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Da Aristotele ai Neuroni Specchio

Pubblicato da Mada Alfinito il 30/09/2018

 

"C'è stato un momento, un istante di estrema calma

in cui lei ha guardato verso di me ed ha detto:

'I see you'. Io ti vedo. L'ultima cosa che mi ha detto.

'Ti vedo.' Non una frase di critica o di disappunto,

solo accettazione e semplice consapevolezza della presenza di un'altra persona.

Heilà, tu sei una persona e io ti vedo."

(Bojack Horseman)[1]

 

So quel che fai non è l’esclamazione intimidatoria di chi ha scoperto il proprio partner a scambiare messaggini con un’altra, ma il titolo del libro scritto da Giacomo Rizzolatti e Corrado Sinigaglia[2] in cui viene spiegata quella che è una delle più interessanti scoperte neuroscientifiche contemporanee.

Se nel diciassettesimo secolo galeotta fu la mela che cadendo da un albero fu di ispirazione a Newton per formulare la teoria della gravitazione universale[3], nel ventesimo secolo grande protagonista e musa ispiratrice di alcuni scienziati è stata invece una banana. Tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, un gruppo di ricercatori coordinato dal prof. Rizzolatti stava conducendo degli studi sperimentali sulla corteccia motoria, quando si trovò d’improvviso ad assistere ad un curioso fenomeno. Il memorabile giorno della scoperta, nella stanza in cui il team era riunito, c’era un cesto di frutta preparato appositamente per lo svolgimento degli esperimenti mediante la partecipazione di un macaco. Quando uno dei ricercatori estrasse dal cesto una banana, la scimmia osservò l’uomo afferrare l’oggetto e in quel momento, pur non essendosi mossa, alcuni dei suoi neuroni motori, monitorati mediante appositi macchinari, reagirono a quello stimolo visivo. La reazione cerebrale del macaco stupì molto i ricercatori in quanto, fino ad allora, era opinione accettata e condivisa in ambito neuroscientifico che i neuroni motori si attivassero solo e soltanto quando il corpo umano (o in questo caso, del macaco) compiva un qualche tipo di movimento. Alcuni neuroni motori del macaco invece avevano risposto alla stimolo senza che l’animale si muovesse, semplicemente osservando l’uomo prendere il frutto. Data l’incongruenza di questo fenomeno con gli assunti precedenti, i ricercatori credettero che gli strumenti tecnici utilizzati fossero guasti e provvidero ad un’accurata verifica. Poco dopo scoprirono con grande sorpresa che tutto funzionava correttamente e che ciò a cui avevano assistito non era stato un errore tecnico ma qualcosa di più. L’esperimento fu ripetuto diverse volte e sempre con lo stesso esito. Si decise di provare allora a farne uno simile monitorando l’attività cerebrale degli esseri umani e così, dinanzi ad ulteriori evidenze positive, fu dato un nome a ciò che oggi chiamiamo neuroni specchio[4].

Ma cosa sono i neuroni specchio e in che modo hanno cambiato la conoscenza che fino agli Novanta avevamo della mente umana? Una prima e dettagliata risposta ci viene offerta dal libro di Rizzolatti e Sinigaglia menzionato poc’anzi e che ritengo fondamentale in quanto è l’autore della scoperta a parlare dei suoi studi e dei suoi esperimenti. Il testo è stato scritto con linearità e precisione per accompagnare il lettore passo dopo passo verso l’esplorazione dei meccanismi cerebrali. Nonostante gli argomenti vengano trattati rendendo scorrevole l’accurata spiegazione dei fondamenti della conoscenza del cervello e la funzione dei mirror neurons, i contenuti sono necessariamente esposti in maniera molto tecnica e ciò rende questo libro piacevolmente fruibile per coloro che si occupano di studi cognitivi, e in particolare di neuroscienze, ma difficile e a tratti faticoso da capire per i non addetti ai lavori.

