche, è un modo subdolo e disonesto di far sentire inadeguata una persona che invece è meravigliosa soltanto perché è lui o lei che si sente inadeguato/a e non sa come affrontarvi.

Nei libri che sono attualmente in commercio che trattano di disagi emotivi e sociali, non si fa altro che tentare di spiegare il perché certe persone agiscano in un certo modo, perché si comportino da vigliacchi o da stronzi, quali sono i grandi traumi che potrebbero aver subito quando succhiavano il latte dal biberon ma questi libri, seppure utili e fondamentali anche per quelli che hanno bisogno di capire certi meccanismi al fine di difendersi da chi potrebbe fargli del male, non devono mai essere usati per giustificare i comportamenti di coloro che calpestano la nostra persona senza rispetto.

Diventare uomini e donne veri significa impare a convivere con i propri drammi interiori e la vera grandezza di un uomo o di una donna sta nell'imparare a soffire lasciando intatta la propria dignità e quella dell'altro e senza vergognarsi di dimostrarsi vulnerabili.

Il Bianconiglio di Carrol aveva capito una cosa fondamentale: nella vita ci sono situazioni in cui è inevitabile arrivare in ritardo ad un appuntamento. A volte, nessuno può evitare che certi ostacoli si verifichino lungo il cammino. Ma si può affrontare una scelta in due modi: essere consapevoli che forse si arriverà tardi perché si hanno dei limiti, sentirsi troppo imbecilli per poter dare di più a qualcuno e decidere di scappare lontano anche da se stessi oppure si può scegliere di agire come il Bianconiglio, che pur consapevole di avere dei limiti che lo porteranno inevitabilmente a far tardi, non manca di presentarsi all'appuntamento perché far presto è un imperativo, è l'esortazione della nostra coscienza ad essere presenti a noi stessi. Fuggire ci priva della possibilità di vivere esperienze profonde che possono cambiare radicalmente, e spesso in meglio, una vita che troppe volte ci sembra priva di possibilità.

Se "amare è breve" e "dimenticare è lungo" (Pablo Neruda), ancora più lungo e dannoso è procastinare perché di quell'amore che una volta esisteva non ne rimane nulla, nemmeno il felice ricordo.

 

 

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Quand'è il Momento Giusto per un Nuovo Primo Appuntamento?

Pubblicato da Mada Alfinito il 04/01/2018

 

"Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo."

Cantava l'Ecclesiaste(1) molto tempo fa e ciò che diceva è senz'altro vero anche riguardo le cose dell'amore, in particolare per gli uomini e le donne che stanno affrontando un recupero dalla dipendenza affettiva. Ci tengo a precisare però che questo post non è utile soltanto ai dipendenti affettivi ma è rivolto anche a tutti coloro che sono usciti di recente da una relazione sentimentale.

La domanda che ci poniamo oggi è:

Quand'è il momento giusto per un nuovo primo appuntamento?

 

Come ho già spiegato in articoli precedenti ( Il Turismo Sentimentale è un Viaggio ScomodoPer Tenerti Lontano dalla Mia Mente ), le persone che sofforno di turismo sentimentale sono dei veri e propri collezionisti di primi appuntamenti. Essi sono, molto spesso, persone con un grande potenziale umano ma ciò che boicotta ogni loro tentativo di imbarcarsi in una relazione duratura è la paura dell'intimità emotiva, la quale giace ad un livello profondo del loro subconscio rendendoli fobici nei confronti delle responsabilità. Per molte persone è molto più facile fermarsi alle prime uscite e ai primi fugaci incontri perché in quei frangenti, si sa, la maggior parte di noi tende a mostrare il meglio di sé dando all'altro l'idea di essere dei veri e propri maestri della seduzione. In casi come questi, anche se entrambi gli individui percepiscono il desiderio e la voglia di stare insieme, i loro appuntamenti non si basano sul piacere di godere della presenza dell'altro con semplicità, ma diventano dei veri e propri talent show dove l'indice di gradimento della serata sarà determinato dal livello della pressione causata dalla paura di non soddisfare determinate surreali aspettative e dalla qualità della performance. Sono davvero tante, infatti, le persone che quando ne incontrano una per cui provano attrazione mettono subito in scena un copione per comunicare all'altro una immagne di sé che non corrisponde totalmente alla realtà. Tutto ciò va a discapito della propria autenticità, cioè del farsi conoscere per ciò che si è veramente con tutte le proprie sensibilità, paure e difetti oltre che per i tanto decantati pregi.

Prendersi un po' di tempo prima di frequentare una nuova persona non è un consiglio salvavita solo per i dipedenti affettivi ma lo è anche per coloro che sono usciti recentemente da una relazione. Qualcuno potrebbe domandarsi:

"Recentemente quanto?"

Difficile dare una risposta quantificabile in termini di ore, minuti, secondi: per alcuni la parola 'recentemente' corrisponde ad una settimana, un mese o tre ma esistono anche situazioni in cui le persone che sono state lasciate da sei mesi, da un anno o persino di più, sono rimaste così emotivamente scioccate e provate che sentono ancora lo stesso dolore iniziale (o quasi) per la perdita. Non si tratta di debolezza: molto semplicemente, la nostra emotività vive di tempi ben diversi da quelli convenzionali su cui siamo abituati ad impostare la nostra vita. è più frequente di quanto si creda incontrare persone che hanno una percezione del tempo distorta tale che, per loro, un anno dal distacco sia equiparabile quasi ad una settimana. Solo che la maggior parte della gente non vi dirà mai quanto stia soffrendo...

Ad ogni modo, è innegabile il fatto che allo stesso tempo esistano anche persone che, terminata una relazione da cui ne sono usciti sofferenti, abbiano avuto la fortuna di incontrare poco tempo dopo un partner che è diventato quasi da subito una persona significativa nel lungo periodo. Ma questi sono casi sporadici e non la normalità. La realtà è molto più dura e nella maggior parte dei casi occorre cercare a lungo prima di incontrare un partner che potremmo definire in teoria 'quello giusto' oppure 'la volta buona!'. Come disse il personaggio di Alex a Gigi nel film 'La Verità è che Non gli Piaci Abbastanza' (2009): "Tu non sei l'eccezione, sei la regola!" (vi consiglio di vedere questo breve spezzone del film https://www.youtube.com/watch?v=vMSB37rrlTs

è esperienza abbastanza comune (ma lungi da me il generalizzare che questo valga per tutti) che dopo essere stati lasciati o aver vissuto una storia dalla quale siamo usciti a pezzi siamo istintivamente succubi di due pulsioni (entrambe o una sola):

- la prima è tentare di recuperare il rapporto anche se siamo consapevoli che non c'è più molto da fare o che quella relazione non merita davvero le nostre energie;

- la seconda è quella di buttarsi a capofitto in una nuova storia per dimentcare il male ricevuto. In fondo, che male c'è a farsi coccolare dopo le gravi ferite subite? Mica è giusto che il nostro ex o la nostra ex siano già tra le braccia di un'altra/o mentre noi passaimo le serate, le festività e le notti da soli a contare i nostri rimpianti? Queste sarebbero delle motivazioni sicuramente molto convincenti... se fossimo degli adolescenti mai cresciuti. Ma non è così che ragionerebbe un adulto emotivamente consapevole.

Un luogo comune molto diffuso è quello che chi lascia ha emotivamente più vantaggi rispetto a chi viene lasciato. Si dà per scontato (e forse non a torto) che la persona che ci ha lasciato/abbandonato abbia preso consapevolezza prima di noi che nel rapporto c'era qualcosa che non funzionava benissimo, ragion per cui potrebbe aver operato la rottura con il vantaggio di un dolore già elaborato. Ma una separazione, malgrado le apparenze che celano alla perfezione (o quasi) ciò che realmente pensa il nostro/la nostra ex, provoca sempre un disagio ad entrambi. Vivere una relazione comporta amalgamare il proprio stile di vita con quello dell'altro. Quando si è in coppia è di vitale importanza per la riuscita della relazione nel lungo periodo lasciare ampi spazi di indipendenza all'altro (pur mantenendo allo stesso tempo il rispetto per i bisogni di coppia di ciascuno) ma allo stesso tempo è fondamentale creare delle sane abitudini che tendono a consolidare la coppia (ho detto consolidare, non annoiare! Fate sempre molta attenzione a questa sottile ma cruciale differenza...). Inoltre, stando insieme si cammina su sentiero comune che può essere più o meno condiviso e accettato da entrambi a seconda della sintonia e dell'amore che si è sviluppato tra i due. Ma sia che sul sentiero si faccia costantemente a pugni (come sempre accade nelle relazioni disfunzionali e tormentate), sia che la passeggiata risulti piacevole, è pur sempre un camminare l'uno accanto all'altra. Non dobbiamo mai credere che l'ex partner ci abbia dimenticato del tutto, anche nel caso fosse sparito completamente (come nel fenomeno del narcisismo patologico e del ghosting). Questo è impossibile. Certamente bisogna prendere atto che non ci ama più (altrimenti non ci avrebbe lasciato), ma la mente umana non può dimenticare di colpo tutto ciò che ha vissuto... a meno che alla persona non sia stata asportata una porzione di cervello con un intervento chirurgico! Solo e soltanto in questo caso c'è la possibilità di venire radicalmente cancellati dalla memoria di qualcuno ed è proprio in virtù del fatto che nulla viene rimosso dalla mente dalla sera alla mattina che dobbiamo renderci conto che anche se l'ex non ci ama più, ha dovuto o dovrà affrontare dentro di sé un'elaborazione del distacco esattamente come è successo a noi. è un fatto fisiologico. La nostra mente funziona così. Questo non vuol dire assolutamente che ritornerà da noi implorando perdono sulle note di 'Ricominciamo' di Adriano Pappalardo(2)  (a meno che voi siate l'eccezione e non la regola... vi consiglio caldamente di rimanere con i piedi per terra prima di arrivare a questa conclusione avventata), ma è già qualcosa sapere che non siamo diventati improvvisamente un nulla ai suoi occhi come lui o lei vorrebbe farci credere.

Io sono dell'idea cha sia quando si lascia, sia quando si viene lasciati, occorra sempre fermarsi almeno un po' per cercare di capire le ragioni del fallimento della relazione. Riflettere non è un modo di generare in noi sensi di colpa e autocommiserazione. Semplicemente, una sana auto-critica ci aiuta a capire meglio noi stessi, chi siamo e ridefinire quali sono le nostre priorità. è molto frequente, infatti, che le persone che hanno avuto una delusione amorosa si rendano conto già dopo pochissimo tempo che la relazione precedente li aveva privati di molte cose e che avevano sacrificato sull'altare di un amore ideale la parte più autentica del loro essere.

Credo che fare il punto della situazione della propria vita non sia una cosa così lunga e difficile come si potrebbe pensare. Tutto sta nell'essere onesti con se stessi e non aver paura di guardare in faccia alla realtà di ciò che è e cio che è stato. A volte è difficile fare una cosa del genere: occorre il coraggio di mettersi in discussione e non tutti sono disposti a farlo. Rimpiazzare prontamente il partner con un altro per lenire le proprie sofferenze senza aver capito cosa sia effettivamente andato storto non serve a guarire il dolore ma a cronicizzarlo. Infatti, ogni emozione che non viene adeguatamente elaborata dal nostro inconscio torna poi successivamente a chiederci il conto delle scelte fatte o subite e, siccome non ci dirà mai in anticipo quando verrà a farci qualche domandina, potrà farci perdere il controllo della situazione in due modi: o boicottando la nostra nuova relazione oppure mandandoci dei disagi fisici che rispecchiano le nostre emozioni soppresse (disturbi psicosomatici).

Si evince allora da quanto detto, quali sono i motivi per cui non è possibile generalizzare sul quantitativo di tempo che occorre per sentirsi pronti per una nuova relazione: ogni persona ha esigenze e bisogni diversi.  D'altra parte, se proporre un riferimento temporale che valga per tutti è impossibile, è invece molto efficace avere dei punti saldi mediante i quali fare una breve autoanalisi per capire quanto e come siamo disposti a metterci nuovamente in gioco. Ecco qui di seguito alcuni riferimenti che ho tracciato personalmente con la speranza che vi aiutino ad orientarvi sulla vostra attuale voglia di amare ed essere amati. Alcuni punti si riferiscono nello specifico ai dipendenti affettivi in recupero, gli altri sono per tutte le persone a cui interessa l'argomento.

Dunque, siete pronti per un nuovo appuntamento se:

- Avete chiaro in mente, almeno in buona parte, cosa è andato storto nella vostra precedente relazione. Se invece avete avuto più storie fallimentari e siete arrivati al punto che non ci capite più niente, questa è la volta buona per fare finalmente il punto della situazione. Per effettuare questa operazione di pulizia mentale avete passato diversi sabato sera a rifiutare le serate con gli amici per restare a casa a fare il mea culpa con il vostro bellissimo cilicio(3) di sensi di colpa. Scherzo! Siete usciti con gli amici e vi siete diverititi eccome! E avete pure notato quanto fosse carino/a il tipo/la tipa che avete visto in quel nuovo locale del centro ma, di tanto in tanto, durante le giornate vi siete fermati seriamente a parlare con voi stessi, vi siete ascoltati con amore e compassione ragionando con serietà e disponibilità emotiva su quali potrebbero essere stati i vostri errori e quelli dell'ex partner. Provare ad analizzare la situazione con onestà e schiettezza verso voi stessi vi porta automaticmente al punto successivo;

- Siete consapevoli dei vostri sentimenti. Percepite perfettamente che siete stati delusi da qualcuno di significativo e che forse vi sentite ancora tristi, amareggiati, spaventati con la voglia di gridare al mondo intero che siete incazzati neri. Avvertenze: mentre vi cimentate ad urlare per esprimere tutto il vostro dolore, occhio ai vicini. Potrebbero spaventarsi!

- Avete applicato alla vostra vita con fermezza e tenacia tutto ciò che vi ho spiegato nel mio precedente articolo: Per Tenerti Lontano dalla Mia Mente

- Sentite il desiderio di iniziare a rapportarvi con qualcuno che non vi faccia sentire una pezza da piedi come ha fatto il vostro/la vostra ex. Sentite il bisogno di un confronto costruttivo alla pari e sapete che è giunto il momento di capire che non tutti gli uomini sono violenti e grezzi come il vostro ex (questo ultimo punto vale soprattutto per coloro che hanno affrontato relazioni disfunzionali);

- Sapete stare da soli! Vi godete il tempo che avete con o senza compagnia. Se cercate compagnia potete sempre comprarvi un animale domestico. Un partner invece è un altro tipo di compagnia (con il vostro gatto, infatti, non dovrete mai lottare per decidere se mangiare sushi o pizza). Essere single vi piace! Non disdegnate la vita di coppia ma sapete apprezzare genuinamente anche le opportunità dello stare da soli. Nella vostra condizione di single ora AMATE LETTERALMENTE gli sguardi di commiserazione dei vostri parenti che si domandano quali problemi segreti voi abbiate dato che siete ancora (ripetutamente) single dopo aver passato i 30 anni. E AMATE DAVVERO quella sensazione di nausea che vi sale non appena le vostre coetanee vi guardano con in volto quell'espressione trionfante di chi vi sta dicendo: "Mi dispiace molto che tu non sappia cosa voglia dire per una donna sentirsi realizzata... dato che tu non hai ancora avuto un figlio!";

- Vi sentite mentalmente e fisicamente attratti come mai prima d'ora dall'uomo o dalla donna che avete recentemente conosciuto e questa incredibile e soprendente attrazione non dipende dalla salvifica prospettiva di non andare da sole al matriomonio della vostra migliore amica (il quale si sta avvicinando inesorabilmente);

- Siete consapevoli che un nuovo appuntamento non implica il download automatico di un anello al dito. Molte persone, uomini e donne, falliscono nelle loro relazioni perchè si illudono dal primo momento che la persona con cui stanno uscendo sia finalmente quella giusta per loro. Certo, come ho spiegato prima, questo potrebbe anche accadere, ma questo tipo di conferme arrivano solo molto tempo dopo che il rapporto sia iniziato per davvero. Se una persona è quella giusta per noi lo si può capire con maggiore certezza solo quando la fase del prosciutto sugli occhi dell'innamoramento è passata e si inizia a conoscere la persona per ciò che è davvero, nel bene e nel male. Prima di allora, immaginare di aver trovato l'uomo o la donna della propria vita è sicuramente un diritto e una speranza che l'amore ci concede per darci la voglia di continuare la conoscenza. Tenete sempre basse le vostre aspettative sin dall'inizio perché, quando l'altro inizierà a fare il primo errore (tutti ne facciamo, è normale), rischieremo di mandare tutto all'aria perché ci eravamo illusi di qualcosa che in realtà esisteva soltanto nella nostra mente;

- Vi siete accertati che l'uomo o la donna con i quali state per uscire siano emotivamente disponibili, il che vuol dire: non sono sposati, non sono fidanzati, non convivono, non hanno amici e amiche speciali e non stanno muovendo i primi passi dopo una rottura sentimentale con le lacrime agli occhi (attenti a quelli e quelle che non fanno altro che parlavi dei loro ex: è un indicatore importante che in quel momento vi stanno usando come un bidone della loro spazzatura emotiva piuttosto che considerarvi come una persona con cui hanno potenzialmente voglia di instaurare un rapporto profondo). Cercate di capire sin da subito anche se l'uomo o la donna con cui vi rapportate ha qualche disturbo emotivo invalidante (es. narcisismo patologico, dipendenza patologica non curata, alessitimia, etc.) che vi induca nella spirale di una relazione tormentata. Se vi accorgete che l'aria potrebbe diventare pericolosa per la vostra salute emotiva... FUGGITE! Avete bisogno di qualcuno che vi faccia star bene, e non dell'ennesimo caso umano egoista;

- Non siete più semplicemente alla ricerca di un essere umano di sesso maschile o femminile da scegliere a casaccio tra la gente a seconda del vostro orientamento sessuale (a volte gli animali sono più selettivi degli umani!). Volete di più: volete un partner accudente, un amico e un amante. Con questo non intendo dire che chi va volutamente in cerca di avvenuture sbagli. Ognuno sceglie di gestire la propria sessualità come meglio crede e io, personalmente, non reputo credibili quelli che ostentano i loro principi morali criticando e diprezzando le scelte degli altri. Ma se state leggendo i miei articoli e venite ai miei convegni è perché probabilmente vi siete accorti che nella vostra vita qualcosa non funziona.  Sul mio sito internet e ai miei seminari non troverete mai risposte preconfezionate che mettano ipocritamente tutti d'accordo. Io propongo semplicemente della alternative al modo di vivere consueto che ormai non ci soddisfa più e grida dall'interno per uscire. Prendere o lasciare;

- Avete finalmente compreso (o quanto meno siete sulla strada) che il vostro corpo e la vostra persona nella totalità ha un valore inestimabile e che non dovete buttarvi mai più via per niente e per nessuno al mondo.

Se vi sentite irresistibilmente attratti da quell'uomo o quella donna che avete recentemente conosciuto e siete certi che vi piace davvero e che non state accettando il corteggiamento del primo arrivato, allora CONGRATULAZIONI: siete potenzialmente pronti per un nuovo primo appuntamento! ^_^

Traduzione: NON SONO TIMIDA. SEMPLICEMENTE NON VOGLIO FARE SESSO CON UN UOMO A CASO.