La portata di tale scoperta scientifica non sfuggì a due ragazzi che quasi dieci anni or sono vennero a conoscenza degli studi del professore e del suo team e che leggendo con grande interesse il testo di riferimento ne furono talmente impressionati che decisero di orientare una parte dei loro studi in direzione di quegli argomenti. Quando Davide Donelli contattò il dr. Matteo Rizzato, era all’epoca uno studente della facoltà di medicina. I due avevano discusso delle loro impressioni riguardo i neuroni specchio e furono concordi sul fatto che questa scoperta, se adeguatamente approfondita e utilizzata, avrebbe potuto avere un impatto altamente positivo nella vita delle persone. Donelli si presentò allora dal professor Rizzolatti comunicandogli l’intenzione di scrivere insieme a Rizzato un libro in cui avrebbero spiegato i neuroni specchio ad un pubblico che di questo argomento conosceva nulla o molto poco analizzandoli “nel loro agire quotidiano” (Donelli e Rizzato 2011, p. 3) e fornendo “a chiunque uno strumento facile e diretto per iniziare da subito ad osservare, riconoscere e gestire le funzionalità basilari di questa scoperta nell’ambito delle relazioni interpersonali” (ivi, p. 6). Il professore si dimostrò inizialmente perplesso dinnanzi al tentativo di due non neuroscienziati di scrivere un testo sulla materia in oggetto, ma diede loro il proprio supporto decidendo di revisionarlo ed eventualmente correggerlo una volta che lo avessero completato. Venne così pubblicato per la prima volta nel 2011 il libro 'Io sono il tuo specchio. Neuroni specchio ed empatia' con il beneplacito e la firma in prefazione del professor Rizzolatti[5].

“Esiste in noi un sistema specchio” -scrivono gli autori- “capace di associare l’immagine che vediamo degli altri alle emozioni che stanno provando” (ivi, p. 4). “Esso consente di rivivere le azioni e le emozioni osservate negli altri all’interno del proprio corpo” (Attili 2017, p. 85)[6]. Ciò vuol dire che “quando vediamo un altro compiere un’azione, dentro di noi si attivano i neuroni specchio che ci fanno 'vivere' l’azione osservata proprio come se fossimo noi ad eseguirla” (Donelli e Rizzato 2011, p. 3).  “Guardando quello che un’altra persona fa, o assistendo a quello che prova, si attivano nell’osservatore le stesse aree cerebrali che nell’altro sono correlate alle sue azioni ed emozioni. Chi guarda reagisce come se fosse lui stesso a eseguire quell’azione o a esperire quell’emozione. Questa classe di neuroni fa sì che, quando un individuo vede un’azione compiuta da un altro, è in grado di comprenderla 'empaticamente' ed è addirittura portato a imitarla” (Attili 2017, pp. 85, 87).

Avete presente la sensazione di sentirvi completamente partecipi delle vicende di un personaggio di un film? Vi sarà certamente capitato innumerevoli volte di guardare un attore o un’attrice assumere dei comportamenti in cui vi siete spontaneamente identificati. Può succedere con qualsiasi tipo di film, dal comico al drammatico ma anche a teatro e ogni qualvolta fruite un media che vi rimanda immagini visive. Osservando il comportamento di uno degli interpreti, ciascuno di noi può rivedere in lui/lei parte del proprio modo di agire, atteggiamenti che riconosce come familiari. Nella nostra mente inizia quindi un processo di identificazione di noi stessi con quel personaggio. Questo fenomeno ben descrive la funzione dei neuroni specchio: quando vediamo un altro compiere un gesto che ci è familiare, riconosciamo ciò che sta facendo e ci immedesimiamo al punto di sentire sulla nostra pelle le emozioni che sta esprimendo.

Ma la scoperta di questo fenomeno è davvero così recente?

Del riconoscimento delle azioni appartenenti al proprio background esperienziale e dell’identificazione con i comportamenti altrui ne parlava già un illustre filosofo secoli or sono. Aristotele (383 a.C.-322 a.C) è uno dei primi a descrivere il concetto di mimesi, ovvero di imitazione. “Imitare è conforme a natura” (4.1448b, 20), sostiene l’autore nella sua Poetica.In primo luogo l’imitare è connaturato agli uomini fin da bambini, ed in questo l’uomo si differenzia dagli altri animali perché è quello più proclive a imitare e perché i primi insegnamenti se li procaccia per mezzo dell’imitazione” (4.1448b, 5-8). Tra le forme di imitazione che l’uomo può produrre egli afferma l’importanza del teatro e in particolar modo della tragedia. Secondo il filosofo, infatti, “la tragedia è imitazione non di uomini ma di azioni e di un’esistenza” (6.1450a, 15). Essa è “imitazione di una azione nobile e compiuta […] di persone che agiscono […], la quale per mezzo della pietà e del terrore finisce con l’effettuare la purificazione di cosiffatte passioni” (6.1449b, 25-28). L’essere umano osservando gli attori svolgere determinate azioni le riconosce come sue, empatizza con i personaggi, si sente vicino alle loro esperienze, le introietta e il suo umore cambia allineandosi a quello veicolato dell’azione messa in scena. L’osservazione del comportamento degli attori durante lo svolgimento della tragedia genera ciò che Aristotele ha definito catarsi: lo spettatore che rivive in sé stesso quelle azioni ne capisce l’intenzione e la finalità e se queste gli hanno scaturito turbamenti dovute al ricordo di eventi che hanno su di lui un impatto psicologico profondo, le rielabora e, infine, se ne sente liberato.

È grazie alle sofisticate moderne tecniche di brain imaging[7] se oggi abbiamo la possibilità di provare o confutare scientificamente ciò che anticamente era soltanto un assunto teorico nell’ambito degli studi sulla cognizione. La scoperta dell’esistenza di un sistema specchio ha permesso alla scienza, alla filosofia e alle scienze cognitive di avvicinarsi ancora di più e convergere su dei punti essenziali per il progresso della conoscenza del cervello umano e delle sue funzioni. Mediante i passi in avanti compiuti dalle neuroscienze, l’empatia ha cessato di essere una capacità che si manifesta dentro di noi in modo misterioso e inspiegabile ed ha iniziato ad essere osservabile in alcuni dei meccanismi che le danno origine. Le conoscenze attuali ci dimostrano, giorno dopo giorno, che i pensieri e le emozioni non sono evanescenti movimenti di una mente inafferrabile ma nascono nel nostro cervello, lo plasmano, guidano e modellano la nostra vita e i nostri comportamenti.

In quanto filosofa della scienza ho a cuore la divulgazione scientifica e prima di concludere questo articolo mi soffermo brevemente sui motivi per cui consiglio il libro di Davide Donelli e Matteo Rizzato come primo passo per iniziare a conoscere i neuroni specchio in caso non siate esperti del settore:

•     'Io sono il tuo specchio' è stato revisionato e corretto dall’autore della scoperta in persona, il prof. Giacomo Rizzolatti, e questo è per tutti un forte indicatore che i contenuti trattati sono fedeli a quanto già precedentemente era stato enunciato dal ricercatore e dal suo team riguardo i mirror neurons;
    L’estrema chiarezza nell’esposizione. Nei primi due capitoli del libro gli autori sono riusciti a spiegare con periodi semplici e parole essenziali alcuni meccanismi cerebrali molto complessi ma basilari per apprendere cosa sono i neuroni specchio. Non è da tutti riuscire a far questo e mi complimento con loro;
•    Questo testo non ha come unica finalità la semplice spiegazione di una scoperta scientifica, ma si propone come strumento per fornirci la consapevolezza di cosa c’è veramente in gioco quando interagiamo con gli altri. Dal secondo e terzo capitolo si evince che la comunicazione interpersonale è in grado di veicolare stati d’animo che sono capaci davvero di cambiare le nostre giornate, nel bene e nel male. In un mondo in cui chi comunica le sue emozioni in maniera più forte ed incisiva inevitabilmente trascina con sé coloro che si sentono in un dato momento più vulnerabili ed influenzabili, 'Io sono il tuo specchio' è un utile alleato per iniziare a comprendere quanto sia importante gestire le nostre emozioni per non farci sopraffare da quelle degli altri. Perché se è vero che quando siamo in compagnia di persone di cui ci fidiamo e che ci fanno stare bene, affidarci emotivamente ai loro gesti e ai loro discorsi è fonte di scambio profondo di emozioni positive che producono in noi un vero e proprio benessere psicofisico, è altrettanto vero che nel mondo lì fuori ci sono tantissime persone tristi, arrabbiate, frustrate e incattivite con le quali spesso è inevitabile doverci avere a che fare e che costantemente ci influenzano negativamente provando a vincere con la forza battaglie a colpi di atteggiamenti svalutanti esplicitati mediante parole inopportune, ricatti emotivi, comportamenti passivo aggressivi e silenzi indecifrabili ed è proprio in momenti delicati come questi che la ricerca scientifica può venire in soccorso della nostra umana fragilità.