Note:

[1] Dal libro del Qoèlet o Ecclesiaste (3,1-8), la Sacra Bibbia-Traduzione CEI 1974:

"Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo.

C'è un tempo per nascere e un tempo per morire,
un tempo per piantare e un tempo per sradicare le piante.
Un tempo per uccidere e un tempo per guarire,
un tempo per demolire e un tempo per costruire.
Un tempo per piangere e un tempo per ridere,
un tempo per gemere e un tempo per ballare.
Un tempo per gettare sassi e un tempo per raccoglierli,
un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci.
Un tempo per cercare e un tempo per perdere,
un tempo per serbare e un tempo per buttar via.
Un tempo per stracciare e un tempo per cucire,
un tempo per tacere e un tempo per parlare.
Un tempo per amare e un tempo per odiare,
un tempo per la guerra e un tempo per la pace."

 

[2]  https://www.youtube.com/watch?v=mkCiyUWP7Nk

[3] Cilicio: Cintura di corda e di cuoio, ruvida e cosparsa di nodi o di punte, che si portava sulla pelle per penitenza. Per approfondimento storico: https://it.wikipedia.org/wiki/Cilicio

 

 

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Per Tenerti Lontano dalla Mia Mente

Pubblicato da Mada Alfinito il 06/12/2017

 

"Staying in my play pretend, where the fun ain't got no end,

Can't go home alone again, need someone to numb the pain.

You're gone and I gotta stay high all the time,

to climb to high all the time to keep you off my mind."

 

"Restando nel gioco della mia finzione, dove il divertimento non ha mai fine,

Non posso andare a casa da sola di nuovo, ho bisogno di qualcuno che anestetizzi il mio dolore.

Te ne sei andato e ho bisogno di stare su di giri tutto il tempo,

arrivare a sentirmi alle stelle per tenerti lontano dalla mia mente."

(Tove Lo-Habits)

 

Oggi vi parlerò della pratica dell'astinenza come strategia terapeutica nell'ambito della dipendenza affettiva e del mal d'amore in generale.

Vi avevo già parlato precedentemente di cosa sia il turismo sentimentale (ecco il link all'articolo: Il turismo sentimentale è un viaggio scomodo ) e di come sia deleterio per la vita emotiva di coloro che lo praticano in quanto impedisce la costruzione di una solida identità di base e inficia la capacità di avere relazioni affettive e sessuali soddisfacenti nel breve e nel lungo periodo.

L'interruzione di una relazione amorosa è una delle esperienze più dolorose che gli esseri umani possano fare perché ciò comporta sperimentare la condizione dell'abbandono. La separazione da una persona che si ama viene paragonata dagli psicologi ad un vero e proprio lutto. Anche se l'ex partner è vivo/a, ci si sente come se avessimo perso per sempre e in modo irreparabile ciò che prima ci sembrava desse un senso e gioia ai nostri giorni. Dopo un abbandono ci si sente generalmente spenti, privi di vita, tristi, senza alcuna motivazione nel fare le cose di tutti i giorni-anche quelle che di solito ci piaceva tanto fare. La vita cambia all'improvviso: bisogna iniziare da zero, da soli e con le proprie forze e i primi mesi sembra quasi impossibile poter tornare a riempire con i nostri sforzi gli spazi lasciati vuoti da chi era accanto a noi e solo un attimo prima diceva di amarci.

Nel precedente articolo ( Recuperarsi dalla dipendenza affettiva ) ho parlato di come sia possibile uscire fuori dal tunnel della dipendenza affettiva mostrandovi due delle migliori soluzioni possibili: un recupero basato sulla frequentazione di un gruppo di sostegno oppure una modalità di recupero basato su dei colloqui individuali con uno psicoterapeuta. Per esperienza fatta durante le mie ricerche sull'argomento ritengo che, laddove sia possibile, la cosa migliore sia fare un percorso che integri entrambe le opzioni. Qualora invece non si avesse la possibilità di affrontare il recupero mediante queste due soluzoni combinate, avviare anche solo uno di questi percorsi può essere efficace purché ci sia tanta voglia di farcela, di guarire e di riuscire anche quando sembra impossibile.

A questo proposito, quando un dipendente affettivo o un qualunque individuo senza un particolare disagio emotivo si trova a dover elaborare il lutto di una separazione, gli esperti suggeriscono alcune attività verso cui canalizzare le proprie energie e pensieri per riuscire a vivere in modo sano e produttivo in termini di benessere psicofisico questo evento tanto particolare e doloroso. I suggerimenti sono i seguenti:

-Uscite il più possibile (impegni personali e lavoro permettendo) e cercate di frequentare persone con cui vi trovate a vostro agio e che vi facciano divertire. Sentirvi amati e benvoluti aumenterà il vostro senso di autostima. Ricerche attuali confermano inoltre che ridere di gusto ha un effetto benefico sul cervello il quale, in tali circostanze positive, produrrà ormoni che daranno sollievo alle vostre sofferenze rendendovi maggiormente predisposti a superare il trauma subito e, di conseguenza, a guarire dai vostri disagi emotivi, mentali e fisici;

-Appassionatevi a nuovi hobbies. Non c'è niente di più stimolante per il vostro cervello e per il vostro cuore di una bella novità. Un nuovo ambiente e una nuova attività da fare miglioreranno la vostra autosima in quanto vi scoprirete capaci di fare cose che non avreste mai pensato di poter fare. Distravi divertendovi porrà il vostro cervello in uno stato creativo facendovi ritrovare il coraggio e la voglia di riprendere in mano la vostra vita. Andate al cinema, leggete nuovi libri, fate attività manuali, appassionatevi a qualche nuova serie televisiva: creare dei nuovi spazi tutti per voi vi indurrà inoltre a pensare che forse ciò che faceva il vostro/la vostra ex partner per riempire le vostre giornate non era poi così insostituibile e che forse la relazione precedente stava bloccando qualcosa nella vostra crescita personale e nello sviluppo delle vostre abilità... A buon intenditor...

-Fate shopping. Se le vostre finanze lo permettono, compratevi qualcosa che vi faccia sentire belli e sensuali: abiti, scarpe, accessori. Tornate a darvi un tono per voi stessi e non per l'ex partner (e magari andate anche dal parrucchiere). Questa azione manderà un messaggio forte e chiaro alla vostra autostima: "Hey! Non sono così male come credevo!" Se non volete o non potete permettervi abiti e accessori, anche solo comprare un oggetto che desiderate da tempo, non importa se sia utile o una frivolezza, vi aiuterà a sentirvi meglio e più motivati nel voltare pagina;

-Dedicatevi alla cura del vostro corpo. Andate in palestra e lavorate con più energia e motivazione al programma che seguite. Se non fate sport potrebbe essere giunto il momento di provarne uno nuovo o di riprendere quello che precedentemente avevate abbandonato forse proprio per compiacere il/la precedente partner (sic!). In alternativa a ciò, dedicatevi semplicemente ad attività che riguardano il vostro benesere fisico come andare in una Spa o in un centro estetico per sottoporvi a un trattamento di bellezza rilassante, magari un bel massaggio. Ciò che conta davvero è coccolare voi stessi!

-Studiate o lavorate più intensamente. Questa forse potrebbe sembrarvi la parte più difficile di tutta la faccenda perché, si sa, la maggior parte di noi trova difficile riuscire a concentrarsi in situazioni del genere. Il pensiero sembra andare sempre in quella direzione... sbagliata! Ma provateci lo stesso: fatelo per voi stessi, per la vostra dignità e per la vostra vita. Vedrete che focalizzare l'attenzione su qualcosa nello specifico che non sia la vostra disastrata vita sentimentale vi aiuterà a disintossicare il cervello e al termine del lavoro svolto vi sentirete con la mente più pulita e il cuore più leggero. Provate per credere!

A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: "E l'amore?"

Gli esperti sconsigliano caldamente di iniziare una nuova relazione subito dopo aver subito un abbandono e ciò vale sia per le persone con la tendenza al turismo sentimentale sia semplicemente per coloro che, pur non soffrendo di alcun disagio emotivo particolare, hanno inserito nella loro mente il codice di avvio alla vendetta trasversale nei confornti dell'ex: la tanto sospirata e desiderata RIPICCA.

La risoluzione dell'astinenza come rimedio ai mali amorosi Goethiani può  sembrare bigotta e paradossale quando viene proposta in psicoterapia. Quando si ha sete (d'amore) si desidera bere. Se in alternativa all'acqua ci viene offerto del cibo solido, rischieremo di non sentirci soddisfatti. Infatti, mangiare quando si ha sete fa aumentare l'esigenza fisiologica di bere e la sofferenza legata al bisogno non soddisfatto. Qualunque persona assetata d'amore e di attenzioni crede che si sentirà appagata solo quando potrà bere di nuovo alla sorgente del piacere e tenderà quindi a disprezzare qualsiasi tentativo di soddisfare il suo bisogno in modo alternativo.

Ma cos'è esattamente l'astinenza? E perché un dipendente affettivo dovrebbe riporre tutta la sua fiducia in questa pratica per avere una possibilità di guarire?

Inizio innanzitutto con il precisare che il problema della dipendenza affettiva non è l'amore. Il problema è come il soggetto vive le sue relazioni affettive il modo distorto in cui considera se stesso. L'amore è infatti una straordinaria sorgente di benessere e guarigione, ma ciò è direttamente proporzionale al modo in cui le persone affrontano questa esperienza.

La differenza tra il turismo sentimentale e una relazione sincera è che nel primo caso il soggetto è in cerca di qualcuno solo per dimenticare il ricordo di una persona che ha perso e/o per evitare di ricordare cose molto personali che lo fanno sentire triste e a disagio. Se vi ritrovate in questo atteggiamento, allora state usando l'amore come usereste un drink o una droga. Una vera e profonda relazione amorosa, invece, fa sentire voi e il vostro partner come se foste entrambi qualcosa di prezioso da proteggere e custodire. Il turismo sentimentale vi predispone a trattare il vostro "partner" come se fosse un oggetto. In alcuni casi vi sentirete come se foste voi ad usare l'altro (non senza percepire un grosso senso di rimorso), altre volte sentirete invece la devastante sensazione di essere stati usati da un estraneo. La realtà dei fatti è che in entrambi i casi vi starete manipolando e usando a vicenda.

è in questo contesto che emerge l'utilità e l'importanza dell'astinenza: a quanto pare, essa non viene proposta in terapia sulla base di un giudizio morale fondato su una realtà idealizzata. Astenersi dal farsi coinvolgere immediatamente in una nuova relazione senza aver prima elaborto il proprio lutto, messo a fuoco cosa sia andato storto nella precedente relazione e le proprie difficoltà emotive è un modo efficace di scoprire una nuova maniera di stare bene con se stessi e con gli altri aumentando le possibilità future di vivere un coinvolgimento amoroso soddisfacente ed è anche la stessa logica che sta alla base di tutti i programmi di disintossicazione da sostanza. Solo dopo che avrete conosciuto nuovi modi di apprezzare voi stessi e di approcciare gli altri, sarete pronti per decidere se continuare a vivere l'amore da turisti oppure crescere e diventare adulti nella capacità di amare. La scelta spetta soltanto a voi ma nessuno è veramente libero di scegliere fino a quando non gli vengono presentati gli strumenti adeguati per poterlo fare.

Durante il recupero l'astinenza non è per sempre. Essa potrebbe durare un mese, un anno o di più in base al tempo di cui avrete bisogno per iniziare a trovare un senso e uno scopo in voi stessi. Sarà il vostro psicoterapeuta o il vostro counselor a suggerirvi i tempi e le modalità, ma state certi che prima o poi anche l'astinenza finirà perché la migliore terapia per la dipendenza affettiva è l'amore stesso, quello vero e sincero, e non resterete per sempre senza quelle dolcissime sensazioni nel cuore.

Amare vuol dire fare quello che ci piace. Ma amare significa anche dare attenzioni e cura al vostro partner e riceverne equamente. Il turismo sentimentale vi preserva dal donare vero affetto perché in un lasso di tempo così breve potete dare e ricevere da un partner un discreto piacere sessuale ma sarete ben lontani dallo sperimentare una soddisfazione emotiva e fisica piena. Oggi sappiamo bene infatti, grazie a numerose ricerche fatte in campo neuroscientifico, che fare l'amore trova la sua fonte principale di appagamento nel nostro cervello: più siamo coinvolti da un punto di vista mentale ed emotivo da un partner più ci sentiremo soddisfatti sessualmente.

L'astinenza non è una sorta di punizione per i cattivi comportamenti avuti in passato. Il suo scopo terapeutico è ripulire la vostra mente, ridarvi lucidità, disintossicarvi per mettervi nelle condizioni di assumervi delle responsabilità e la responsabilità più grande e importante che avete nei confronti della vostra vita è rendervi conto di essere esseri umani con emozioni belle e profonde e grandi aspettative (anche se ancora non ne siete consapevoli).

La cosa migliore che potete fare se state soffrendo a causa di una separazione o se sentite la mancanza di qualcuno è semplicemente dirgli quello che provate: scrivete una lettera, fate una telefonata, chiedetegli di parlare. Se tutto questo non dovesse funzionare, il recupero vi insegnerà la sorprendente arte del lasciar andare lui o lei ovunque vogliano, anche lontano da voi.

Il turismo sentimentale tiene le persone legate ad emozioni effimere e il vostro cuore soffrirà ancora senza comunque risolvere le situazioni precedenti che hanno causato i disagi attuali.

Ogni persona dipendente prova il desiderio intenso e viscerale di sentirsi sempre su di giri ma solo un amore sincero può garantire questo appagamento nel lungo periodo. Il turismo sentimentale procura la sensazione di volare alto per una notte o una settimana ma, proprio come l'alcol o una sostanza, vi riporterà sulla Terra quasi immediatamente!

Tenete sempre la vostra consapevolezza al passo con i vostri sentimenti e non avrete bisogno mai più del turismo sentimentale.

 

Vi lascio ora con il link della canzone da cui ho preso la citazione all'inizio dell'articolo:

Tove Lo - Habits (Stay High)

 

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Amore e Paura

Pubblicato da Mada Alfinito il 19/11/2017

 

Ci siamo! La data del prossimo incontro è stata definitivamente stabilita.

Ci vediamo a Roma il 24 febbraio 2018 dalle ore 16.00 alle ore 18.00.

 

L'incontro riguarderà nuovamente il mio lavoro su Ofelia (leggete la locandina in alto).

Questa volta il workshop sarà aperto a tutti: potranno partecipare uomini e donne di qualsiasi età.

L'ingresso è gratuito.

Il materiale necessario per il lavoro sarà fornito da me, ma vi esorto a portare un qualsiasi supporto cartaceo o multimediale per poter prendere i vostri appunti personali.

Per poter partecipare è obbligatorio prenotarsi. Per prenotarvi vi basterà inviare una mail al mio indirizzo alfinito.m@libero.it scrivendomi il vostro nome e cognome e il numero di persone patecipanti.

Vi raccomando massima puntualità perché abbiamo i tempi della sala da rispettare e non è possibile restare lì oltre l'orario stabilito. Chi è a conoscenza fin da ora del fatto che potrebbe arrivare con un po' di ritardo può segnalarmelo via mail, in modo tale da provare a gestire il problema in caso sia possibile. L'incontro durerà quasi due ore e la parte finale sarà dedicata ai vostri liberi interventi e condivisioni, qualora riteniate opportuno esprimervi.

Dove?

Il teatro è quello appartenente al Terzo Team s.r.l. e la sala che ho scelto tra quelle a disposizione è chiamata Sala Blu e si trova in

Via La Spezia, 75 - zona San Giovanni

Potete arrivarci con la Linea A della metro fermandovi per l'appunto a San Giovanni oppure potete prendere la Linea C fermandovi a Lodi.

Per maggiori informazioni o prendere qualche volantino, oltre che contattare me potete passare personalmente all'ufficio principale che si trova in

Via La Spezia, 48 - sempre in zona san giovanni.

I volantini saranno disponibili nell'ufficio tra un paio di settimane.

Nel frattempo che attendiamo questo giorno non mi resta che augurarvi una buona lettura degli articoli disponibili in questo sito web e vi lascio con una photo gallery dell'incontro del 25 novembre 2017 presso il Metis Teatro di Roma.

Ci vediamo presto,

Mafalda :)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il Turismo Sentimentale è un Viaggio Scomodo

Pubblicato da Mada Alfinito il 08/11/2017

 

Oggi voglio parlarvi di un disturbo della capacità di relazionarsi agli altri molto diffuso nella nostra società e che viene di solito sottovalutato e banalizzato in quanto la maggior parte delle persone lo reputa 'normale' non sapendo che, invece, è un problema emotivo a tutti gli effetti e possiede un nome e una modalità comportamentale specifici. Sto parlando del turismo sentimentale.

Per turismo sentimentale si intende la tendenza a cambiare frequentemente partner senza mai riuscire a consolidare una relazione nel lungo periodo. Molto spesso, le persone scoprono che questo loro atteggiamento è un vero e proprio disagio solo quando approdano in psicoterapia per qualche altro motivo specifico. L'errore comune è credere che siano solo coloro che fanno un percorso con uno psicoterapeuta a manifestare questo comportamento affettivo disfunzionale. In realtà, come ho già accennato sopra, questo disturbo è ormai una consuetudine ma, per svariati motivi, molte persone non ne sono ancora a conoscenza. Nella vita di tutti i giorni, apparentemente, il turismo sentimentale sembra non essere affatto un problema per chi lo pratica: cambiare partner come se ci si cambiasse d'abito è, per molti, la cosa più naturale del mondo.

Bisogna fare attenzione a distinguere il turismo sessuale dal turismo sentimentale. Sono due fenomeni ben diversi. Il primo è sicuramente quello più famoso e su cui si discute moltissimo e consiste nell'intraprendere un viaggio con lo scopo di andare in un paese dove è possibile trovare persone con cui fare sesso ad un buon prezzo. Questo fenomeno, che vede partire ogni anno sia uomini che donne, è legato quindi alla prostituzione (esatto: è un luogo comune il fatto che solo gli uomini fruiscano di questo tipo di attività illecita). Di solito, sono le persone che vivono in paesi benestanti ad andare in paesi poveri in quanto, in alcuni posti, è molto più facile reperire sesso a buon mercato. Inoltre, andare in paesi solitamente poco accessibili come il Kenia, il Bangladesh, la Thailandia e molti altri, ha sicuramente il beneficio di annullare il pericolo di essere riconosciuti e scoperti, cosa che invece potrebbe accadere con facilità nella città o nel Paese in cui si vive.

Quando si parla di turismo sentimentale, il concetto di viaggio implicito nel termine è una metafora: partendo dall'assunto che l'amore e la vita di coppia siano (o almeno dovrebbero essere) un meraviglioso viaggio che ci porta nei luoghi più misteriosi ed incredibili del nostro essere, il turismo sentimentale è l'arte di rimpiazzare un partner con altro in maniera molto molto rapida, garantendo così a chi lo pratica di provare costantemente quella sensazione di avventura ed esaltazione che generalmente scaturisce dai primi incontri amorosi con una persona con cui si è coinvolti da poco tempo.

Il turismo sentimentale può essere vissuto in svariati modi: spesso assume connotazioni sessuali ma ciò è solo una delle modalità possibili attraverso cui questo comportamento disfunzionale si esprime. Infatti, non occorre che intratteniate rapporti sessuali completi con tutti/tutte i/le partner con cui interagite. Semplici e platonici gesti come flirtare con le parole e con la comunicazione non verbale oppure contatti fisici minimi come tenersi la mano, abbracciarsi, baciarsi, darsi carezze o fare del petting con partner che cambiano ciclicamente vi classifica già come turisti sentimentali.