Recentemente ho avuto modo di fare due chiacchiere con il dr. Rizzato. Ci siamo confrontati a lungo su quanto discusso nel suo libro e di lì si è creato uno scambio di opinioni sul modo in cui intendiamo e viviamo i processi comunicativi. L’idea personale che mi sono formata sull’autore in seguito alle nostre chiacchierate è di un uomo che esprime il suo sistema di credenze con incisività e risponde con prontezza alle istanze del suo interlocutore. Aperto e disposto a conoscere il parere dei suoi lettori, accoglie i commenti esterni come un’opportunità per migliorare il suo lavoro. La soddisfazione più grande che un lettore possa ricevere è quella di sapere che il libro che sta leggendo è stato scritto con una sincera passione per gli argomenti trattati. Questo libro ha, a mio parere, anche questo requisito e vi saluto invitandovi ancora una volta alla sua lettura e a quella delle prossime pubblicazioni dei suoi due autori a cui porgo i miei sinceri auguri per gli studi e le ricerche future.

 

NOTE:

[1] Bojack Horseman, stagione 5, epsiodo 5, Netflix.

[2] Rizzolatti G., Sinigaglia C., So quel che fai. Il cervello agisce e i neuroni specchio (2006), Raffaello Cortina Editore.

[3] La mela cadde davvero sulla testa di Newton o è soltanto una leggenda? Scopritelo a questo link:

https://www.corriere.it/scienze/10_gennaio_18/mela-newton-non-leggenda_b6153f6a-0428-11df-9eeb-00144f02aabe.shtml

[4] Il racconto della vicenda della scoperta dei neuroni specchio è descritta in dettaglio su Wikipedia. Vi lascio il link: https://it.wikipedia.org/wiki/Neuroni_specchio Quando ho scritto l'articolo, però, volevo essere certa che l'aneddoto fosse vero in quanto non potevo verificarne io stessa la fonte. Ho chiesto allora a Matteo Rizzato se potesse darmi una risposta e lui ha affermato che il racconto "leggendario" della scoperta dei neuroni specchio è vero.

[5] Donelli D., Rizzato M., Io sono il tuo specchio. Neuroni specchio ed empatia, Edizioni Amrita, 2011.

[6] Attili G., Il cervello in amore. Le donne e gli uomini ai tempi delle neuroscienze, Il Mulino Bologna, 2017.

[7] Le tecniche di brain imaging (o mental scanning) sono strumenti che permettono di ottenere delle immagini riguardanti l'attività cerebrale di un soggetto durante lo svolgimento di un compito cognitivo, motorio e persino immaginativo.

[8] Il quadro esposto tra le immagini sopra è un particolare della 'Scuola di Atene' dipinta da Raffaello Sanzio tra il 1509 e il 1511. Gli uomini dipinti al centro della scena sono Aristotele e Platone.

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Photogallery Comunicazione Interpersonale e Manipolazione - 26 maggio 2018

Pubblicato da Mada Alfinito il 10/05/2018

 

La photogallery è in fondo alla pagina :)

 

Per festeggiare l'anniversario dei miei primi due anni di attività come public speaker ho pensato per voi ad un vero e proprio mini corso di formazione! ^_^

Clicca per SCARICARE IL PDF con il PROGRAMMA DELL'EVENTO: scarica il programma

Questa volta parleremo insieme di comunicazione manipolativa. La finalità del workshop è quella di fornirvi gli strumenti di base affinché siate in grado di iniziare a comprendere la natura profonda delle vostre relazioni. Moltissimi di noi sono oggi consapevoli che non sempre le persone con cui interagiamo hanno la scopo di relazionarsi a noi in maniera trasparente e onesta. Il problema è che, anche se siamo razionalmente consapevoli che incontrare sul nostro cammino un tale tipo di persone sia un imprevisto altamente probabile nella vita, non ci rendiamo conto che molte di quelle persone le abbiamo già incontrate e interagiscono con noi continuamente. Amici, familiari, partner, colleghi di lavoro, mentori e conoscenti dietro a parole apparentemente cortesi e opportune nascondono spesso l'intenzione di manipolarci e la cosa sconvolgente è che noi, pur percependo in modo sottile di essere a disagio con queste persone, non ci rendiamo affatto conto di quanto in realtà stia accadendo in quel momento nella nostra vita e in che modo l'altra persona stia subdolamente cercando di invadere il nostro spazio vitale. Ma come fare a riconoscere queste persone e soprattutto quali sono gli schemi comunicativi che esse utilizzano per manipolarci?

Nelle ore che trascorreremo insieme vi parlerò proprio di questi argomenti e insieme indagheremo quali sono le strategie manipolatorie più comunemente usate. Tutto ciò vi insegnerà a muovere i primi passi per diventare consapevoli di ciò che realmente accade quando entrate in relazione con gli altri. L'acquisizione di questi schemi comunicativi di base non solo vi renderà più sicuri di voi stessi aiutandovi ad evitare di cacciarvi in situazioni in cui vi sentite malsanamente vincolati a qualcuno, ma vi aiuterà anche a gestire in maniera più efficace i bei rapporti che già intrattenete con le persone a voi care. Infatti, sebbene chi amiamo crede ciecamente al nostro amore e si fida di noi, molto spesso con il nostro atteggiamento e le nostre parole riusciamo involontariamente a ferirli. Apprendere le nozioni di base che vi mostrerò durante il workshop vi aiuterà quindi a migliorare anche ciò che di bello esiste già nella vostra vita.

E allora, cosa state aspettando a partecipare?!?

Pongo l'attenzione sul fatto che il mio workshop sarà come sempre interattivo e la seconda parte di esso sarà per voi un'occasione per esporre liberamente le vostre situazioni di vita specifiche in modo tale da poter mettere in pratica sin da subito ciò che apprenderemo.

 

 Il workshop si terrà il giorno

sabato 26 maggio 2018

dalle ore 15.00 alle ore 19.00 (momento break incluso)

 

La location che questa volta ho scelto è il bellissimo e accogliente

B&B Casa Zen Rome

La Casa Zen di Massimiliano Pasquali è l'ideale per coloro che vogliono trascorrere le proprie giornate a Roma ritagliandosi uno spazio di tranquillità e armonia all'interno del caos quotidiano della città. La trovate anche su Booking. Questo è il link con il video Youtube dove potete vedere con i vostri occhi la nostra splendida location:

https://www.youtube.com/watch?v=1yqXeQkMM0s

Casa Zen si trova in Via Costantino Maes, 50 - Roma

Potete arrivarci con la metro linea B scendendo a Piazza Bologna oppure, con la stessa linea, potete fermarvi a Tiburtina. Casa zen è raggiungibile da entrambe le stazioni metro in 10 minuti a piedi o con autobus.

Vi chiedo la cortesia di prenotarvi all'evento mandando una mail al seguente indirizzo alfinito.m@libero.it specificando il vostro nome, cognome e numero di partecipanti.

L'ingresso è gratuito

Il workshop è adatto a uomini e donne di qualsiasi età.

Cos'altro dire? Siamo molto emozionati per questa nuova collaborazione con Casa Zen e vi aspettiamo con la gioia propria di chi fa il suo lavoro con passione.

Per ulteriori info potete scrivermi utilizzando l'indirizzo mail sopra citato.

A presto!
Mada ^_^

 

 

ALCUNE SLIDES DEL CORSO:

 

 

 

 

 

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Per Tenerti Lontano dalla Mia Mente

Pubblicato da Mada Alfinito il 06/12/2017

 

"Staying in my play pretend, where the fun ain't got no end,

Can't go home alone again, need someone to numb the pain.

You're gone and I gotta stay high all the time,

to climb to high all the time to keep you off my mind."

 

"Restando nel gioco della mia finzione, dove il divertimento non ha mai fine,

Non posso andare a casa da sola di nuovo, ho bisogno di qualcuno che anestetizzi il mio dolore.

Te ne sei andato e ho bisogno di stare su di giri tutto il tempo,

arrivare a sentirmi alle stelle per tenerti lontano dalla mia mente."

(Tove Lo-Habits)

 

Oggi vi parlerò della pratica dell'astinenza come strategia terapeutica nell'ambito della dipendenza affettiva e del mal d'amore in generale.

Vi avevo già parlato precedentemente di cosa sia il turismo sentimentale (ecco il link all'articolo: Il turismo sentimentale è un viaggio scomodo ) e di come sia deleterio per la vita emotiva di coloro che lo praticano in quanto impedisce la costruzione di una solida identità di base e inficia la capacità di avere relazioni affettive e sessuali soddisfacenti nel breve e nel lungo periodo.

L'interruzione di una relazione amorosa è una delle esperienze più dolorose che gli esseri umani possano fare perché ciò comporta sperimentare la condizione dell'abbandono. La separazione da una persona che si ama viene paragonata dagli psicologi ad un vero e proprio lutto. Anche se l'ex partner è vivo/a, ci si sente come se avessimo perso per sempre e in modo irreparabile ciò che prima ci sembrava desse un senso e gioia ai nostri giorni. Dopo un abbandono ci si sente generalmente spenti, privi di vita, tristi, senza alcuna motivazione nel fare le cose di tutti i giorni-anche quelle che di solito ci piaceva tanto fare. La vita cambia all'improvviso: bisogna iniziare da zero, da soli e con le proprie forze e i primi mesi sembra quasi impossibile poter tornare a riempire con i nostri sforzi gli spazi lasciati vuoti da chi era accanto a noi e solo un attimo prima diceva di amarci.