Non è la durata del vostro flirt che decreterà se siete o no turisti sentimentali (può capitare a tutti, infatti, di vivere qualche volta una fugace avventura) ma la frequenza con cui puntate una preda, la azzannate, vi divertite e poi... avanti il prossimo/la prossima! Infatti, che sia un giorno, che sia un mese o più, se la vostra mini storia volge al termine e tendete a rimpiazzarla subito dopo poco con un'altra e poi un'altra e un'altra ancora, allora siete davvero turisti! Non importa nemmeno se in un anno abbiate 100 storie o solo 5: se vi ositinate a saltare di parter in parter continuamente, state attenti perchè è quasi certo che questa tendenza sia parte di voi.

Avete presente un'ape che alla luce di un bel sole di primavera ogni mattina esce dal suo alveare e va di fiore in fiore a cercare polline? Ecco, così è il turista sentimentale il quale, volando di fiore in fiore, cerca continuamente nutrimento emotivo. Mettendo al bando qualsiasi forma di moralismo e ipocrisia sul mio sito internet, come accennavo all'inizio, la maggior parte della gente non è consapevole che questo atteggiamento sia un disturbo dell'affettività e questo non-sapere deriva purtroppo, molto spesso, dallo stile di vita che abbiamo appreso nel luogo in cui viviamo. Migliaia di persone in tutto il mondo sono figlie della società del consumo, il quale ripone nella modalità-usa-e-getta le sue speranze per l'avvenire, anche nel caso dell'appagamento emotivo e sessuale.

Oggi appare davvero una cosa del tutto naturale cambiare partner una volta che ci si è stufati senza dare una seconda possibilità al rapporto. Non viviamo più, come in passato, in un tipo di società in cui si era costretti a sposare l'unico partner con cui si intratteneva una conoscenza (anche superficiale) perchè obbligati dai condizionamenti delle rispettive famiglie e del proprio status sociale. è quindi davvero una fortuna che oggi si possa decidere con il proprio arbitrio chi sposare o frequentare. Il problema allora è: proprio perché non esistono più certi tipi di obblighi per tutti (se non in qualche tipo di società specifica), ha davvero senso dover cambiare partner così compulsivamente?

Il turismo sentimentale non è un gioco amoroso che ha come scopo la semplice ricerca del piacere (emotivo, sessuale o entrambi) ma è una vera e propria compulsione. La persona che lo pratica non riesce a stare da sola. Idealizza il partner appena conosciuto e crede che lui/lei le fornirà l'appagamento che tanto cerca. Magari, inizialmente, non ha nemmeno l'intenzione di scaricare l'altro e crederà che: "finalmente è la volta buona!" eppure, ad un certo punto, si farà avanti l'inquietudine che la spingerà ad abbandonare la preda provando poi una grande frustrazione vedendosi per l'ennesima volta incapace di instaurare una relazione profonda con qualcuno. Il senso di frustrazione porterà, allora, questo soggetto a cercare un nuovo rifornimento emotivo per lenire il senso di disagio che sente e così il pattern (cioè lo schema) comportamentale si ripeterà ad infinitum come in un loop.

Come ho già detto, tutto ciò è probabilmente anche conseguenza diretta del vivere nella attuale società consumistica. Pochi di noi, purtroppo, hanno la fortuna di ricordare quel giocattolo che abbiamo desiderato tanto a lungo da bambini. Poche persone, oggi, sanno cosa vuol dire guardare e sospirare all'oggetto desiderato e, guardandolo mentre si aspetta di riceverlo, osservarlo e continuare a conoscerlo con un rispetto che rasenta la devozione. E quando poi, mostrando impegno e obbedienza, finalmente riuscimmo ad ottenere dai nostri genitori il giocattolo tanto desiderato non lo avremmo cambiato per nessun altro al mondo.  Oggi, invece, la maggior parte degli oggetti che compriamo vengono fabbricati con materiali che destinano il prodotto a durare non più di 2 o 3 anni (è l'esempio dei cellulari), poco importa se l'oggetto in questione venga trattato con cura maniacale. La regola d'oro della società attuale è il ricambio. Questa stretegia di mercato ha lo scopo di aumentare la domanda e l'offerta dei beni in modo tale che la moneta circoli molto più velocemente favorendo (o almeno questa era l'idea iniziale) l'economia. Ormai, nessuno di noi perde più del tempo a riparare un oggetto quando si rompe perchè ripararlo ha costi più alti (economici e temporali) rispetto al comprarne uno nuovo.

Il turista sentimentale non vuole sprecare il proprio tempo a conoscere nel profondo la persona con cui ha iniziato da poco un rapporto. Lui o lei hanno fondamentalmente paura di legarsi, paura di soffrire e soprattuto di vedere loro stessi attraverso gli occhi dell'altro. Scrive Enrico Maria Secci1:

"ecco i turisti sentimentali: i delusi, gli sconfortati, quelli che pretendevano un sogno e che, invece, si annoiano a morte; quelli che hanno paura di tutto o, semplicemente, non hanno voglia di confrontarsi con le diversità per trovare la propria e conciliarla con un altro cuore."

Per questi soggetti, è meglio buttare via una persona che gli piace e per cui provano attrazione, piuttosto che cercare di andare a fondo nel rapporto e assumersi il gravoso compito di guardasi dentro e scoprire di non essere poi così speciali e perfetti come vorrebbero illusoriamente essere o far credere agli altri di essere. Meglio non guardare e voltare la faccia dall'altra parte aspettando che arrivi la prossima persona che faccia di nuovo vivere loro l'illusione della pienezza di un sentimento narcisistico che non potrà mai essere appagato.

Nel meraviglioso libro 'Il Piccolo Principe'2 di Antoine De Saint-Exupéry c'è una frase:

"è il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante."

è l'impegno che dedichiamo ad un'altra persona che rende quella persona così speciale ai nostri occhi e ci migliora come uomini e come donne. Il turismo sentimentale è un viaggio scomodo e la quantità dei compagni o delle compagne che ci si porta dietro non implica un aumento della qualità della percorrenza.

Note

1 Blog Therapy di Enrico Maria Secci. Cliccando su questo link potete leggere per intero l'articolo da cui ho tratto la citazione: http://enricomariasecci.blog.tiscali.it/2013/07/11/il-turismo-sentimentale/

2 Il piccolo principe, p. 98, ed. Tascabili Bompiani/RCS S.p.A. 2012.

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Test: Sei Co-Dipendente?

Pubblicato da Mada Alfinito il 31/10/2017

Qui di seguito riporto alcuni tratti comportamentali che sono tipici di una donna o di un uomo co-dipendenti. Segnate su di un foglio quali sono i tratti che vi corrispondono. Maggiore è il numero di comportamenti nei quali vi ritrovate, maggiore è la possibilità che siate co-dipendenti. Per avere conferma del vostro disagio, come sempre, vi consiglio di rivolgervi ad un counselor, uno psicologo o uno psicoterapueta che via aiutino professionalmente nella diagnosi e nell'eventuale recupero. Prima di fare il test è opportuno rileggere l'articolo che ho pubblicato precedentemente a questo: "Cos'è la Co-Dipendenza?" Lo trovate nella categoria 'Dipendenza Affettiva e Recupero'.

Iniziate il test:

- Nascondete o occultate i cattivi comportamenti della persona dipendente con cui vi state relazionando;

- Proteggete la persona dipendente con cui vi relazionate dalle conseguenze dei suoi comportamenti;

- Negate l'evidenza (su ciò che gli/le riguarda);

- Trovate alibi, scuse e giustificazioni dei suoi comportamenti davanti agli altri;

- Vi sentite responsabili per i comportamenti della persona dipendente;

- Nei riguardi dei comportamenti della persona dipendente vi mostrate molto critci e moralisti;

- Fate continuamente tentativi per spingere la persona dipendente ad affrontare i suoi problemi;

- Vi sentite superiori nei confronti della persona dipendente con cui avete a che fare;

- Sottovalutate il comportamento del dipendente;

-A causa della persona dipendente con cui vi relazionate, diffidate delle persone estranee alla vostra famiglia (oppure estranee alla vostra relazione, N.d.T.);

- Razionalizzate il comportamento del dipendente;

- Pensate ossessivamente ai problemi del dipendente e ci fantasticate sopra;

- Credete che se la persona dipendente cambiasse, tutti i problemi svanirebbero;

- Minacciate il soggetto dipendente per ottenere che lui/lei vi faccia delle promesse oppure cercate di estorcergliele;

- Attuate delle strategie per controllare l'attività sessuale del dipendente;

- Fate dei tentativi per sorprendere il dipendente in flagrante;

- Utilizzate comportamenti sessuali nei riguardi della persona dipendente con cui vi relazionate per prevenire che lui/lei abbiano comportamenti sessuali con altri;

- Avete sbalzi di umore molto forti dall'alto al basso;

- Avete una lunga lista di risentimenti e malcontento nei confronti della persona dipendente;

- Sentite senso di colpa e depressione;

- Avete perso le vostre amicizie;

- Il senso di orgoglio per la vostra famiglia si è ormai deteriorato;

- Avete fatto dei patti segreti con gli altri membri della famiglia;

- Non vi fidate più gli uni degli altri all'interno del vostro nucleo familiare;

- Avete perso autostima e il rispetto per voi stessi;

- Dubitate sempre più di voi stessi e avete paura;

- Vi sentite unici al mondo nel disagio che provate;

- Trascurate attività spirituali, come la preghiera o la meditazione;

- Fate sogni insoliti;

- Avete cambiato i vostri schemi del sonno e del cibo;

- A causa dello stress procuratovi dalla dipendenza fate incidenti, vi ammalate e vi ferite;

- Perdete tempo al lavoro;

- La vostra abilità al lavoro e la vostra operatività sono diminuite;

- Avete tentato il suicidio oppure avete pensato di farlo;

- Provate a controllare le uscite economiche della famiglia ma non risucite a tenerne il controllo;

- I vostri problemi finanziari sono in aumento;

- Vi fate carico dei doveri e delle responsabilità della persona dipendente con lo scopo di rendere "normale" lo scorrere della vita familiare;

- Vi prodigate eccessivamente al lavoro o in attività da svolgere fuori dalla vostra casa;

- Vi ritrovate a commettere azioni degradanti per voi stessi che abbattono la vostra dignità di persone.

 Per rendere la vostra riflessione ancora più accurata potete scrivere più esempi che potete di situazioni in cui vi siete trovati a agire come nei tratti comportamentali sopra descritti.

Questo test potete trovarlo nel libro "Out of the Shadow: Understanding Sexual Addiction" scritto dal dottor Patrick Carnes. Questo libro ha anche l'edizione italiana con il titolo : 'Fuori dall'Ombra'. Il test che vi ho proposto l'ho tradotto io personalmente dall'inglese all'italiano leggendolo nel libro in lingua originale. Per domande o delucidazioni a riguardo, lasciate un commento.

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Cos'è la Co-Dipendenza?

Pubblicato da Mada Alfinito il 31/10/2017

Questo è un estratto del mio lavoro: "Alessitimia e Dipendenza Affettiva. Prospettive Neurologiche e Psicologiche." (2016) - Estratto dal capitolo 2.

Quando ci si ritrova coinvolti in una relazione in cui uno dei membri ha problemi di dipendenza può instaurarsi la dinamica della codipendenza. In questo caso, uno dei soggetti della relazione soffre di una qualsiasi forma di dipendenza, mentre l’altro alimenta il suo comportamento condannandolo e assecondandolo allo stesso tempo. La codipendenza non prevede che i soggetti in questione siano necessariamente due partner amorosi. Essa può verificarsi con un qualsiasi individuo che interagisca intimamente con il dipendente, come ad esempio un familiare o un amico.

Per comprendere meglio questo concetto pongo due esempi. Il primo è quello di una coppia di amanti, il secondo di una madre con suo figlio. Entrambi i casi sono reali e hanno come protagonista la dipendenza sessuale.

1) Molti dipendenti sessuali, pur essendo sposati, presentano alcune forme di perversione come il voyeurismo e l’esposizione, flirtano con tante donne e sono capaci di frequenti tradimenti. Il dipendente sessuale è capace di agire per lungo tempo silenziosamente nascondendo tutto alla propria moglie, ma più la patologia sarà incalzante, più alto sarà il rischio di essere scoperto. Nel momento in cui la sua compagna lo scopre sarà lei che cercherà di controllare la dipendenza del marito e applicherà continue strategie per impedire che il proprio partner ricada in quei comportamenti che sono degradanti e umilianti per lei innanzitutto. Per evitare che il partner abbia comportamenti sessuali con altre donne cercherà di essere lei stessa maggiormente sessuale al punto di focalizzare l’attenzione solo su questo aspetto della sua personalità: un esempio tra i più semplici è quello di cambiare il suo abbigliamento e vestire sempre in modo succinto nella speranza che il partner sia troppo impegnato a guardare lei piuttosto che le altre donne. Un’altra mossa strategica della codipendente sarà criticare aspramente il partner per tutti i cattivi comportamenti che ha avuto, biasimarlo, mostrare rabbia, risentimento, sottolineare la propria onestà e rettitudine nei confronti di lui. La compagna potrà arrivare persino al punto di buttare tutte le riviste porno che il marito nasconde o cancellare i files pornografici che tiene sul computer. Ella cercherà addirittura di incrementare la propria attività sessuale con il marito per avere la sua completa attenzione ed evitare che egli vada “altrove” o, all’opposto, lo tradirà svariate volte con la speranza che la vendetta infligga in lui tutto il dolore che aveva ricevuto lei a sua volta. Inoltre, la codipendente tenterà di nascondere al mondo esterno la dipendenza del compagno: all’interno della relazione ella sarà un intransigente carceriere, ma all’esterno sembrerà ignorare i segnali delle persone intorno a lei che le riferiscono che il suo partner è stato colto in flagrante in atteggiamenti sessuali discutibili. La codipendente potrà anche tentare di negare a se stessa e agli altri l’evidenza dei fatti pur di non prendere coscienza della realtà e finire infine con il coprire i comportamenti del marito pure nel caso che questi siano stati lesivi nei confronti di una terza persona.

2)  Nel 1981 Frederick Coe era stato definito dall’opinione pubblica ‘the South Hill rapist’, ovvero lo stupratore di South Hill. Aveva commesso 37 violenze sessuali utilizzando la stessa strategia per tutte: seguire fino a casa le donne che scendevano dagli autobus. Sua madre, Ruth Coe, era stata scoperta affidare ad un uomo l’incarico di uccidere il pubblico ministero e il giudice che avevano condannato suo figlio al carcere. L’uomo incaricato dalla donna era un poliziotto sotto copertura ma lei non lo sapeva, quindi il suo tentativo di aiutare il figlio fu sventato. Nonostante questo, la donna provò ancora a proteggerlo con le sue testimonianze. Un giorno dichiarò persino che lei e suo figlio avevano cercato insieme il vero stupratore di South Hill perché certamente non poteva essere stato suo figlio. All’epoca di questo scandalo Ruth Coe aveva 61 anni e alla sua età era ancora molto attiva e attraente. Lo psicologo che la esamino dichiarò che era una donna in grande afflizione (Carnes, 1983[1]).

Dai casi riportati emerge il dato che un codipendente è una persona che in modo inconsapevole assume degli atteggiamenti che anziché allontanare l’altro membro della relazione da una dipendenza, lo avvicina: «essa diventa parte del problema del dipendente, per questo di usa il prefisso co-» (ibid.). Secondo quanto sostiene il dottor Patrick Carnes (1983): la persona vicina al dipendente (che sia un amico, un partner amoroso o un familiare) «diventa così coinvolto nella vita del dipendente che lui o lei inizia a prendere parte degli stessi processi mentali compromessi del dipendente» (ibid.). Il dipendente rimpiazza la relazione con la sua dipendenza. «Colui che lo ama percepisce la perdita, cerca di negarla e inizia a provare rabbia, sentendo a volte disperazione a volte speranza» (ibid.). Dietro la codipendenza c’è la forte consapevolezza che la propria presenza è stata sostituita in qualche modo da qualcos’altro e questo qualcosa non può essere eliminato. Nel primo caso esposto, la moglie ha provato in tutti i modi a prendere il posto della dipendenza del marito tentando di essere lei il centro dei pensieri di lui, ma non vi è riuscita perché l’unica relazione intensa che il dipendente instaura non è con la persona verso cui potrebbe esserci un legame affettivo ma con un acting comportamentale.

La perdita della relazione a causa del coinvolgimento nella dipendenza genera tutti quei processi umani basilari insiti in una separazione: speranza, rifiuto, rabbia, disperazione e solitudine. Una persona sofferente pone rimedio al dolore prendendo consapevolezza della perdita e ponendosi in contatto con gli altri. Perdere una persona amata a causa di una dipendenza, tuttavia, ha il potere di tenere una persona ferma al primo stadio del dolore senza arrivare mai ad una risoluzione. Il dipendente è ancora presente nella vita di una persona anche se la perdita della relazione è reale (ibid.). «Per completare la tragedia, il codipendente compierà azioni autodistruttive, degradanti o anche profonde violazioni dei propri valori» (ibid.).

 


[1] Out of the shadows, capitolo 5.

 

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L'Onestà è una Virtù che Sempre Ripaga?

Pubblicato da Mada Alfinito il 23/10/2017

 

Provate ad immaginare che nella città nella quale vivete sia prossimo ad avere luogo un evento che amate molto e a cui vi piacerebbe assistere. Potrebbe essere un concerto, una competizione sportiva, uno spettacolo teatrale o qualunque altra attività vi piaccia.

Immaginate anche che quel medesimo evento lo abbiate già visto uguale in tutto e per tutto di recente, poniamo per esempio un mese prima, ma venire a conoscenza del fatto che stia per essere ripetuto ad un passo da voi vi rende felici e stuzzichi in voi il desiderio di vederlo nuovamente.

Pensate ora che il biglietto ha un costo: non è altissimo ma nemmeno una cifra tanto irrisoria. Poniamo, per esempio, che il costo sia 50 euro e immaginate che l'unico vincolo che vi rende dubbiosi sull'acquisto sia il fatto che in fondo lo spettacolo, per quanto possa esservi piaciuto da morire, lo avete già visto proprio di recente e il pensiero di crearvi un piccolo disagio economico in mezzo a tutte le spese che già dovete affrontare di routine non vi entusiasma particolarmente. Forse non ne vale la pena sacrificare qualcosa che per voi è importante a favore di questa nuova iniziativa. In fondo è solo uno spettacolo.

Però... malgrado siate persi e presi dalle vostre occupazioni e situazioni giornaliere, il pensiero di avere quello spettacolo che tanto vi piace di nuovo così a portata di mano e così all'improvviso (un vero colpo di fortuna!) vi fa venire voglia di andare nel luogo dove si terrà. Non sapete bene con quale finalità esattamente, ma decidete di andare a dare un'occhiata pur non avendo intenzione di partecipare all'evento.

La maggior parte degli spettatori è arrivata con largo anticipo e voi vi trovate nella mischia di gente che ha già fatto i biglietti. C'è tanto caos: uomini e donne di diversa età e anche qualche ragazzino. All'improvviso il vostro sguardo cade casualmente sul pavimento e vi accorgete che tra i piedi in frenetico movimento di tutte quelle persone c'è un BIGLIETTO PER L'EVENTO! "WOW!" Pensate "che fortuna!" Siete pieni di gioia ma allo stesso tempo iniziate a sentire un piccolo scrupolo e provate a chiedere a quelli che sono intorno a voi se il biglietto appartiene a qualcuno di loro, in modo tale da restituirglielo. Purtroppo, o per fortuna, nessuno di quelli a cui lo domandate sembra sapere di chi sia il biglietto. Sospiro di sollievo.

Ora, immaginate che proprio nei pressi di dove siete voi ci sia una biglietteria e che sia possibile andare allo sportello a denunciare il ritrovamento del biglietto. Davanti a voi, quindi, si parano innanzi due alternative:

1) tenervi il biglietto ed entrare a vedere lo spettacolo togliendo al vero proprietario ogni possiblità di ritrovarlo mediante il reclamo alla biglietteria;

2) andare alla biglietteria e denunciare il ritrovamento del biglietto con la conseguenza di non avere più l'opportunità di vedere lo spettacolo gratuitamente.

La scelta è divenuta improvvisamente ardua: è vero che inizialmente non ci pensavate proprio ad andare a vedere lo spettacolo, eppure non sapete se sia l'atmosfera della situazione o l'entusiasmo delle persone che stanno per assistere all'evento ma adesso vi sentite contagiati dalla voglia di essere presenti perché è ritornato nella vostra mente il ricordo di quanto fosse stato bello vedere lo spettacolo solo un mese prima e ora avete voglia di perdervi nuovamente in quel momento emozionante.

Allo stesso tempo, però, la vostra mente con la sua parte logico razionale, frena la vostra parte emotiva e cinicamente vi suggerisce che forse rivedere quello spettacolo non è un bisogno così impellente: investire ulteriore denaro per un bisogno che era stato precedentemente soddisfatto vi sembra uno spreco, oltre che un azzardo. Forse è soltanto una sbandata dettata dalla vostra voglia di leggerezza. Lo spettacolo però sembra essere proprio quello giusto per voi, quello che vi piace tanto e allora scatta il dilemma: entrare gratuitamente con il biglietto che avete tovato a terra sottraendo al legittimo proprietario ogni possbilità di ritrovarlo (in fondo, a modo vostro avete fatto un tentativo di scoprire chi potesse averlo perso) oppure denunciare il ritrovamento del biglietto allo sportello (quindi pensare al bene dell'altro rinunciando a malincuore allo spettacolo)?

è strano, vero, che una cosa che all'inizio avevate considerato tanto superflua ora la desideriate al punto di non sapere cosa fare? La cosa più bella che potrebbe accadere se avessimo la possibilità di scegliere il risvolto di questa situazione in base ai nostri desideri più profondi sarebbe quella di andare allo sportello, denunciare il ritrovamento del biglietto e sentirsi dire dall'addetto a questa mansione di non preoccuparci di restituirlo perché "l'onestà nella vita ripaga sempre" e proprio in virtù dell'integrità dimostrata di non aver intascato il biglietto a discapito di un altro che ne era il legittimo possessore, lo staff dell'evento decide di non riprenderselo ma di regalarvelo per premiarvi di tanta buona volontà e fa un annuncio all'altroparlante per richiamare l'attenzione dei presenti e invitarli a controllare se hanno con loro il biglitetto in modo da venire a prenderne un altro in caso si accorgano che lo hanno smarrito. Ora, tutti sono contenti e voi avete il vostro bel biglietto in mano. Vi approssimate verso l'entrata insieme alla folla e vi godete non solo nuovamente lo spettacolo che tanto amate, ma vi sentite su di giri per la soddisfazione del vostro gesto e fieri che qualcuno finalmente vi abbia dimostrato che l'onestà in questo mondo ripaga sempre.

Happy Ending.

Ho pensato spesso a questa visualizzazione e mi sono domandata se essere sempre e totalmente onesti nei rapporti interpersonali possa davvero condurre ad un lieto fine come quello del giochino che vi ho proposto oppure sia tutto soltanto una grande utopia e c'è solo da scegliere tra una delle due opzioni iniziali, pagando in ciascun caso un prezzo abbastanza alto. Perché dire la verità quando ci rapportiamo agli altri, si sa, non è facile per nessuno, soprattutto quando si verificano circostanze particolari. Ho ripercorso con la mente alcune delle mie relazioni anche recenti e la risposta che mi sono data è stata che l'onestà mi ha ripagata pochissime volte e che le persone a cui avevo mostrato sincerità e disponibilità non hanno saputo rispondermi con altrettanta chiarezza. E allora ho pensato che questa estrema idea della virtù sempre ricompensata 'come-in-Cielo-così-in-Terra' fosse fallace, e sono certa che ognuno di noi si è sentito così ben più di una volta nella vita.

Sapete, spesso crediamo, a torto, che quando interpelliamo una persona per interagire con noi, quella potrà scegliere solo tra due tipologie di risposte: una candida verità o una colossale bugia (e pian piano poi dovremo darci da fare per smascherarla). Se 'virtus in medio stat' (la virtù sta nel mezzo) è molto spesso vero che anche la bugia e l'inganno trovino svariati modi di manifestarsi tra un opposto e l'altro.

Già Sant'Agostino di Ippona (354-430 d.C.) faceva distinzione tra diverse tipologie di bugie e fu uno dei primi a parlare di bugia bianca, ovvero quel tipo di bugia che viene raccontata ad un'altra persona non per nuocerle ma per evitarle un grande dispiacere in quanto, in quella circostanza particolare, la verità sarebbe più letale di una menzogna. Sant'Agostino diede così tanta importanza a questa forma di dissimulazione della realtà che ne scrisse un piccolo trattato, il 'De Bugia'. Ancora oggi, a distanza di tanto tempo, la Chiesa Cattolica si interroga se la bugia bianca sia un peccato veniale di poca importanza oppure offenda ugualmente il Dio-Verità-Assoluta come tutte la altre tipologie di menzogna.

Molti anni fa dovevo dare all'università un esame di diritto comparato dell'informazione e della comunicazione. Mi ritrovai quindi a studiare un bel po' di leggi che tutelavano i soggetti invischiati in qualche tipo di coinvolgimento mediatico. Tra questi argomenti interessantissimi, vi era una sezione specificamente dedicata al giornalismo e compresi che ciò che faceva costantemente girare la testa a tutti gli esperti del settore era quella che viene chiamata la mezza verità. Per mezza verità si intende il raccontare a qualcuno come stanno realmente le cose... ma fino a un certo punto! Riferire quindi solo un pezzo dei fatti realmente accaduti e poi omettere il seguito per qualsiasi motivo. La mezza verità in Italia in ambito giornalistico e mediatico è attualmente perseguibile penalmente e questo fa riflettere sul fatto che anche l'omissione, cioè la non dichiarazione di un fatto, sia considerata una menzogna dalla nostra cultura.

L'omissione è la menzogna ideale per quelli che non amano complicarsi la vita con le parole. Il loro quieto vivere viene sempre prima del rispetto per le altre persone. Questa tipologia di uomini e donne, di fronte ad una domanda che esige una importante risposta, si tirano ermeticamente indietro lavandosi le mani in una vaschetta di acqua pulita come Ponzio Pilato e proclamano l'Ecce Homo di colui o colei al quale hanno voltato la faccia (facendo finta di non vederli).

Ora come ora, credo che per quanto ognuno di noi possa sforzarsi, sia davvero difficile essere onesti sempre e comunque con le persone che ci circondano. La maggior parte di noi si indigna per non aver ricevuto una risposta sincera dalla persona con cui ha interagito, però siamo proprio noi i primi che si fanno sfuggire di bocca una mezza verità o una bugia bianca e chissà quante volte poi siamo scappati da una situazione (omissione) solo per la paura di prenderci delle responsabilità. Kant sosteneva che "la morale è fatta per gli uomini e non gli uomini  per la morale", intendendo dire che per quanto ciascuno di noi abbia bisogno di un'etica interna per vivere in modo pacifico e rispettoso con se stesso e con gli altri, a causa della nostra natura fallibile e imperfetta spesso abbiamo profonde difficoltà nel rispettarla. Chissà quante volte, infatti, dietro ad una omissione fatta o subita si celava semplicemente una grande paura di affrontare una certa situazione e non la volontà di ferire la persona che amavamo.

Di una cosa però sono convinta: che l'onestà ripaghi con la pace della propria anima. Essere onesti significa innazitutto esserlo con noi stessi evitando così di racconatarci una infinità di bugie. Quando non siamo chiari con noi stessi su cosa veramente pensiamo o vogliamo, generiamo automaticamente confusione anche nelle nostre relazioni interpersonali facendo andar via chi invece amiamo e infliggendo a noi stessi inquietudine e sensi di colpa. Essere chiari su cosa proviamo nei confronti di un'altra persona, che sia amore o che sia odio, che sia invidia o ammirazione, ci toglie molti scrupoli, ci preserva dai rimpianti e ci evita di compiere azioni che rimpiangeremo per il resto della nostra vita. L'onestà ripaga sempre perché non c'è niente che valga di più della pace interiore.

Per restare in tema, Policy of Truth by Depeche Mode

https://www.youtube.com/watch?v=M2VBmHOYpV8

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Casa è Dove si Trova il Tuo Cuore

Pubblicato da Mada Alfinito il 22/10/2017

Manuale d'istruzione per trovare casa:

1- Voltati indietro e fatti prendere dalla nostalgia;

2- Guarda al futuro e aspetta che l'ansia per la tua sussistenza ti assalga;

3- Ora, ritorna mentalmente al presente e lascia che il disagio che senti dia pessimi giudizi su quello che sei;

4- In preda all'inquietudine, prendi un atlante di geografia e non spazientirti se d'improvviso scopri quanto tu sia ignorante in materia;

5- Inizia a cercare lavoro in qualsiasi posto del mondo e sacrifica il tuo talento in nome del denaro e della produttività. I massimi esperti consigliano la modalità random, ossia casuale;

6- Quando avrai ricevuto finalmente la risposta che aspettavi, lascia tutto e VAI!

Fatto?

Complimenti! Ecco pronta la ricetta per il DISASTRO!

Nell'estate del 2016, presso il museo dell'architettura di Francoforte in Germania, all'ultimo piano c'era una piccola stanza con le pareti bianche dove erano stati esposti i plastici di una scuola. Sul muro accanto alla porta d'ingresso c'era invece un leggìo con un rotolo di carta bianca. In alto era scritto in tedesco:

"Heimat is für mich..."

che tradotto in italiano vuole dire:  "Per me, 'casa' è...".

In tedesco il termine 'Heimat' può indicare sia la patria d'origine che la casa d'origine, ma viene spesso inteso anche in senso figurato come il luogo in cui ci sente interiormente a casa.

Ho preso il pennarello e ho iniziato a pensare a cosa potesse essere per me 'casa'. Non ho avuto dubbi a riguardo e ho scritto: "Heimat is where my beloved is", che tradotto in italiano dall'inglese vuol dire: "Casa è dove si trova la persona che amo".

Poi mi sono messa a curiosare per vedere cosa avessero scritto gli altri. Sul foglio c'erano le firme di molti italiani e mi sorprese il fatto che anche molte persone provenienti da altri Paesi avevano dato risposte simili alla mia.

Ciò che mi aveva afflitto fino a quel momento per ben tre anni era il pensiero di cambiare casa. E per cambiare casa non intendevo semplicemente spostarmi da una strada ad un'altra della mia città, bensì uscire definitivamente dai confini della mia regione. Insomma, un vero e proprio espatrio supportato dai collaboratori con i quali lavoravo e da persone che mi conoscevano bene. Ma in base a quale criteri decidere il mio spostamento? La passione per una lingua? La nostalgia di persone care che vivevano oltreoceano? La necessità impellente di un lavoro che mi garantisse la possibilità di coltivare i miei talenti? L'orologio biologico che stava per battere le lancette sui 30 anni?

Non dimenticherò mai i mesi che andarono dal marzo del 2016 fino al mese di agosto dello stesso anno, quando approdai in Germania. Bella davvero la Germania e splendida la lingua tedesca e tutta l'arte che potevo ammirare e vivere. E molto cari erano anche gli amici che mi avevano ospitata in casa loro. Avrei potuto trovare casa nella splendida Monaco, in quanto stava per arrivarmi una proposta di lavoro proprio da quella città. Ma dopo Monaco, fu la volta di andare più su a Francoforte e in quel museo dichiarai finalmente a me stessa cosa volesse dire per me avere una casa vera. Dopo Francoforte salii ancora più su, a Berlino. Molte delle persone che mi conoscono avrebbero scommesso tutto l'oro del mondo sul fatto che avrei amato Berlino più di ogni altra città della Germania, ma la mia opinione finale lasciò sorpresi molti di loro. Innanziutto, ritenni che Monaco a mio avviso fosse la più bella (per motivi che non mi dilungo a spiegare, altrimenti corro il rischio di farvi addormentare davanti allo schermo), ma soprattutto a Berlino accadde ciò che per me era inaspettato. Berlino era bella e piena di musica ma nel modo in cui era strutturalmente organizzata, mi sembrava certe volte di rivedere Roma. Ma Roma non era. E per la prima volta in vita mia compresi quanto Roma fosse cento volte più bella. Sapete, una cosa che ci insegnano quando siamo piccoli è che l'Italia è bella, ma forse troppo stretta per le menti che si vogliono espandere. E io credo che in parte queste persone abbiano decisamente ragione. Ho sentito spesso gli stranieri dire che gli italiani siano infaffidabili e che i nostri governi siano i peggiori dell'Europa, ma che ciò per cui vale la pena restare è il cibo. Se le cose stanno davvero così e sei vegano, allora ti rendi conto di essere veramente nei guai perché non solo la tua mente non è libera di creare come vorresti, ma non riesci nemmeno a goderti la cucina locale che è piena di lieviti e latticini. Insomma, non si tratta più soltanto di cervelli in fuga, ma di veri e propri stomaci in fuga! Ma è solo quando sei lontano da un posto o da una persona che capisci quanto sia bella e importante. E anche l'Italia mi sembrò per la prima volta meravigliosa a confronto di tanti altri Paesi Europei, nonostante fossi stata precedentemente all'estero.

Se tornassi indietro nel tempo, ora sono certa di una cosa che farei: in quel museo cambierei la frase che ho scritto con quest'altra:

"Heimat is where your heart is"

"Casa è dove si trova il tuo cuore"

Sì perché, in un intero anno che ho girato un po' l'Italia e l'estero, ho scoperto che 'casa' non è soltanto un luogo fisico. è molto di più. Non basta avere le chiavi di un posto per dire che quella è la propria casa. Anche gli agenti di polizia penitenziaria hanno le chiavi del carcere in cui lavorano ma nessuno di loro direbbe mai che quella è casa propria. Nella vita ci sono delle priorità materiali ed economiche e questo a volte implica dover spostarsi in luoghi indesiderati. Ma trasferirsi in un determinato posto non vuol dire aver trovato davvero casa. 'Casa' oggi per me è quel posto dove ogni volta che ci torni ti senti a tuo agio, dove cammini per le strade e te ne senti parte. 'Casa' è quel posto che a volte sogni la notte e quando ti svegli senti l'impellenza di far le valigie e voler ritornare. 'Casa' sono le braccia aperte che aspettano solo che tu ritorni e che quando ti accolgono ti chiedono di restare. 'Casa' è quel posto dove sai che puoi sviluppare i tuoi talenti con entusiasmo, nonostante a volte costi qualche difficoltà. 'Casa' è il luogo dove hai lasciato un pezzo del tuo cuore e dove ricordi persone che non ci sono più. 'Casa' è quel luogo in cui ti sei ritrovato all'improvviso e dove hai incrociato quello sguardo che non dimenticherai mai più.

I ricchi miliardari ci insegnano che avere più di una casa è un lusso, ma che allo stesso tempo sia indispensabile. Quelli che non sono ricchi pensano che avere più di una casa possa essere un enorme spreco di denaro, ma ciascuno di noi è un imprenditore che posside molte case di lusso in tutto il mondo. Perché si sa che il cuore non sta mai confinato in un posto soltanto ma lascia un pezzo di sè ovunque si trovi a suo agio. E allora, forse, siamo davvero tutti multiproprietari senza dover pagare l'IMU. Non a caso Diogene di Sinope (filosofo antico) si dichiarava cittadino del mondo. E forse, ancora, tra le tante case che ciascuno di noi interiormente possiede, ne sceglie poi una vera dove passerà la maggior parte della propria vita. Perché 'casa' è anche il posto da cui scappare per la paura di prendersi delle responsabilità per poi ritornare sapendo di aver corso tanto solo per farsi riportare dagli eventi proprio lì dove tutto era inizato. E 'Casa' è ovunque, anche la Patria Celeste dove alla fine del viaggio oguno di noi lascia definitivamente le chiavi al vero padrone di casa e di quello che è stato resta soltanto un mucchio di fotografie da inserire sul catalogo dell'agenzia immobiliare dell'eternità. 

Song: 'Home' by Depeche Mode

https://www.youtube.com/watch?v=qIUbqILri0o

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Io e l'Altro: Chi Controlla la mia Relazione?

Pubblicato da Mada Alfinito il 11/10/2017

        Questa primavera è iniziata con un mio seminario presso Eco Bistrot a Salerno il giorno 21 giugno 2017.

        L'argomento protagonista di questo incontro è stato il concetto di 'controllo' nelle relazioni interpersonali. Leggi tutto...

Comunicazione Interpersonale, Giochi Relazionali e Manipolazione

Pubblicato da Mada Alfinito il 10/10/2017

        Ho tenuto questo workshop il giorno 26 novembre 2016 nuovamente presso il locale culturale Eco Bistrot di Salerno. Molte persone che hanno letto la locandina che potete vedere in alto, mi hanno domandato nei mesi scorsi se ho parlato di GIOCHI nel senso che siamo soliti attribuire a questa parola, cioè un momento ludico ricreativo.

La risposta è NO.

Per giochi relazionali non si intende assolutamente un momento di attività ludica.

        La finalità di questo workshop è stata quella di parlare di comunicazione manipolativa, ragion per cui ho deciso di integrare nel mio discorso l'analisi transazionale di Eric Berne basandomi in particolare suo libro 'Games People Play' tradotto in italiano con il titolo 'A che Gioco Giochiamo'.

     Facendo riferimento a Berne, ho illustrato il concetto di giochi relazionali, i quali non sono altro che una modalità di interazione tra due o più individui.

 

       Ho spiegato ai presenti che ogni volta che interagiamo con qualcuno abbiamo una finalità più o meno conscia di cosa vogliamo ottenere da quella persona e ogni volta che avviamo un processo comunicativo di questo tipo, stiamo iniziando un gioco relazionale. In ogni gioco relazionale ci sono delle regole tacite, cioè non espresse apertamente, ma che i partecipanti comprendono ad un livello più profondo mediante il modo che usano per comunicare. Una volta avviata l'interazione, i partecipanti possono decidere se accettare la modalità comunicativa sperimentata oppure abbandonare il gioco e/o tentare di proporre tacitamente nuove regole. Ci sono giochi (quindi interazioni comunicative) che rendono piacevole il tempo passato insieme e aumentano l'intimità, l'amicizia e la stima reciproca tra i partner, ma esistono anche giochi in cui i partecipanti provano a manipolare l'interlocutore in modo velato e subdolo.