Nel precedente articolo ( Recuperarsi dalla dipendenza affettiva ) ho parlato di come sia possibile uscire fuori dal tunnel della dipendenza affettiva mostrandovi due delle migliori soluzioni possibili: un recupero basato sulla frequentazione di un gruppo di sostegno oppure una modalità di recupero basato su dei colloqui individuali con uno psicoterapeuta. Per esperienza fatta durante le mie ricerche sull'argomento ritengo che, laddove sia possibile, la cosa migliore sia fare un percorso che integri entrambe le opzioni. Qualora invece non si avesse la possibilità di affrontare il recupero mediante queste due soluzoni combinate, avviare anche solo uno di questi percorsi può essere efficace purché ci sia tanta voglia di farcela, di guarire e di riuscire anche quando sembra impossibile.

A questo proposito, quando un dipendente affettivo o un qualunque individuo senza un particolare disagio emotivo si trova a dover elaborare il lutto di una separazione, gli esperti suggeriscono alcune attività verso cui canalizzare le proprie energie e pensieri per riuscire a vivere in modo sano e produttivo in termini di benessere psicofisico questo evento tanto particolare e doloroso. I suggerimenti sono i seguenti:

-Uscite il più possibile (impegni personali e lavoro permettendo) e cercate di frequentare persone con cui vi trovate a vostro agio e che vi facciano divertire. Sentirvi amati e benvoluti aumenterà il vostro senso di autostima. Ricerche attuali confermano inoltre che ridere di gusto ha un effetto benefico sul cervello il quale, in tali circostanze positive, produrrà ormoni che daranno sollievo alle vostre sofferenze rendendovi maggiormente predisposti a superare il trauma subito e, di conseguenza, a guarire dai vostri disagi emotivi, mentali e fisici;

-Appassionatevi a nuovi hobbies. Non c'è niente di più stimolante per il vostro cervello e per il vostro cuore di una bella novità. Un nuovo ambiente e una nuova attività da fare miglioreranno la vostra autosima in quanto vi scoprirete capaci di fare cose che non avreste mai pensato di poter fare. Distravi divertendovi porrà il vostro cervello in uno stato creativo facendovi ritrovare il coraggio e la voglia di riprendere in mano la vostra vita. Andate al cinema, leggete nuovi libri, fate attività manuali, appassionatevi a qualche nuova serie televisiva: creare dei nuovi spazi tutti per voi vi indurrà inoltre a pensare che forse ciò che faceva il vostro/la vostra ex partner per riempire le vostre giornate non era poi così insostituibile e che forse la relazione precedente stava bloccando qualcosa nella vostra crescita personale e nello sviluppo delle vostre abilità... A buon intenditor...

-Fate shopping. Se le vostre finanze lo permettono, compratevi qualcosa che vi faccia sentire belli e sensuali: abiti, scarpe, accessori. Tornate a darvi un tono per voi stessi e non per l'ex partner (e magari andate anche dal parrucchiere). Questa azione manderà un messaggio forte e chiaro alla vostra autostima: "Hey! Non sono così male come credevo!" Se non volete o non potete permettervi abiti e accessori, anche solo comprare un oggetto che desiderate da tempo, non importa se sia utile o una frivolezza, vi aiuterà a sentirvi meglio e più motivati nel voltare pagina;

-Dedicatevi alla cura del vostro corpo. Andate in palestra e lavorate con più energia e motivazione al programma che seguite. Se non fate sport potrebbe essere giunto il momento di provarne uno nuovo o di riprendere quello che precedentemente avevate abbandonato forse proprio per compiacere il/la precedente partner (sic!). In alternativa a ciò, dedicatevi semplicemente ad attività che riguardano il vostro benesere fisico come andare in una Spa o in un centro estetico per sottoporvi a un trattamento di bellezza rilassante, magari un bel massaggio. Ciò che conta davvero è coccolare voi stessi!

-Studiate o lavorate più intensamente. Questa forse potrebbe sembrarvi la parte più difficile di tutta la faccenda perché, si sa, la maggior parte di noi trova difficile riuscire a concentrarsi in situazioni del genere. Il pensiero sembra andare sempre in quella direzione... sbagliata! Ma provateci lo stesso: fatelo per voi stessi, per la vostra dignità e per la vostra vita. Vedrete che focalizzare l'attenzione su qualcosa nello specifico che non sia la vostra disastrata vita sentimentale vi aiuterà a disintossicare il cervello e al termine del lavoro svolto vi sentirete con la mente più pulita e il cuore più leggero. Provate per credere!

A questo punto qualcuno potrebbe obiettare: "E l'amore?"

Gli esperti sconsigliano caldamente di iniziare una nuova relazione subito dopo aver subito un abbandono e ciò vale sia per le persone con la tendenza al turismo sentimentale sia semplicemente per coloro che, pur non soffrendo di alcun disagio emotivo particolare, hanno inserito nella loro mente il codice di avvio alla vendetta trasversale nei confornti dell'ex: la tanto sospirata e desiderata RIPICCA.

La risoluzione dell'astinenza come rimedio ai mali amorosi Goethiani può  sembrare bigotta e paradossale quando viene proposta in psicoterapia. Quando si ha sete (d'amore) si desidera bere. Se in alternativa all'acqua ci viene offerto del cibo solido, rischieremo di non sentirci soddisfatti. Infatti, mangiare quando si ha sete fa aumentare l'esigenza fisiologica di bere e la sofferenza legata al bisogno non soddisfatto. Qualunque persona assetata d'amore e di attenzioni crede che si sentirà appagata solo quando potrà bere di nuovo alla sorgente del piacere e tenderà quindi a disprezzare qualsiasi tentativo di soddisfare il suo bisogno in modo alternativo.

Ma cos'è esattamente l'astinenza? E perché un dipendente affettivo dovrebbe riporre tutta la sua fiducia in questa pratica per avere una possibilità di guarire?

Inizio innanzitutto con il precisare che il problema della dipendenza affettiva non è l'amore. Il problema è come il soggetto vive le sue relazioni affettive il modo distorto in cui considera se stesso. L'amore è infatti una straordinaria sorgente di benessere e guarigione, ma ciò è direttamente proporzionale al modo in cui le persone affrontano questa esperienza.

La differenza tra il turismo sentimentale e una relazione sincera è che nel primo caso il soggetto è in cerca di qualcuno solo per dimenticare il ricordo di una persona che ha perso e/o per evitare di ricordare cose molto personali che lo fanno sentire triste e a disagio. Se vi ritrovate in questo atteggiamento, allora state usando l'amore come usereste un drink o una droga. Una vera e profonda relazione amorosa, invece, fa sentire voi e il vostro partner come se foste entrambi qualcosa di prezioso da proteggere e custodire. Il turismo sentimentale vi predispone a trattare il vostro "partner" come se fosse un oggetto. In alcuni casi vi sentirete come se foste voi ad usare l'altro (non senza percepire un grosso senso di rimorso), altre volte sentirete invece la devastante sensazione di essere stati usati da un estraneo. La realtà dei fatti è che in entrambi i casi vi starete manipolando e usando a vicenda.

è in questo contesto che emerge l'utilità e l'importanza dell'astinenza: a quanto pare, essa non viene proposta in terapia sulla base di un giudizio morale fondato su una realtà idealizzata. Astenersi dal farsi coinvolgere immediatamente in una nuova relazione senza aver prima elaborto il proprio lutto, messo a fuoco cosa sia andato storto nella precedente relazione e le proprie difficoltà emotive è un modo efficace di scoprire una nuova maniera di stare bene con se stessi e con gli altri aumentando le possibilità future di vivere un coinvolgimento amoroso soddisfacente ed è anche la stessa logica che sta alla base di tutti i programmi di disintossicazione da sostanza. Solo dopo che avrete conosciuto nuovi modi di apprezzare voi stessi e di approcciare gli altri, sarete pronti per decidere se continuare a vivere l'amore da turisti oppure crescere e diventare adulti nella capacità di amare. La scelta spetta soltanto a voi ma nessuno è veramente libero di scegliere fino a quando non gli vengono presentati gli strumenti adeguati per poterlo fare.

Durante il recupero l'astinenza non è per sempre. Essa potrebbe durare un mese, un anno o di più in base al tempo di cui avrete bisogno per iniziare a trovare un senso e uno scopo in voi stessi. Sarà il vostro psicoterapeuta o il vostro counselor a suggerirvi i tempi e le modalità, ma state certi che prima o poi anche l'astinenza finirà perché la migliore terapia per la dipendenza affettiva è l'amore stesso, quello vero e sincero, e non resterete per sempre senza quelle dolcissime sensazioni nel cuore.