       Questo è stato uno dei seminari in cui mi sono divertita di più perché ho proposto agli ascoltatori diversi schemi comunicativi in cui tutti noi ci imbattiamo quotidianamente e di cui non ci rendiamo conto di quanto siano manipolativi. Per me è stato divertente inscenare un certo tipo di dialoghi, mentre per i partecipanti è stato divertente ritrovarsi in quelle frasi e dialoghi vissuti inconsapevolmente e ripetutamente con amici, parenti, colleghi, partners, etc.  Oltre a tutto ciò, mi sono anche soffermata molto sui principi basilari di uno scambio comunicativo chiaro e sugli elementi di disturbo che spesso si verificano durante le interazioni.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

     Come sempre, alla fine dell'incontro i partecipanti hanno condiviso le loro esperienze e le loro perplessità con i presenti ponendo domande per avere ulteriori chiarimenti.

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Benvenuti! ^_^

Pubblicato da Mada Alfinito il 09/10/2017

 Dante Alighieri scrisse che non fu l'atto sessuale tra i suoi genitori la causa prima del suo concepimento, bensì la parola. L'amore, da solo, non poteva essere l'artefice dell'incontro fusionale tra loro. L'amore aveva bisogno del linguaggio affinché un tale sentimento potesse crescere e svilupparsi. Il poeta aveva ben compreso che la comunicazione verbale, comprendente parole amorose e promesse sincere, e quella non verbale, fatta di sguardi e gesti significativi, erano la chiave che la natura aveva dato ai suoi genitori per costituire una relazione unica e profonda. La comunicazione non è semplice interazione tra individui ma connessione profonda tra volontà diverse che nel momento stesso del loro incontro creano una nuova realtà ed è proprio per questo che nel mio sito internet potrai trovare strumenti utili per migliorare il tuo modo di comunicare e gestire le tue relazioni interpersonali.

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Alessitimia e dipendenza affettiva. Prospettive neurologiche e psicologiche

Pubblicato da Mada Alfinito il 09/10/2017

Allego qui l'abstract della mia tesi di laurea magistrale dal titolo:

"Alessitimia e dipendenza affettiva

Prospettive neurologiche e psicologiche"

Di Mafalda Alfinito, 2016

 Alfinito Mafalda2

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Domani

Pubblicato da Mada Alfinito il 09/10/2017

Con questo racconto ho partecipato al concorso 'Racconti nella Rete' anno 2014. Allego il link del sito internet del concorso dove potete leggere il mio racconto. Diritti riservati.

http://www.raccontinellarete.it/?p=20161

 

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Neuromarketing-approcci diversi, un obiettivo comune: trovare il 'buy button'

Pubblicato da Mada Alfinito il 09/10/2017

Allego qui un file con l'abstract della mia tesi di laurea triennale.

Titolo:

"Neuromarketing

Approcci diversi, un obiettivo comune: trovare il 'buy button'"

Di Mafalda Alfinito, 2010

Alfinito Mafalda1

 

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Love Addiction: Bisogno d'Amore, Dipendenza, Necessità

Pubblicato da Mada Alfinito il 05/10/2017

          Il secondo incontro è stato organizzato a Salerno presso Eco Bistrot, il giorno 15 giugno 2016 ed è stato dedicato interamente alla dipendenza affettiva. Anche questa volta mi sono servita di slides ed elementi multimediali per rendere più semplice e interessante la comprensione degli argomenti trattati, i quali sono stati emotivamente forti pur essendo esposti mediante definizioni provenienti dalla psicologia e dalle neuroscienze.

           Per prima cosa, ho introdotto ai partecipanti il concetto di dipendenza affettiva iniziando dalla prima volta che il mondo della psicologia ha riconosciuto il soffrire a causa di relazioni insane un disagio emotivo importante. Ho parlato soprattutto della donna che ha richiamato l'attenzione degli psicologi per la prima volta su questo disagio psicologico, ovvero Robin Norwood, la quale ha dedicato svariati libri a questo argomento. Ella è stata la prima a definire il concetto dipendenza affettiva. Mi sono soffermata, inoltre, sui danni devastanti che procura una relazione in cui non c'è equilibrio tra quello che si dà e quello che si riceve. è emerso così il concetto di danza relazionale e abbiamo riflettuto sulle motivazioni psicologiche che conducono uomini e donne ad entrare in relazioni insane.

          Dopo aver trattato questi argomenti da un punto di vista psicologico, ho parlato ai prtecipanti della dipendenza affettiva anche da un punto di vista neurologico. Mi sono avvalsa delle neuroscienze per spiegare che i processi ossessivi e morbosi che si instaurano in certi tipi di relazione non sono soltanto il frutto di un modo distorto di concepire se stessi e di vivere la propria emotività, ma ho spiegato anche che le tutte le dipendenze si sviluppano anche ad un livello neurologico. Il nostro corpo, quindi, con i suoi meccanismi fisiologici è in grado di influenzare grandemente le nostre scelte comportamentali, e soprattutto la scelta del nostro partner. Non mi dilungo a spiegare oltre in quanto, se volete approfondire questi argomenti, potete leggere articoli inerenti alla dipendenza affettiva su questo sito. Basta cliccare sulla home page e  sulla barra laterale a destra vi comparirà un riquadro intitolato 'categorie'. Tra le categorie, cliccate su quella con scritto 'dipendenza affettiva e recupero'... e buona lettura!

         Alla fine dell'incontro i partecipanti hanno spontaneamente condiviso le loro esperienze e fatto domande sulla gestione dei propri rapporti interpersonali sciogliendo così dei dubbi riguardo le loro esperienze pregresse o attuali. è stata una serata sicuramente molto intima, in quanto abbiamo toccato argomenti emotivamente delicati, complessi e profondi e ciascuno dei partecipanti ha potuto sentirsi finalmente capito e non isolato nei suoi problemi. Molto spesso, infatti, crediamo che i nostri disagi siano casi unici, che certe situazioni disastrose capitino solo a noi e che nessun altro possa capirci. Chi ha partecipato al workshop ha invece finalmente compreso di non essere solo e che il proprio dolore non è unico al mondo ma ci sono tante altre persone con il suo stesso disagio. Ascoltare certi argomenti è servito ai presenti a chiarirsi le idee e prendere consapevolezza della propria situazione emotiva e relazionale. A chi voleva approfondire i propri disagi in maniera radicale, ho consigliato di iniziare un percorso con uno psicoterapeuta in quanto, in questi casi, è davvero importante non affrontare da soli il problema. L'aiuto di un esperto  è fondamentale.

 

Nota: le immagini nell'articolo sono alcune delle slides che ho mostrato durante l'incontro.

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Si o No: le parole compromettono il destino della tua relazione

Pubblicato da Mada Alfinito il 04/10/2017

 

Dedico la quinta regola per creare una efficace comunicazione interpersonale a tutti gli innamorati messi in crisi da due piccole ma potenzilamente letali parole. Nell'articolo mi riferisco soprattutto alle donne poiché è un problema molto diffuso soprattutto tra loro, ma sono certa che, per certi aspetti, anche i maschietti potranno riconoscersi in questo disagio.

 

         "Quando dici 'sì' agli altri, assicurati di non stare dicendo 'no' a te stesso".

(Paolo Coelho)

 

"SI!" è un rituale che inizia sin dall'infanzia: dire "sì" ai genitori, agli insegnanti e agli amici è necessario. Se dicessimo qualche "no" di troppo, saremmo etichettati come ribelli ed esclusi da buona parte delle attività a cui vorremmo prendere parte. Da adulti, le cose non sono poi così diverse: quanti "sì" siamo costretti a rispondere alla società per non perdere le poche cose che abbiamo guadagnato tanto duramente?

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Tra tutti i "sì" della nostra vita, ce n'è uno che la maggior parte delle donne sogna ancora di dire nel ventunesimo secolo ed è il fatidico "SI!". Purtroppo, le persone che credono che parole come "per-sempre" e "e-vissero-tutti-felici-e-contenti" nascano sull'altare di una Chiesa o in un qualsiasi altro luogo dove si ufficializza un tale tipo di unione, si sbagliano. Ogni relazione è costellata da una sequenza senza fine di "SI" e sono proprio questi che decideranno le sorti della relazione. Tutto ha inizio con il primo sguardo tra un uomo e una donna. Lui la nota e lei risponde: "SI" usando lo sguardo in risposta. Poi arriva il momento di dire: "SI: ti darò il mio numero di telefono" e: "SI, sabato prossimo avremo un appuntamento!" A questo punto si avvicina il momento di dire "SI" e dare il primo bacio, il quale è spesso seguito dal "SI" del primo rapporto o approccio sessuale.

In aggiunta, in una relazione ci sono tantissimi altri importanti "sì" e una 'donna-che-ama-troppo' (cit. Norwood) è una donna che dice sempre "SI!" Lei risponde "SI!" anche se la telefonata del suo lui non arriva mai e quando lui la ritiene finalmente degna di una piccola attenzione, lei risponde "SI! Ti stavo aspettando!" Lei dira "SI!" anche quando lui la inviterà a cena... il problema è che lei gli aveva chiesto di passare un po' di tempo insieme due settimane prima, ma lui ha trovato il tempo soltanto ora (è sempre troppo impegnato per fare una telefonata o uscire). Nonostante il fatto che lei stia raccogliendo le briciole del SUO prezioso tempo, lei risponderà ancora "SI!" al suo bisogno di fare sesso al loro primo (o secondo) appuntamento anche se lei in realtà non si sente ancora pronta (non lo conosce ancora bene), ma decide lo stesso di farlo solo perché ha paura di perdere lui. Ma cosa dire a riguardo delle regole del gioco che LUI ha stabilito? è lui a decidere quando chiamare e quando no, quando uscire e quando no, quando fare sesso oppure no, quando litigare o fare pace, quando concederle una piccola gioia oppure una lunga lista di frustrazioni e lei è ancora lì, soffrendo ma fingendo un sorriso, rispondendo "SI!"

yes1 La parola 'sì', concessa costantemente, succhia via l'anima dalle persone. Nelle relazioni insane, dire "NO" è proibito. Lo sanno bene le donne (ma anche gli uomini) che dicono sempre "sì" ai loro partner senza mai avere la possibilità di considerare se farlo conduca ad un'azione positiva o dannosa per loro stesse. Dire "sì" è un modo facile per preservare la relazione ma ha un costo veramente alto: la perdita della dignità della donna e una vita di sofferenza. Quando un uomo forza subdolamente una donna a fare ogni cosa lui voglia, il "sì" pronunciato da lei perde il suo significato di 'amore'. Da quel momento in poi, quando lei dice "sì" non sta lasciando intendere più: "Io ti amo" ma: "Compromesso" e 'compromesso', in questi casi, non vuol dire altro che 'prigione' e 'perdita di identità' (della donna, ovviamente).

Tantissimi uomini dichiarano di sognare (segretamente) di avere una 'yes-woman' accanto nella loro vita ma ciò non è assolutamente vero perché, quando essi spingono la loro donna a cambiare, con il tempo iniziano ad annoiarsi di averla tra i piedi e la mollano per un'altra che in quel momento sembra loro più inafferabile e decisa (per poi provare a cambiare anche lei dopo averla conquistata). Gli uomini non rispetteranno mai una donna che permette di essere tratta come una schiava e fa del suo meglio per soddisfare i desideri più egoisti del suo uomo. Un uomo smette di dare rispetto alla sua donna se perde la sua dignità (anche se è stato proprio lui la causa che ha spinto lei a cambiare così duramente).

yes3 Tuttavia, ci sono casi in cui una 'yes-woman' riesce ad ottenere la sua ricompensa e va all'altare con l'uomo a cui ha giurato di servire fedelmente ed eternamente (e la sua vita sarà un vero Inferno sulla Terra). Mi domando: ha davvero senso giungere all'altare di una Chiesa sentendosi completamente svuotate? Vale davvero la pena buttare via la dignità di essere donna per il capriccio di un uomo? Vale davvero la pena farsi sfruttare da un partner senza mai ricevere ciò di cui una donna ha bisogno per sentirsi emotivamente e sessualmente soddisfatta?

Non posso nascondere che oggigiorno anche gli uomini stanno sperimentando un disagio molto simile: il numero di uomini sfruttati, manipolati e schiavizzati da donne egoiste ed egocentriche è tremendamente in aumento. è davvero una dura sfida stabilire chi abbia ragione e chi sia nel torto, se gli uomini o le donne, perché ciascuna storia è differente, ma il punto è che l'amore può esistere solo e soltanto dove il rispetto e la dignità dominano la relazione.

Risultati immagini per pinocchio e mangiafuocoL'ancestrale lotta tra il bene e il male oggi non è altro che la lotta tra il sì e il no perché ciò che sta distruggendo inesorabilmente le relazioni umane nell'attuale momento storico è il costante conflitto tra chi fa pressanti richieste e subdolamente forza e l'altro membro della relazione, il quale vive costantemente con l'ansia e la paura di sbagliare. Non esiste nessuna gioia nel donare se donare significa 'mi-sento-in-obbligo-perché-ho-paura-di-perdere-il-mio-partner'. L'amore è veramente libero e onesto solo se possiamo sentirci a nostro agio in tutte quelle situazioni in cui siamo chiamati a rispondere "sì" o "no" ai bisogni del nostro partner. Uno 'yes-man' o una 'yes-woman' non è un/una partner, è un burattino. E quando un essere umano diventa un burattino non passerà molto tempo prima che Mangiafoco getti Pinocchio tra le fiamme.

Possiamo eununciare a questo punto la regola #5 per una buona comunicazione interpersonale: 'sì' e 'no' sono solo all'apparenza delle semplici parole: quando vengono pronunciate andando contro ciò in cui credete e volete davvero, possono recare danni esponenziali alla vostra vita e alle vostre relazioni perché vi metteranno in situazioni non piacevoli e difficili da gestire. Meglio essere chiari: l'onestà vi ricompenserà con la serenità.

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Io chi? Il confine sottile tra autonomia e dipendenza

Pubblicato da Mada Alfinito il 02/10/2017

            L'immagine di presentazione di questo post è la locandina del workshop che ho tenuto nella città di Salerno (Campania) il giorno 14 maggio 2016 ed è stato l'evento che ha dato inizio al mio progetto: parlare con la persone aiutandole a diventare consapevoli del modo in cui vivono la relazione con se stessi e con gli altri al fine di migliorare la qualità della propria vita.

         Per inaugurare questo nuovo progetto ho scelto il locale Eco Bistrot di Salerno in quanto, oltre ad essere un ottimo ristorante, è nato con la finalità di ospitare eventi culturali di vario genere.

          L'incontro è durato all'incirca tre ore: ho dedicato le prime due all'esposizione degli argomenti e all'esercizio che i partecipanti dovevano svolgere, mentre l'ultima ora è stata dedicata alle domande dei presenti, i quali si sono mostrati molto curiosi di approfondire quanto era stato precedentemente detto e hanno condiviso spontaneamente le loro opinioni personali. Mentre parlavo ho mostrato loro delle slides, in modo tale che tutti potessero prendere nota di alcuni concetti fondamentali e anche perché ritengo che un supporto multimediale con immagini e video, se organizzato in maniera appropriata, aiuti i partecipanti a mantenere la concentrazione e ad apprezzare di più quanto viene esposto.

           Ho deciso di iniziare la serata con una citazione di Nietzsche. Riporto di seguito la prima slide del seminario:

            L'obiettivo del workshop è stato innanzitutto quello di comprendere che ogni essere umano costruisce l'opinione che ha di se stesso man mano che entra in contatto con il mondo esterno. Nel mondo circostante egli incontra, infatti, altri individui con i quali si confronta e le relazioni che instaura tutti i giorni nel corso della sua vita sono fondamentali nella formazione della sua personalità, in quanto egli ne sarà sempre influenzato nel bene e nel male. Soprattutto, le sue relazioni sono di grande importanza perché egli vede nell'altro uno specchio che gli rimanda l'immagine di se stesso. L'individuo, con il passare del tempo, si rende conto che gli altri sono un punto di riferimento per determinare il proprio valore e l'importanza del proprio posto nel mondo e questo provoca in lui delle conseguenze importanti, come per esempio diventare eccessivamente attaccato al loro giudizio perdendo così, a mano a mano, il senso della propria identità e abdicando al proprio piacere personale per soddisfare le aspettative di altri.

          L'incontro con l'altro può condizionarci al punto che quando ci si rifocalizza nuovamente su se stessi e sul proprio mondo interiore, ci si sente totalmente trasformati. Acquisire la propria identità in modo autonomo considerando gli altri una fonte di ispirazione e non di inibizione è la vera sfida di ognuno di noi. Ogni persona crea all'interno della sua mente un sistema di credenze che sono il terreno su cui formerà l'opinione che avrà di se stessa per tutta la vita e che sono anche il punto di partenza per costruire tutte le sue relazioni interpersonali. L'opinione che ognuno ha di se stesso e i valori in cui crede saranno sempre il metro di giudizio che lo stimolerà a raggiungere determinati obiettivi nella sua vita o, al contrario, quando sono disfunzionali lo inibiranno al punto di vivere una vita mediocre con poche soddisfazioni lavorative e affettive. L'esercizio svolto dai presenti è servito loro proprio per mettere a fuoco quali sono queste credenze che ciascuno aveva radicate dentro se stesso. Alla fine del workshop i partecipanti sono riusciti a capire quanto il giudizio degli altri influenzi la loro vita e che cosa implica vivere in autonomia pur essendo consapevoli che il rapporto con gli altri è qualcosa di necessario per ognuno proprio per accrescere il senso del proprio sé e maturare.

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Recuperarsi dalla dipendenza affettiva

Pubblicato da Mada Alfinito il 28/09/2017

 

          Nel precedente articolo ('come uscire dalle dipendenze patologiche?') ho spiegato cosa sia la Alcolisti Anonimi e come questo metodo di guarigione sia considerato tanto efficace al punto che nel corso degli anni sono nati in tutto il mondo centinaia di gruppi di terapia ispirati alla AA. Per la dipendenza affettiva è stato fatto lo stesso e la prima donna a suggerire l'idea di un gruppo di terapia per le 'donne che amano troppo' fu Robin Norwood.

          Per lungo tempo Robin Norwood fu una psicoterapeuta. Il suo bestseller 'donne che amano troppo' è nato proprio grazie alle chiacchierate tenute con le clienti che erano da lei in terapia. La stessa Norwood ha sostenuto, nel medesimo libro, di essere stata a sua volta una dipendente affettiva. è interessante il fatto che ad un certo punto della sua carriera, Robin abbia smesso di esercitare la professione di psicoterapeuta. Nei sui libri ella ha dichiarato espressamente di ritenere la terapia individuale poco efficace e incisiva al fine di aiutare le donne ad uscire da questo disagio psicologico ed emotivo. Ella scrisse: "Tuttavia, i molti anni di esperienza nel campo delle dipendenze mi hanno insegnato che sono i programmi 'Dodici Passi' quelli che offrono il più adeguato ed efficace trattamento di tutte le forme di dipendenza, ivi comresa quella da relazioni (1)". L'autrice non ha mai affermato che la terapia individuale fosse completamente inutile, ma ha più volte dichiarato nei suoi libri che aveva notato che le donne che facevano terapia di gruppo riuscivano a recuperarsi in maniera più efficace rispetto a chi si sottoponeva ad una terapia singola.

          In entrambi i suoi libri ('donne che amano troppo' e il sequel 'lettere di donne che amano troppo') ella ha tracciato delle linee guida per ispirare le donne che avrebbero letto i suoi scritti a fondare un gruppo di terapia basato dul programma 'Dodici Passi'. Inoltre, proprio perchè ogni gruppo di recupero 'Dodici Passi' si ispira al modello proposto dalla Alcolisiti Anonimi, per ciascuno di essi è stato stilato l'elenco dei passi adattato alla dipendenza che il gruppo deve affrontare. Per quando riguarda la dipendenza affettiva i seguenti 'Dodici Passi' riportati da Norwood si configurano in questo modo (2):

  1.  Abbiamo riconosciuto di non avere alcun potere suelle relazioni, e che lo nostre vite sono divenute ingovernabili;
  2. Ci siamo convinte che un Potere Superiore a noi possa restituirci la salute;
  3. Abbiamo deciso di affidare la nostra volontà e la nostra vita ala cura di Dio così come noi lo concepiamo;
  4. Abbiamo cercato dentro di noi, e fatto senza pauraun esame di coscienza;
  5. Abbiammo ammesso davanti a Dio, davanti a noi stesse, davanti a un altro essere umano l'esatta natura dei nostri errori;
  6. Siamo totalmente disponibili a lasciare che Dio elimini da noi tutti questi difetti di carattere;
  7. Umilmente gli chiediamo di eliminare tutte le nostre manchevolezze;
  8. Abbiamo elencaro tutte le persone cui abbiamo fatto torto, e siamo disponibili a fare ammenda presso ciascuna;
  9. Abbiamo fatto direttamente ammenda presso queste persone, qualora ciò non arrecasse danno a loro o ad altri;
  10. Abbiamo continuato a esaminare le nostre coscienze e ogni volta che ci siamo trovate in torto l'abbiamo prontamente ammesso;
  11. Abbiamo cercato attraverso la preghiera e la meditazione di migliorare il nostro contatto conscio con Dio così come lo concepiamo, pregando solo di poter conoscere la sua volontà e di darci la capacità di adempierla;
  12. Dal risveglio spirituale ottenuto attraverso questi passi, abbiamo cercato di portare questo messaggio ad altre che amano troppo, e di praticare questi principi in tutti goi ambiti della nostra vita.

          Come già detto in precedenza, Robin smise di esercitare la professione di psicoterapeuta per dedicarsi principalmente a vivere il programma di recupero (a cui ella stessa si sottoponeva) all'interno di un gruppo di donne. In Italia, la Alcolisti Anonimi e gruppi affini sono abbastanza diffusi in tutto il Paese ma molte persone non sono ancora conoscenza di questa realtà sul territorio. Per quanto riguarda la dipendenza affettiva, in Italia i gruppi di sostegno sono veramente pochi e non sono una vera e propria organizzazione come la AA. In Italia, infatti, l'approccio che va per la maggiore nel trattare la dipendenza affettiva è la terapia individuale.

           Nell'anno 2016, mentre preparavo la mia tesi sulla dipendenza affettiva, venni a sapere che a Salerno era stato organizzato un gruppo di terapia per persone che soffrivano di questo problema. Decisi di frequentarlo per dare maggiore solidità agli studi che stavo facendo allora. Al gruppo erano presenti sia uomini che donne. Eravamo in tutto una decina di persone. La psicologa e la counselor che avevano organizzato il gruppo furono molto brave nel creare attività che permettevano ai partecipanti di entrare di volta in volta sempre più in connessione gli uni con gli altri e stabilire quindi quel legame di fiducia e affetto che spingeva poi spontaneamente ciacuno ad aprirsi all'altro e condividere il peso della propria esperienza e sofferenza. Al percorso di gruppo, le due esperte affiancarono degli incontri individuali durante i quali ogni componente poteva parlare in privato con una delle due, in modo tale da consolidare ciò che veniva fatto nel gruppo.

           Questo gruppo di terapia durò alcuni mesi e ci incontravamo con la frequenza di una volta ogni due settimane. è stata un'espseirenza molto profonda per me. Il gruppo non era basato specificatamente sul programma 'Dodici Passi' ma riuscì ugualmente ad essere efficace. Credo che Robin Norwood avesse ragione quando sosteneva che credeva fermamente nella terapia di gruppo e credo che nemmeno i fondatori della AA si sbagliassero: il supporto reciproco (non la commiserazione) è un'arma davvero potente per uscire dai disagi emotivi e relazionali. Del resto, la cura dalla dipendenza affettiva non è la fuga dall'amore ma l'amore stesso.

           Mafalda Alfinito.

           Note:

          (1) Norwood R. (1988), Letters from women who love too much, Pocket Books, New York, tr. it. Lettere di donne che amano troppo, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano (1997), sesta ed. 2011, p. 143.

          (2) Norwood R. (1988), Letters from women who love too much, Pocket Books, New York, tr. it. Lettere di donne che amano troppo, Giangiacomo Feltrinelli Editore Milano (1997), sesta ed. 2011, pp. 153-154.

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Gli uomini preferiscono le stronze

Pubblicato da Mada Alfinito il 24/09/2017

        

Mi trovavo alla stazione centrale di Napoli. Aspettavo che i miei amici venissero a prendermi per andare a visitare le meraviglie della Napoli sotterranea(1).

 

 

Ero in compagnia di due amici che avevano viaggiato insieme a me da Salerno e, mentre attendevamo che gli altri arrivassero, entrammo nella grande libreria della stazione. In preda all’estasi e alla soddisfazione che solo la visione di un posto strapieno di libri può dare, mi sono distaccata da loro e ho iniziato a vagare da sola nella grande libreria in cerca di qualcosa che potesse conquistarmi. Mi sono ritrovata così nel settore ‘psicologia’, seguito poi da quello ‘filosofia’ (che volete farci, deformazione professionale!) a cercare qualche stimolo interessante per uno dei miei workshop. Leggendo i diversi titoli che mi si paravano innanzi mi colpì questo:

"Gli uomini preferiscono le stronze"

La copertina dal rosso portante e le labbra tinte di rossetto di una donna che succhia sensualmente un lecca lecca mi fece sorridere, oltre che incuriosire. Questa immagine stona ironicamente con il contenuto del libro ma non è solo una provocazione: è un'ottima mossa di marketing e faccio i miei complimenti a chi l’ha realizzata. Ammetto che, lì per lì, nonostante l'idea mi fosse piaciuta, il mio pregiudizio si fece prepotentemente avanti e iniziai a sfogliare il libro con la convinzione che quello fosse l'ennesimo trattato pseudo femminista post-moderno che proponeva a donne disperate l'elisir dell'amore in pochi stereotipati concetti. Stavo quindi per riporre il libro sullo scaffale senza approfondire. Non so se fu il caso o la semplice curiosità per qualcosa che ritenevo a priori potenzialmente trash, ma iniziai a sfogliarlo leggendo qualche concetto sparso qua e là.

Notai che in appendice al libro, l'autrice aveva inserito una lista di ciò che aveva chiamato ‘le 100 leggi del fascino di Sherry’. Leggere il mero elenco delle regole di Sherry decontestaulizzate dai paragrafi nei quali sono inserite può provocare in moltissime donne reazioni di pathos intense. La 21° legge per esempio afferma:

"Se un uomo deve aspettare prima di andare a letto con una donna, non solo la considererà più bella, ma avrà anche il tempo per apprezzarla meglio."


A quel punto mi sono immaginata la versione al femminile della scena biblica del giudizio universale che si trova in Matteo 25, 31-46. Il popolo femminile è diviso in due: da una parte ci sono le donne moderate che guadagneranno il Paradiso e dall’altra le ribelli che meriteranno l’inferno. Tra quelle candidate all’inferno (dalla società e dalle istituzioni più conservatrici) ci sono le femministe emancipate ed estremiste, quelle che gridano al maschilismo e al patriarcato ogni volta che la libertà sessuale della donna viene messa in discussione. Per dirla in breve: ‘libera vagina in libero stato’. Per queste donne iraconde e infuocate: “Una donna non può essere considerata una poco di buono se va a letto con un uomo al primo appuntamento! E nemmeno al secondo!” Dall'altra parte della divisione apocalittica ci sono le donne angelicate: quelle remissive e sottomesse ad ogni respiro del proprio partner. Apparentemente sovrastimate dagli uomini che non vogliono problemi e tanto amate da Dante e Petrarca, vivono costantemente in preda al pessimismo cosmico sentimentale in cui il loro ruolo di martiri d'amore le ha scaraventante. Sono quelle che leggendo l’affermazione della Argov sghignazzano in maniera composta e maliziosa: “L’ho sempre detto io! Visto che non sono bigotta come molte pensano?” Sono queste le vincitrici morali dell’amore, quelle che hanno visto l’uomo che amavano andar via da loro per una che avevano etichettato come quella buona solo per una notte. Sono queste le proclamatrici del: “L’avevo detto io che era solo una sgualdrina” e: “Prima o poi lui la mollerà per tornare da me”.

Ok donne. Stiamo ironizzando. Ma è un dato di fatto che le donne entrano in competizione fino ad odiarsi profondamente quando c’è di mezzo un uomo. In questo andazzo generale che vede le donne come la specie meno unita dall’inizio della creazione, ciò che rende il libro di Sharry Argov intelligente e utile è il fatto che lei sia riuscita a fare ciò che poche donne oggi sanno fare: stare nel mezzo. Che non vuol dire non saper decidere o farlo solo in base alla comodità delle circostanze,  ma semplicemente porsi per un po’ come mediatrice tra il mondo maschile e femminile facendo capire alle donne di essere tutte nella stessa barca e che nessuno stereotipo o estremizzazione porta a risultati positivi in amore (così come nella vita in generale). L’autrice ha intervistato centinaia di uomini di tutte le età, dai 20 ai 70 anni, e, cosa più incredibile e scandalosa per noi donne, lei li ha A S C O L T A T I. Senza replicare o voler aver ragione a tutti i costi. Finalmente una donna si è posta in ascolto di un uomo con fiducia senza voler avere l’ultima parola. Sì perché lo stereotipo della donna che non riesce a trovare mai un uomo che l'ascolti forse è davvero ancora troppo radicato nella nostra società nonostante il progresso vantato. Sherry Argov ha davvero parlato con centinaia di uomini e ne ha offerto in questo modo alle donne una nuova immagine: la maggior parte di loro non solo ha dimostrato di essere senziente e di possedere un cervello che non ragiona soltanto in base alle pulsioni sessuali, ma hanno anche mostrato di essere capaci di provare emozioni ed esprimere sentimenti.

Con ironia e sfrontatezza, l'autrice ripercorre i tanti errori comuni che sono entrati nella storia sentimentale di ogni donna, errori apparentemente banali ma che hanno inflitto letali colpi alla loro autostima, errori incessantemente quotidiani che hanno dato vita a capolavori di sfacciata ironia e immensa solitudine come il diario di Bridget Jones (amato anche da me!). Questo libro è la morte degli stereotipi che la maggior parte di noi donne ha sugli uomini, sul sesso e sulle relazioni amorose. Le dichiarazioni rilasciate dagli uomini intervistati mantenendo il proprio anonimato, possono aiutare a capire dove ognuna di noi ha sbagliato per anni nel modo di rapportarsi all’altro sesso donandoci la speranza che potremo trovare una relazione sana e felice usando semplicemente un po' di intelligenza e razionalità al momento giusto piuttosto che fare mesi o anni di psicoterapia a seguito dell’incontro con l’ennesimo uomo che ci ha tradite o scaricate. Lungi dall’affermare che gli uomini siano tutti dei santi, semplicemente questo libro riporta a ciascuna donna la propria parte di responsabilità nell’aver avuto il ben servito dal proprio uomo.

Personalmente, per alcuni mesi della mia vita ho considerato questo libro una Bibbia dei primi approcci amorosi durante una nuova conoscenza ma esso riguarda anche chi è in relazione con lo stesso uomo da più tempo. Questo testo mi ha dato molte dritte utili facendomi capire il perché della ricorsività di certi eventi nella mia vita. Certo, incontrare la propria anima gemella non è una cosa che può accadere esclusivamente grazie al nostro contributo, ma sapere cosa fare in determinate circostanze che ci gettano in confusione e ci fanno soffrire è già il primo passo verso l’incontro del nostro destino.

'Gli uomini preferiscono le stronze' ha avuto anche un sequel che in italiano è stato tradotto con il titolo 'Perché gli uomini sposano le stronze e lasciano le brave ragazze'. Io sono interessata a leggerlo quanto prima. E voi cosa ne pensate di questo libro? Lo avete letto? Correrete in libreria ad acquistarlo?

 

Note:

(1) Immagine presa dal sito www.napolisotterranea.org

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Come uscire dalle dipendenze patologiche?

Pubblicato da Mada Alfinito il 21/09/2017

Secondo gli studi attuali, una dipendenza provoca dei cambiamenti nelle connessioni neurali di un individuo. Alcuni sono permanenti, altri possono tornare a modificarsi nel momento in cui un soggetto decide di uscire dal disagio e iniziare un percorso che lo aiuti. Questo accade in virtù della caratteristica di plasticità [1] che il cervello umano possiede: esso è capace di adattarsi continuamente a ciò che un individuo vive.

Il percorso che un dipendente decide di iniziare per uscire dal suo disagio viene chiamato recupero e quando si parla di recupero è doveroso menzionare il gruppo di sostegno più importante al mondo:la Alcolisti Anonimi. La AA venne costituita nel 1935 negli Stati Uniti da Bob Smith (medico chirurgo ad Akron, nello stato dell’Ohio) e Bill W. (un agente di borsa di Wall Street). Entrambi erano alcolisti ed insieme affrontarono la strada del recupero. Aiutandosi a vicenda si resero conto che un efficace metodo per superare il disagio era non affrontare i problemi della dipendenza da soli con le proprie uniche forze ma cercare persone con cui poter condividere le difficoltà e parlare supportandosi reciprocamente. I due uomini si resero conto, inoltre, che se un alcolista veniva seguito e aiutato da un ex alcolista il beneficio era grandissimo per entrambi: il primo smetteva di bere più facilmente, in quanto incoraggiato da qualcuno che riusciva a comprenderlo e consigliarlo nella difficile strada intrapresa, il secondo, invece, riduceva le possibilità di una ricaduta parlando continuamente all’altro della sua esperienza.

Nacque così ad Akron il primo gruppo AA. Ne sorse poi un secondo a New York e un terzo a Cleveland. Con il passare degli anni, il metodo di guarigione ideato risultò tanto efficace che in tutto il mondo si sono costituiti più di 100.000 gruppi in oltre 160 paesi (tra cui anche l’Italia [2]). Gli alcolisti recuperati sono milioni. È interessante notare l’intelligente intuizione che ebbero i due fondatori: essi furono i primi a considerare l’alcolismo non semplicemente un vizio da estirpare ma una vera malattia del corpo e dello spirito e questo fu da loro compreso anni e anni prima che venissero effettuati gli attuali studi sul cervello nei quali è stato dichiarato che la dipendenza ha il potere di cambiare le connessioni neurali degli individui.

I fondatori elaborarono un metodo per aiutare gli alcolisti a smettere di bere e questo fu chiamato ‘the 12-steps program, ‘il programma 12 passi’. Esso consiste in una serie di azioni che il dipendente deve intraprendere per uscire dalla sua dipendenza. I 12 passi elencati sono solo dei principi guida generali: ogni dipendente dovrà applicare uno step dopo l’altro compiendo determinate azioni stabilite all’interno del gruppo che hanno come scopo il superamento di quel passo. È da notare anche quanto questa tipologia di terapia si sia estesa geograficamente nonostante il forte richiamo alla spiritualità. In un mondo che attualmente ama sempre meno sentir parlare di Dio, questo programma è riuscito a fare breccia nel cuore di milioni di persone. In realtà, all’interno di questi gruppi il concetto di Dio non è fissato in maniera univoca per tutti. Ognuno dei partecipanti è libero di praticare la spiritualità che gli è più cara. Ogni componente può rivolgersi ad un Potere Superiore (the Higher Power) in cui crede senza conflitti morali all’interno del gruppo. È una scelta libera e personale. Chi non crede in Dio può semplicemente intraprendere una spiritualità volta all’ascolto di quella voce interiore che istintivamente guida ognuno verso il compimento del proprio progetto di vita e del proprio benessere. La spiritualità è un punto cardine nel progetto di recupero ideata dalla AA in quanto aiuta a rimanere concentrati su se stessi, ad interpretare il mondo con semplicità e tranquillità senza provare a controllare tutto e tutti, insegna a riflettere sulla propria vita con serenità e accettazione e a lasciarsi andare a ciò che di buono è dentro ciascuno anziché aggrapparsi ad elementi esterni come le sostanze d’abuso. Il distacco è la chiave di recupero per ogni dipendente: distacco dai desideri dannosi, dalle idee stereotipate e negative su stessi, dai comportamenti degli altri che possono minare la propria salute, dalla paura di perdere il controllo.

Riporto di seguito i 12 passi ideati dalla AA:

1) Abbiamo ammesso di essere impotenti di fronte all’alcol e che le nostre vite erano divenute incontrollabili.

2) Siamo giunti a credere che un Potere più grande di noi potrebbe ricondurci alla ragione.

3) Abbiamo preso la decisione di affidare le nostre volontà e le nostre vite alla cura di Dio, come noi potremmo concepirLo.

4) Abbiamo fatto un inventario morale profondo e senza paura di noi stessi.

5) Abbiamo ammesso di fronte a Dio, a noi stessi e a un altro essere umano, l’esatta natura dei nostri torti.

6) Eravamo completamente pronti ad accettare che Dio eliminasse tutti questi difetti di carattere.

7) Gli abbiamo chiesto con umiltà di eliminare i nostri difetti.

8) Abbiamo fatto un elenco di tutte le persone cui abbiamo fatto del male e siamo diventati pronti a rimediare ai danni recati loro.

9) Abbiamo fatto direttamente ammenda verso tali persone, laddove possibile, tranne quando, così facendo, avremmo potuto recare danno a loro oppure ad altri.

10) Abbiamo continuato a fare il nostro inventario personale e, quando ci siamo trovati in torto, lo abbiamo subito ammesso.

11) Abbiamo cercato attraverso la preghiera e la meditazione di migliorare il nostro contatto cosciente con Dio, come noi potemmo concepirLo, pregandoLo solo di farci conoscere la Sua volontà nei nostri riguardi e di darci la forza di eseguirla.

12) Avendo ottenuto un risveglio spirituale come risultato di questi Passi, abbiamo cercato di portare questo messaggio agli alcolisti e di mettere in pratica questi principi in tutte le nostre attività.

Accanto ai 12 passi vennero formulate anche quelle che vengono definite le 12 tradizioni, ovvero 12 principi cardine attorno ai quali è strutturato il gruppo. Esse sono una sorta di statuto che aiuta a far rimanere il gruppo integro senza sviare dal metodo originario (con il conseguente rischio di mettere in pericolo il recupero di chi si affida a queste organizzazioni). Importante, inoltre, per ogni gruppo di recupero è l’anonimato, il quale permette ai partecipanti di esprimere al meglio i propri disagi senza la preoccupazione che qualcuno all’esterno venga a conoscenza delle loro situazioni personali.

            Visto il numero sempre più frequente di persone che grazie alla AA riusciva a recuperarsi, anche altri gruppi che si occupavano di altri tipi di dipendenze mostrarono interesse per il metodo 12 passi: iniziarono così ad usarlo anch’essi adattandolo al tipo di dipendenza su cui lavoravano. Nacquero in questo modo tantissimi altri gruppi anonimi che seguivano lo stesso programma: per i disordini del cibo, per i dipendenti sessuali, per i giocatori compulsivi, per i tossicodipendenti, per i dipendenti affettivi, per i figli dei dipendenti o per intere famiglie entrate nel circolo della dipendenza e della codipendenza. In questo modo non venivano recuperati solo i pazienti afflitti dal disturbo ma anche coloro che gli erano più vicini e che inevitabilmente ne erano stati coinvolti subendo a loro volta dei danni.

Anche per i gruppi di sostegno costituiti per i disturbi della dipendenza affettiva vennero utilizzati i 12 passi della AA. Essi sono rimasti invariati nella loro forma originale ma cambiano al primo punto nel quale si ammette la propria impotenza non nei riguardi dell’alcol ma delle relazioni. L’analogia con i principi guida della AA è doverosa, in quanto, come spiegato precedentemente, la love addiction segue nella mente dei soggetti lo stesso schema di sviluppo e di azione di qualsiasi altra dipendenza. Come ricorda Norwood: le analogie tra la progressione della malattia dell’alcolismo e quella dell’amare troppo sono chiare. L’assuefazione, sia ad una sostanza che altera la mente, sia ad una relazione, ha alla fine effetti progressivi e distruttivi su ogni aspetto della vita del sofferente (1988, tr.it: 153).

Affidarsi ad un gruppo di sostegno è ritenuto ancora oggi da molti esperti uno dei modi più efficaci per tentare la strada del recupero. Questo perché nei gruppi di sostegno si lavora insieme su problemi e obiettivi comuni. Il bene raggiunto da uno è messo completamente a servizio dell’altro che ne ha bisogno e lo scambio è continuo e reciproco. Ci sono guide ma non maestri sapienti e saccenti. Ciò che insegna la via del recupero è l’esperienza di chi ha sofferto dello stesso disagio precedentemente. All’interno di questi gruppi si creano legami molto intensi e coinvolgenti. Ciascuno che entra in un gruppo di terapia ha la certezza di essere l’unico al mondo a soffrire di tali disagi, ma si rende conto dopo poco che non è solo in questa lotta. Il segreto della riuscita di ogni gruppo è l’empatia. Ovviamente, è possibile anche che si verificano dei casi negativi. Non sono mancate le testimonianze di persone che si sono ritrovate in gruppi (non necessariamente legati alla AA) guidati da persone che hanno contribuito al male dei dipendenti anziché al bene. Ma questo è un fatto comune in ogni ambiente in cui l’uomo si cimenti a lavorare. A parte questi casi malsani, che sono comunque un numero esiguo rispetto ai gruppi ben riusciti, si può affermare con certezza che far parte di un gruppo di sostegno è sicuramente uno dei metodi più efficaci per guarire da uno stato di dipendenza. È opportuno, accanto al gruppo di sostegno, fare anche un percorso terapeutico personale con un analista, se è una cosa che ci si può permettere. Molto utili sono anche i manuali di self-help, in quanto strumenti di meditazione e conoscenza efficaci.

Questio articolo è tratto da "Alessitimia e Dipendenza Affettiva. Prospettive Neurologiche e Psicologiche" di Mafalda Alfinito, 2016.

Note:

[1] In neurofisiologia, la capacità di adattamento del sistema nervoso alle mutevoli condizioni interne ed esterne, che consente, per es., il ripristino, sia pure parziale, di una funzione perduta per la soppressione del relativo centro grazie all’attività sostitutiva di altri centri: tale proprietà, particolarmente accentuata nei livelli più elevati del neurasse (corteccia cerebrale, centri sottocorticali) e alla base di funzioni, meccanismi e processi (memoria, apprendimento, condizionamento, abitudine) studiati dalla psicologia sperimentale, è oggi interpretata come la conseguenza di variazioni della trasmissione degli impulsi a livello sinaptico in determinati punti dei circuiti nervosi. Fonte: Treccani, http://www.treccani.it/vocabolario/plasticita, data dell’ultimo accesso alla URL 19/02/2016.

[2] Tutte le informazioni fornite sulla storia della AA sono state prese dal sito www.alcolistianonimiitalia.it.

 

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Il silenzio è l'ultima arma del potere - Charles De Gaulle

Pubblicato da Mada Alfinito il 20/09/2017

"Le nostre vite cominciano a finire il giorno in cui stiamo zitti di fronte alle cose che contano."

(Martin Luther King)

Ci sono parole che non vorremmo smettere mai di ascoltare. Ci sono discorsi che vorremmo continuare per ore. E poi esistono i silenzi, i quali non sono soltanto il linguaggio di coloro che si amano empaticamente senza bisogno di spiegazioni. Il silenzio, molte volte, viene usato come strategia per ferire chi ci è vicino e, paradossalmente, sono proprio gli amanti che conoscono bene le due facce di questa medaglia. Il silenzio può diventare la migliore arma dell’indifferenza: esso può far crollare aspettative e rompere brutalmente le attese alle risposte d’amore. Il silenzio è paura, il silenzio è rabbia, il silenzio è rancore. Il silenzio è anche rassegnazione e senso di inadeguatezza. Il linguaggio umano è davvero potente perché anche quando le parole vanno via sono capaci di parlare nel vuoto che lasciano. Il silenzio parla, insinua, accusa, tradisce e ferisce. Credete che sia esagerato?

Attualmente, psicologi, ricercatori, psicoterapeuti e molti altri esperti riconoscono il silenzio come una forma di abuso mentale a tutti gli effetti. Se ne parla molto negli studi sulle co-dipendenze e dipendenze affettive. Più nello specifico, il silenzio diviene un abuso e una forma di ricatto morale quando viene usato volontariamente al posto delle parole. In che modo? Basta che in un litigio o in una semplice contrarietà una delle due parti in causa rifiuti di dialogare con l’altro allo scopo di provocare in lui (o lei) una ferita tanto grande da indurlo/a a cedere alle proprie istanze.

È di certo capitato a tutti almeno una volta nella vita di essere in collera con qualcuno e fargli capire il nostro disappunto decidendo temporaneamente di non rivolgergli la parola. Fare ciò non è sbagliato, a patto che:

  1. questo silenzio abbia termine quanto prima e che venga poi sostituito non da vuote recriminazioni ma dall’esprimere con serenità e chiarezza il proprio disappunto;
  2. sia un modo di agire sporadico e non la costante di ogni interazione.

La reiterazione di questo comportamento conduce inevitabilmente allo scombussolamento del rapporto, il quale cessa di essere paritario e inizia a costruire le sue basi su una gerarchia in cui l’abusante è dominatore e l’abusato è dominato. Il silenzio come abuso è una forma di ricatto subdola nei confronti dell’interlocutore. Il ricatto consiste nel mettere pressione all’altro facendogli chiaramente intendere, mediante la comunicazione non verbale, che non si tornerà a parlare con lui se non acconsentirà a determinate richieste. L’abusante non solo non rivolgerà la parola all’abusato, ma assumerà chiari atteggiamenti di forte indifferenza.

Qualcuno potrebbe obiettare che se una persona ci tratta in questo modo, tanto vale lasciarla andare per la propria strada, eppure non è così facile come sembra. Essere considerati come inesistenti da persone che riteniamo degne di ogni considerazione in qualsiasi campo della vita, può essere qualcosa di profondamente umiliante perché va a minare le basi della nostra autostima e l’opinione che abbiamo di noi stessi. Quando l’altro mi parla non mi sta comunicando soltanto uno stato del suo mondo interiore, ma conferma la mia stessa presenza nella sua vita e nel mondo. Molte persone hanno così paura di perdere la stima e la fiducia di coloro che amano che farebbero qualsiasi cosa pur di non danneggiare il rapporto. Ci sono persone che alzano mura di silenzio così impenetrabili da far sentire completamente spiazzati quelli da cui sono amati. È questo senso di inadeguatezza e stravolgimento della concezione del proprio sé che spinge poi molte persone a cedere al ricatto. Una volta ottenuto ciò che voleva, l’abusante sarà pronto a ricompensare l’abusato riconoscendogli un posto nella sua vita. Un posto che è chiaramente discutibile riguardo a dignità in quanto la parte manipolatrice della relazione non dimostra alcuna stima nei confronti della vittima. Se questa tattica viene ripetuta frequentemente quasi fino a diventare un’abitudine, chi subisce il silenzio entrerà in un circolo senza fine, un loop mentale fatto di premi e ricompense da parte dell’amato (o da una qualsiasi altra persona significativa) per aver assecondato le sue istanze. A questo punto, l’autostima di chi subisce l’abuso sarà così a pezzi che egli inizierà meccanicamente a credere che si è amati solo se si è disposti a dare sempre qualcosa in cambio.

Tutto ciò può sembrare spietato da parte di chi attua questo sporco trabocchetto ma non dobbiamo mai dimenticare che chi usa questo tipo di giochetti mentali per vincere nelle relazioni interpersonali è sicuramente una persona molto fragile con uno scarso senso del proprio sé e che non riesce a vivere in modo maturo e sereno alcun tipo di relazione. Il silenzio è come un buco nero che inghiotte non solo chi lo subisce ma soprattutto chi lo crea. Esso può diventare il covo della solitudine dove tutte le delusioni, le aspettative disattese e le frustrazioni vanno sedimentandosi di giorno in giorno alla ricerca di un riscatto. La delusione e l’amarezza di certi individui nei confronti della vita può crescere tanto da estendersi come fosse un “tumore” dell’anima e l’abuso tramite il silenzio è il sintomo evidente di questo male straziante.

Tuttavia, siamo ancora in tempo, se lo vogliamo. Possiamo ancora vincere il muro del rancore e delle frustrazioni esprimendo liberamente e sinceramente le nostre emozioni positive o negative senza soccombere. In una buona comunicazione interpersonale è fondamentale sapere quando tacere e quando parlare. Troppe parole possono essere dannose al pari di un’assenza di parole inappropriata. Perciò, se volete essere sicuri di aver fatto il possibile per migliorare le vostre relazioni umane, imparate a dichiarare più esplicitamente i vostri stati d’animo cercando di accantonare il più possibile ogni brama di potere e dominio sull’altro. Il bravissimo psicologo Enrico Maria Secci ha scritto questi versi: “Lo sai? La tua vita, la gente e il mondo sarebbero generosi con te, se solo dessi loro il modo di dimostrartelo.” E allora, cosa stiamo aspettando? Non è mai troppo tardi per iniziare a dialogare per davvero.

Possiamo enunciare ora la regola #4 per una buona comunicazione: Il silenzio è d’oro… purchè sia costruttivo! Al fine di costruire relazioni sane imparate a comunicare servendovi del silenzo in maniera opportuna: se utilizzato nelle modalità sbagliate, esso può essere fonte di grande dolore per voi stessi e per gli altri.

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Presta a tutti il tuo orecchio, a pochi la tua voce

Pubblicato da Mada Alfinito il 20/09/2017

Ora parla il mio diletto e mi dice:
«Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni!
Perché, ecco, l'inverno è passato,
è cessata la pioggia, se n'è andata;
i fiori sono apparsi nei campi,
il tempo del canto è tornato
e la voce della tortora ancora si fa sentire
nella nostra campagna.
Il fico ha messo fuori i primi frutti
e le viti fiorite spandono fragranza.
Alzati, amica mia,
mia bella, e vieni!
O mia colomba, che stai nelle fenditure della roccia,
nei nascondigli dei dirupi,
mostrami il tuo viso,
fammi sentire la tua voce,
perché la tua voce è soave,
il tuo viso è leggiadro»

(Cantico dei Cantici 2, 10-14)

“Il mio orecchio non ha ancora bevuto cento parole di quella voce, che già ne riconosce il suono.” Chi pronuncia queste parole è la protagonista della tragedia ‘Romeo e Giulietta’. Shakespeare, oltre ad essere stato un grande drammatugo, è stato un profondo pensatore. I versi delle sue opere conducono spesso a riflessioni importanti e saranno utili anche a noi in questa sede.

La voce è un grande strumento di cui la natura ci ha fornito. Avevamo già riflettuto precedentemente su quanto il linguaggio verbale ci distingua da tutte la altre forme di vita del pianeta, ma la sua importanza non si esaurisce nella riflessione precedente.

Il nostro cervello possiede un sistema che ha la funzione di riconoscere gli oggetti e i volti. Quando vediamo un oggetto già incontrato altre volte, in noi si attivano delle connessioni neurali che ci permettono di riconoscerlo. Lo stesso accade per i volti delle persone. Se alcuni volti ci sono familiari è perchè il nostro cervello è capace di farci percepire che un determinato volto 'x’ appartiene ad una persona che conosciamo. Se dentro di noi non esistessero questi meccanismi, non saremmo in grado di collocare le persone in categorie come 'madre’, 'padre’, 'fratello’, 'partner’, 'amico’ e così via. Il sistema di riconoscimento dei volti e degli oggetti ci permette di mantenere in noi il ricordo di ciò che è familiare e di riconscerlo ogni volta entriamo in contatto con esso.

Cosa pensereste si vi dicessi che il nostro cervello possiede un sistema molto simile (ma basato su meccanismi neurali diversi) anche per il riconoscimento della voce? Ebbene sì, è proprio così. Gli esseri umani si distinguono gli uni dagli altri per tanti aspetti. Tra questi abbiamo anche la voce e il nostro sistema nervoso, insieme all'apparato uditivo, lavora incessantemente per permetterci di riconoscerla.

Questo aspetto non va assolutamente sottovalutato. Giulietta ha conosciuto Romeo ad una festa, ha parlato con lui pochissimo eppure le bastano poche parole per riconoscere che quella voce appartiene a lui e a nessun altro. Ciò che Shakespeare descrive non è semplicemente la storia di un idillio amoroso. Shakespeare ci sta facendo notare quanto potere e importanza abbia la voce nei nostri rapporti interpersonali e nel nostro modo di comunicare.

Prima di uscire di casa e mostrarsi alla gente, la maggior parte delle persone ha cura di rendersi “presentabile”. Ci si preoccupa di mettere un certo abito, un certo profumo, di truccarsi in un determinato modo o di non truccarsi affatto per il solo scopo di manifestare all'esterno l'immagine di noi che vogliamo dare agli altri. Per la voce il discorso è molto simile: non possiamo modificarla così come non possiamo modificare il nostro volto o le nostre mani e tanti altri aspetti del nostro corpo, ma possiamo scegliere il modo di renderla “presentabile”.

E cosa ci rende presentabili? Cosa ci permette di esprimere agli altri la nostra personalità? Come potrebbe fare la voce ad esprimere agli altri un messaggio che corrisponda almeno in parte a ciò che abbiamo dentro di noi? Mediante la comunicazione. La comunicazione è l'abito che ci permette di mettere in risalto le parti migliori di noi oppure occultare ciò che non ci piace e che non vogliamo che gli altri vedano.

In un mondo che ci sommerge continuamente di parole vuote, forse abbiamo smesso di ascoltare la nostra voce. Se ci fermassimo e provassimo invece ad ascoltarla, magari registrandola con un registratore di buona qualità che non la distorca, potremmo scoprire aspetti di noi a cui non abbiamo fatto mai caso, così come quando ci guardiamo allo specchio e all'improvvismo ci accorgiamo di possedere tratti del volto a cui non avevamo mai fatto caso prima.

La comunicazione verbale, se ben esplicitata, può diventare lo strumento di espressione principale della nostra personalità. Giulietta udendo la voce di Romeo gli attribuisce immediatamente un volto. Se avessimo gli occhi bendati e qualcuno che conosciamo bene iniziasse a parlare lo riconosceremmo all'istante proprio grazie a quel sistema di riconoscimento della voce situato nel nostro cervello. La nostra voce dice chi siamo, nel bene e nel male. E non lo dice solo a noi, ma lo lascia intuire anche a chi abbiamo accanto e si rapporta con noi tutti i giorni. La nostra voce dice chi vorremmo essere ogni qualvolta la utilizziamo per simulare aspetti di noi che non ci appartengono. La nostra voce dice anche chi non siamo. è questione di un attimo, veramente di poco: la comunicazione verbale ci mette di fronte al giudizio degli altri. Ci rende a volte vulnerabili. Quando non siamo in grado di esprimerci a dovere ci rende impotenti e ci fa sentire non compresi. Quando ci esprimiamo bene siamo amabili oppure diventiamo potenti e dittatori. Scegliamo il modo in cui comunicare come scegliamo un abito in un grandissimo armadio. Abbiamo parole per ogni occasione, frasi per ogni circostanza. E poi abbiamo i silenzi, che sono assenza di parole. E quando siamo in silenzio gli altri ricordano le nostre parole, quelle che avevamo pronunciato prima del silenzio e quindi in virtù dell'assenza acquistano ancora significato, magari nuovo, per chi le sta ricordando.

Ma se la comunicazione verbale è l'abito che scegliamo per esprimerci e le parole sono i diversi indumenti e accessori che abbiniamo per adeguare l'atto comunicativo alle nostre intenzioni, non dobbiamo tralasciare nemmeno i colori: cioè gli attributi della voce.

La scienza ci dice che la voce ha le seguenti proprietà qualitative: intensità, durata, altezza e timbro. Essa possiende anche una caratteristica quantitativa, cioè il modo in cui la accentiamo. Questo implica che non solo possiamo scegliere quali parole dire, ma anche come dirle! Il modo in cui moduliamo la voce dona al linguaggio delle sfumature importantissime, in quanto la sfumatura non è un semplice abbellimento ma aggiunge un vero e proprio significato ulteriore ai contenuti che stiamo veicolando.

Sentite cose dice Cicerone:

“C'è un aspetto del comunicare che è, per così dire, l'eloquenza del corpo, e si serve della voce e dei gesti. I mutamenti della voce sono tanti quanto i mutamenti dell'animo, i quali a loro volta sono molto sensibili alla voce. Così, un abile oratore adotterà un determinato tono di voce a seconda dell'impressione che vorrà dare e dell'impressione che vorrà suscitare nel suo uditorio. Quanto sia importante questo aspetto della comunicazione, non sarà mai detto abbastanza: persone pressocché incapaci di esprimersi correttamente spesso hanno raggiunto ottimi risultati nel campo dell'eloquenza grazie alla loro abilità nel modo di porsi, laddove altri, straordinariamente eloquenti, sono stati ritenuti pessimi parlatori proprio per l'incapacità di gestire l'espressione.”

Tutte queste riflessioni ci conducono ad una nuova regola per una comunicazione efficace: ascoltate il vostro pensiero, ma prima di tutto la vostra voce. Siate consapevoli che è essa è un'estensione della vostra mente, della vostra anima e della vostra personalità. Il modo in cui la usate può condizionare fortemente i rapporti con gli altri, aggiunge significato alle vostre parole, è il sale che dà il sapore a tutte le conversazioni ed è ciò che potrà farci raggiungere il nostro obiettivo comunicativo oppure farcene allontanare. Del resto, ci sarà un motivo se Shakespeare diceva: “presta a tutti il tuo orecchio, a pochi la tua voce.”

Detto ciò, possiamo enunciare la regola #3 per una buona comunicazione: Non dimenticate di usare al meglio la vostra voce. Il modo in cui la modulate determinerà il successo della vostra comunicazione verbale.

 

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Quando le parole ci muoiono dentro

Pubblicato da Mada Alfinito il 20/09/2017

 

"Il pensiero precede l'azione, l'azione non sempre precede il pensiero"

(Douglas Horton)

 

Quante volte ci è capitato di provare emozioni intense e non riuscire a manifestarle all'esterno? Quante volte avremmo voluto esprimere pienamente la nostra rabbia e il nostro risentimento verso qualcuno o qualcosa? Quanti estenuanti silenzi hanno riempito i momenti di incontro con chi desideravamo invece avere vicino? Tante e tante volte, nelle infinite discussioni, al momento di espriemere le nostre ragioni, abbiamo blaterato, magari urlando e con fare violento, parole che non corrispondevano effettivamente a ciò che realmente stavamo pensando. E questo insano sfogo, anziché farci sentire meglio, ha peggiorato i nostri rapporti interpersonali e ha generato in noi un grande senso di frustrazione sfociato inevitabimente in depressione.

Ho sentito dire molto spesso che quando si è arrabbiati o molto addolorati si dicono cose che non si pensano. Io non credo che sia così. Non è il sentimento della rabbia o del dolore in sé che fa uscire dalla nostra bocca parole alle quali nemmeno noi stessi crediamo. Alla base di questo fenomeno ci sono due atteggiamenti mentali errati:

1) Non ci è effettivamente chiaro il sentimento che stiamo provando. Ci sentiamo arrabbiati, confusi, agitati ma non riusciamo a percepire questi stati d'animo isolatamente. Avvertiamo un grande malessere e questa sensazione così penosa ci appanna maggiormente la mente. Dentro di noi si forma un calderone di pensieri: al torto che presumiamo aver subito si aggiungono le nostre insicurezze, paranoie, paure. Questi sentimenti si mescolano tutti insieme e ogni pensiero non fa che aumentare la loro intensità;

2) Siamo altamente consapevoli (anche se non del tutto) di ciò che ci turba ma decidiamo volontariamente di rimanere criptici. Il presumere di aver subito un torto ci fa credere che da quel momento in poi, qualunque cosa diremo, sarà interpretata da chi ci sta di fronte come un chiarissimo segnale del nostro disagio. Saremo vittime alla ricerca di un riscatto. Ci sentiremo in diritto di dire qualsiasi cosa alla persona che ci ha ferito: dagli insulti a frasi incomprensibili e senza senso. Tutto questo sarà per noi un ottimo modo per girare intorno al motivo del nostro turbamento senza affrontarlo mai per davvero né con noi stessi né con chi stiamo interagendo.

Questi due atteggiamenti mentali, oltre a provocare il grande senso di frustrazione di cui ho accennato prima, conducono ad altre coseguenze altrettanto gravi: la colpa del nostro dolore ricade inevitabilmente sull'altro. La persona che presumiamo ci abbia ferito o che viene scelta da noi come oggetto su cui sfogarci per sentirci meglio non viene solo investita della responsabilità di aver causato un danno o di redimerci ma sarà inevitabilmente accusata di non essere in grado di capirci.

Il nostro dolore è così forte che pensiamo sia ovvio dall'esterno capire cosa ci turba. Ma non è così: la nostra incapacità di comunicare gli stati d'animo provoca negli altri confusione ancora maggiore. Chi vorrebbe consolarci non riesce a farlo perchè non capisce quale sia il punto centrale del dramma, chi è dispiaciuto di aver sbagliato non riesce a chiedere scusa perché viene attaccato con violenza (dalle parole, dai gesti e dai silenzi), chi invece non sa nemmeno di aver sbagliato, a causa di questo pessimo tentativo di comunicare, non riesce a capire se ha fatto un errore e quale esso sia. Il colpo finale sarà la rottura del rapporto. Una rottura che si verificherà o quasi subito o con il tempo, quando tutta la dose di rancore accumulato renderà impossibile ogni riconciliazione.

Triste, vero? Ma questa è la vita di tutti i giorni. A quanti di noi sarà capitato! Ammetto che a me è accaduto diverse volte. La buona notizia è che non tutto è perduto: la filosofia e la piscologia sono state le mie più grandi alleate nel farmi notare cosa danneggiava alcuni dei miei rapporti interpersonali. Ho compreso che gli altri non possono capirci se non esprimiamo in maniera chiara e lineare quello che sentiamo. Il linguaggio è lo specchio dei nostri pensieri. Se non abbiamo ben chiaro dentro di noi cosa stiamo provando non saremo mai capaci di far capire all'altro mediante le nostre labbra cosa davvero ci ferisce e ci fa star male. Scaricare la colpa sull'altro che “non mi capisce!” è un meccanisco inconscio che scatta dentro di noi nel momento in cui ci rendiamo conto di essere incapaci di esprimere ciò che è tanto forte dentro di noi. Ci sentiamo impotenti e questo ci spaventa. Cicerone diceva che non si può parlare di quello che non si conosce. è vero. Se non siamo consapevoli di quello che abbiamo in mente non potremo tradurlo in linguaggio. La confusione che gli altri vedranno in noi sarà il risultato non della loro incapacità di capirci ma l'espressione della grande confusione che noi abbiamo dentro. Douglas Horton disse che: “Il pensiero precede l'azione”. Lo stesso accade per il linguaggio. La comunicazione è una vera e propria azione che per andare a buon fine deve essere preceduta da un pensiero. Un'espressione, verbale e non verbale, chiara e concisa ha necessariamente bisogno di essere preceduta da un pensiero altrettanto lineare.

All'inizio percepiremo come faticoso esprimerci correttamente. Proveremo un grande imbarazzo nel farlo perchè ci sentiremo (finalmente) messi a nudo. Allo stesso tempo, però, scopriremo che il linguaggio è uno strumento prezioso capace di migliorare le nostre relazioni con gli altri e che non serve a nulla riempirli di estenuanti e freddi silenzi o di rancori e recriminazioni. Ci accorgeremo anche che non c'è nulla di più bello della mutua comprensione e della fiducia reciproca. Ricordate sempre che anche una discussione può rendere più profondo il legame tra due o più persone ma l'artefice di questa unione sarà il linguaggio che avremo usato per spiegarci. E se dovesse capitarci di rompere un rapporto con una persona con cui proprio non riusciamo ad andare d'accordo, qual è il problema? Non si può piacere a tutti e stare bene con tutti. L'importante è che prima di prendere ognuno la propria strada, mediante una comunicazione efficace, siano chiare le rispettive motivazioni per cui non si riesce più a proseguire insieme il cammino.

In sintesi, ecco la regola #2 per una buona comunicazione: Il linguaggio è lo specchio dei nostri pensieri. Un pensiero lineare è causa necessaria per una buona comunicazione. Nei rapporti interpersonali abbiate cura di esprimere con chiarezza i vostri sentimenti ed emozioni. Ponetevi faccia a faccia con voi stessi per focalizzare quale sia il vostro disagio: le parole giuste seguiranno da sole!

 

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Il linguaggio verbale è la caratteristica che ci distingue dagli animali

Pubblicato da Mada Alfinito il 20/09/2017

 

"Non c’è nulla di più nobile che riuscire a catturare l’attenzione delle persone con la parola"

(Marco Tullio Cicerone)

 

Il nostro viaggio alla scoperta degli elementi di una buona comunicazione inizia con un grande autore: Marco Tullio Cicerone. Egli nacque nel 106 a.C. ad Arpino. Fu console della Repubblica romana e si distinse per il grande contributo apportato alla cultura latina come avvocato, politico, scrittore, oratore e filosofo. Egli scrisse:Non c'è nulla di più nobile che riuscire a catturare l'attenzione delle persone con la parola, indirizzare le loro opinioni, distoglierle da ciò che riteniamo sbagliato e condurle verso ciò che apprezziamo.[…] Ciò per cui noi uomini ci distinguiamo dalle bestie è essenzialmente il fatto che dialoghiamo tra di noi e possiamo esprimere parlando le nostre emozioni.”

In un'epoca come la nostra nella quale l'uomo viene sempre più paragonato alle bestie, sia per i suoi istinti e comportamenti, sia per la sua costituzione fisica, il pensiero che Cicerone ci ha lasciato irrompe nel modo ormai abituale di concepire la nostra umanità come animalità.

Il linguaggio parlato è ciò che principalmente ci rende diversi dagli animali e da tutte le altre forme di vita sulla terra. Solo e soltanto gli esseri umani possiedono l'apparato fonatorio. Esso, come tutti gli altri organi del nostro corpo, si sviluppa man mano che un bambino cresce. Ed è proprio perché esso si forma e trasforma gradualmente nel tempo che i bambini sono capaci di articolare le prima parole in modo impreciso solo dopo i primissimi anni di età.

Questo dato scientifico ci porta a riflettere sull'uomo da un punto di vista diverso dal solito. Quale potrebbe essere lo scopo della natura nell'aver fornito proprio a lui e a nessun altro essere vivente questa caratteristica unica e speciale? Non abbiamo una risposta a questa domanda. Ancora oggi il mondo è lacerato nel vecchio dibattito tra creazionisti ed evoluzionisti: i primi credono che l'universo sia stato creato da Dio con una finalità ben precisa, i secondi non credono che la natura sia opera di un Dio e ritengono che non ci sia intenzionalità nelle leggi che goverano l'universo.

Ciò su cui possiamo però interrogarci, ed è doveroso farlo, è in che modo il linguaggio verbale possa essere per l'uomo una risorsa preziosa. Cicerone pone l'attenzione sulle emozioni. Il linguaggio verbale ci permette di comunicare stati d'animo. Ma quali? Amore, benevolenza, gioia? Non solo questi ma anche odio, rancore, tristezza, rabbia e molti altri. Esso è un vero e proprio vaso di Pandora: aprire il sigillo delle nostre labbra può innescare meccanismi senza ritorno, nel bene e nel male. Il linguaggio verbale, lo dice il console stesso, è una potente arma di dominio. Se usato in maniera adeguata, può addirittura aiutarci a persuadere una persona a spostare le sue preferenze in favore delle nostre. Al tempo in cui egli stesso viveva era frequente l'uso della retorica per difendere una causa ad ogni costo. Vi erano moltissime persone alle quali non importava comunicare la verità dei fatti, soprattutto nei tribunali. Esse miravano ad ottenere la ragione la quale, a sua volta, avrebbe portato loro possibilità di vittoria e dominio. L'unico modo per riuscirci era affrontare una disputa dialettica tenuta dai difensori delle parti in causa.

La parola, quindi, è croce e delizia dell'essere umano. Dante ci aveva ricordato quanto un linguaggio pieno di amore e passione avesse aiutato i suoi genitori ad innamorarsi ed unirsi al punto tale da concepire un figlio. La storia e la vita di tutti i giorni, invece, ci ricordano anche che la parola può diventare un mezzo per sopraffare altre persone diventando fonte di separazione e sofferenza.

Ora che abbiamo scoperto una delle prime grandi risorse del nostro linguaggio, vi propongo una prima regola che potete applicare per migliorare la vostra comunicazione interpersonale: siate sempre consapevoli del potenziale del mezzo di comunicazione che volete utilizzare. Individuatene pregi e difetti al fine di ottimizzare il suo utilizzo.

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Test: sei un dipendente affettivo?

Pubblicato da Mada Alfinito il 19/09/2017

Qui di seguito presento un test autovalutativo molto importante nel diagnosticare in modo autonomo se si soffre di dipendenza affettiva. Ovviamente, questo è solo un test orientativo che si trova facilmente in internet e sui manuali di self-help e che può essere d’aiuto nel momento in cui si inizia ad acquisire la consapevolezza che c’è qualcosa nella propria vita che non sta andando per il verso giusto, soprattutto nella vita di coppia. Alle domande si risponde con ‘’ o ‘no’ e per ogni risposta positiva data, consiglio di prendere nota di alcune delle circostanze della vita in cui si è agito nel modo descritto nell’item contrassegnato dal sì. Più risposte positive verranno date, più alta è la possibilità che soffriate di dipendenza affettiva e a quel punto sarà opportuno coinvolgere uno psicologo o uno psicoterapeuta per esporre eventuali perplessità riguardo la propria situazione personale.

I quesiti sono i seguenti:

1) Hai spesso il desiderio di un incontro romantico o passionale?

2) Vai mai su di giri per fantasie, intrighi e situazioni amorose?

3) Ti senti disperato o inquieto quando sei lontano dal tuo amante o partner sessuale?

4) Credi che una relazione amorosa renderà la tua vita più sopportabile?

5) Sei incapace di smettere di vedere una persona anche se sai che quella persona è per te distruttiva?

6) Hai difficoltà a stare solo?

7) Credi che la tua vita avrebbe poco o nessun significato se non avessi una relazione amorosa?

8) Rimpiazzi una relazione finita immediatamente?

9) Pensi di avere la tendenza ad incappare continuamente in relazioni insane?

10) La tua attenzione alle relazioni amorose aiuta a gestire meglio o a scappare dai problemi della tua vita?

11) Ti ritrovi a flirtare o ad avere atteggiamenti sessuali con qualcuno anche se non è tua intenzione farlo?

12) Ti trovi mai in relazioni in cui non sei capace di lasciare il partner?

13) Solitamente non desideri che qualcuno sappia delle tue attività amorose o sessuali?

14) Hai mai fatto sesso con qualcuno per piacergli o farti amare di più?

15) Fai promesse a te stesso riguardo il tuo comportamento sessuale o amoroso che poi non sei in grado di mantenere?

16) Pensi che un’altra persona possa tenerti su e far andare meglio le cose?

17) Pensi che non ti senti veramente vivo a meno che tu abbia vicino un partner sessuale/amoroso?

18) Hai mai messo a rischio la tua stabilità economica, reputazione o il restare nella tua comunità per perseguire una relazione amorosa?

19) Credi che i problemi nella tua vita affettiva siano dovuti al fatto di rimanere con la persona “sbagliata”?

20) Percepisci spesso una vicinanza immediata e un feeling completo con persone appena conosciute?

21) Hai bisogno di fare sesso o “innamorarti” per sentirti un “vero uomo” o una “vera donna”?

22) Sei incapace di concentrarti su altri campi della tua vita a causa di pensieri amorosi o sensazioni che provi nei riguardi di un’altra persona?

23) Hai mai desiderato di poter fermare o controllare le tue attività sessuali o amorose per un certo periodo di tempo?

24) Senti che la tua vita sia diventata ingestibile a causa del tuo eccessivo bisogno di relazioni?

25) Hai mai pensato che potresti fare molto di più nella tua vita se non fossi spinto a ricercare intensamente attività sessuali o romantiche?

 

Fonte: Foundry Clinical Group, 2010. LOVE ADDICTION SCREENING TEST
Created by Aaron Alan, from Pia Mellody, Patrick Carnes, and SLAA’s “40 Questions for Self Diagnosis”

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Cos'è la dipendenza affettiva?

Pubblicato da Mada Alfinito il 19/09/2017

Per parlarvi di cosa sia la dipendenza affettiva, riporto qui degli estratti presi dalla mia tesi universitaria del 2016 intitolata: Alessitimia e Dipendenza Affettiva. Prospettive Neurologiche e Psicologiche. Capitolo 2.1 e 2.2.

Quando essere innamorate significa soffrire, stiamo amando troppo. Quando nella maggior parte delle nostre conversazioni con le amiche intime parliamo di lui, dei suoi problemi, di quello che lui pensa, dei suoi sentimenti, e quasi tutte le nostre frasi iniziano con ‘lui…’, stiamo amando troppo.

Quando giustifichiamo i suoi malumori, il suo cattivo carattere, la sua indifferenza, o li consideriamo conseguenze di un’infanzia infelice e cerchiamo di diventare la sua terapista, stiamo amando troppo.

Quando leggiamo un saggio divulgativo di psicoanalisi e sottolineiamo tutti i passaggi che potrebbero aiutare lui, stiamo amando troppo.

Quando non ci piacciono il suo carattere, il suo modo di pensare e il suo comportamento, ma ci adattiamo pensando che se noi saremo abbastanza attraenti e affettuose lui vorrà cambiare per amor nostro, stiamo amando troppo.

Quando la relazione con lui mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, e forse anche la nostra salute e la nostra sicurezza, stiamo decisamente amando troppo (Norwood,1985: tr. it. 13).

 

Tutti gli esseri umani, per natura, sono dipendenti dal prossimo. La dipendenza è una condizione di cui facciamo esperienza sin dal momento del concepimento. Nessuno potrà mai dichiarare di essersi fatto da solo: il nostro essere al mondo dipende dalla scelta di qualcun altro che non siamo noi. Abbiamo poi bisogno di qualcuno che si prenda cura di noi durante i mesi della gestazione: in quel caso, se mangiamo, respiriamo e viviamo lo dobbiamo esclusivamente al comportamento della persona che ci sta portando in grembo e noi non possiamo fare altro che ricevere quelle cure con compiacenza. Quando veniamo al mondo le cose non sono molto diverse, in quanto abbiamo bisogno di chi si occupi dei nostri bisogni primari. Appena iniziamo a crescere la nostra autonomia aumenta ma l’indipendenza continua ad essere un lontano miraggio: ci accorgiamo, giorno dopo giorno, che non abbiamo più bisogno soltanto dei nostri genitori ma ad essi si affiancano tante altre persone a cui chiedere aiuto e sostegno continuamente. Da soli non possiamo fare quasi nulla. Viviamo tutta la nostra vita in un continuo stato di dipendenza dalle altre persone. Persino quando si diventa anziani tutto il sapere e l’esperienza accumulata negli anni serve a ben poco: avremo bisogno di chi ci garantisca una sicurezza economica dopo il ritiro dal lavoro e nel caso di problemi di salute avremo bisogno di cure.

Il concetto di dipendenza affettiva è recente nell’ambito della psicologia. Si è iniziato a parlare di questo disagio nello specifico quando Robin Norwood pubblicò nel 1985 il libro ‘donne che amano troppo’. Le donne che lessero questo volumetto trovarono che fosse una rivelazione: il libro gettò una nuova luce sulla comprensione di loro stesse e delle loro vite. In questa opera, Norwood definisce la dipendenza affettiva come una sindrome dell’amare troppo. Questo termine da lei coniato è sicuramente efficace, in quanto lascia intendere intuitivamente che il disagio di cui parla consiste in uno squilibrio nel modo di amare. Altri termini usati attualmente per la dipendenza affettiva sono dipendenza relazionale, love addiction e mal d’amore.

L’autrice sostiene sin dal primo momento che se in una relazione una delle due parti tende a dare troppo all’altro membro della coppia, mentre quest’ultimo dà poco o niente, siamo di fronte ad uno squilibrio relazionale evidente. Il concetto che farà da cornice a tutta la sua opera e ai libri che scriverà successivamente può essere associato alla antica massima soloniana iscritta sul tempio di Delfi: «nulla di troppo». Il troppo è il vero nemico delle relazioni amorose.

È importante ricordare che, sebbene il concetto di dipendenza affettiva sia nato in seguito al tentativo di dare un nome ad un male che da secoli attanagliava centinaia di donne, esso può e deve essere applicato anche agli uomini. Questi ultimi sono ugualmente inclini a soffrire di dipendenza affettiva anche se, purtroppo, attualmente resta ancora un dato statistico molto forte il fatto che sia maggiormente il sesso femminile ad amare troppo rispetto a quello maschile.

 

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