Amare vuol dire fare quello che ci piace. Ma amare significa anche dare attenzioni e cura al vostro partner e riceverne equamente. Il turismo sentimentale vi preserva dal donare vero affetto perché in un lasso di tempo così breve potete dare e ricevere da un partner un discreto piacere sessuale ma sarete ben lontani dallo sperimentare una soddisfazione emotiva e fisica piena. Oggi sappiamo bene infatti, grazie a numerose ricerche fatte in campo neuroscientifico, che fare l'amore trova la sua fonte principale di appagamento nel nostro cervello: più siamo coinvolti da un punto di vista mentale ed emotivo da un partner più ci sentiremo soddisfatti sessualmente.

L'astinenza non è una sorta di punizione per i cattivi comportamenti avuti in passato. Il suo scopo terapeutico è ripulire la vostra mente, ridarvi lucidità, disintossicarvi per mettervi nelle condizioni di assumervi delle responsabilità e la responsabilità più grande e importante che avete nei confronti della vostra vita è rendervi conto di essere esseri umani con emozioni belle e profonde e grandi aspettative (anche se ancora non ne siete consapevoli).

La cosa migliore che potete fare se state soffrendo a causa di una separazione o se sentite la mancanza di qualcuno è semplicemente dirgli quello che provate: scrivete una lettera, fate una telefonata, chiedetegli di parlare. Se tutto questo non dovesse funzionare, il recupero vi insegnerà la sorprendente arte del lasciar andare lui o lei ovunque vogliano, anche lontano da voi.

Il turismo sentimentale tiene le persone legate ad emozioni effimere e il vostro cuore soffrirà ancora senza comunque risolvere le situazioni precedenti che hanno causato i disagi attuali.

Ogni persona dipendente prova il desiderio intenso e viscerale di sentirsi sempre su di giri ma solo un amore sincero può garantire questo appagamento nel lungo periodo. Il turismo sentimentale procura la sensazione di volare alto per una notte o una settimana ma, proprio come l'alcol o una sostanza, vi riporterà sulla Terra quasi immediatamente!

Tenete sempre la vostra consapevolezza al passo con i vostri sentimenti e non avrete bisogno mai più del turismo sentimentale.

 

Vi lascio ora con il link della canzone da cui ho preso la citazione all'inizio dell'articolo:

Tove Lo - Habits (Stay High)

 

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Cos'è la dipendenza affettiva?

Pubblicato da Mada Alfinito il 19/09/2017

Per parlarvi di cosa sia la dipendenza affettiva, riporto qui degli estratti presi dalla mia tesi universitaria del 2016 intitolata: Alessitimia e Dipendenza Affettiva. Prospettive Neurologiche e Psicologiche. Capitolo 2.1 e 2.2.

Quando essere innamorate significa soffrire, stiamo amando troppo. Quando nella maggior parte delle nostre conversazioni con le amiche intime parliamo di lui, dei suoi problemi, di quello che lui pensa, dei suoi sentimenti, e quasi tutte le nostre frasi iniziano con ‘lui…’, stiamo amando troppo.

Quando giustifichiamo i suoi malumori, il suo cattivo carattere, la sua indifferenza, o li consideriamo conseguenze di un’infanzia infelice e cerchiamo di diventare la sua terapista, stiamo amando troppo.

Quando leggiamo un saggio divulgativo di psicoanalisi e sottolineiamo tutti i passaggi che potrebbero aiutare lui, stiamo amando troppo.

Quando non ci piacciono il suo carattere, il suo modo di pensare e il suo comportamento, ma ci adattiamo pensando che se noi saremo abbastanza attraenti e affettuose lui vorrà cambiare per amor nostro, stiamo amando troppo.

Quando la relazione con lui mette a repentaglio il nostro benessere emotivo, e forse anche la nostra salute e la nostra sicurezza, stiamo decisamente amando troppo (Norwood,1985: tr. it. 13).

 

Tutti gli esseri umani, per natura, sono dipendenti dal prossimo. La dipendenza è una condizione di cui facciamo esperienza sin dal momento del concepimento. Nessuno potrà mai dichiarare di essersi fatto da solo: il nostro essere al mondo dipende dalla scelta di qualcun altro che non siamo noi. Abbiamo poi bisogno di qualcuno che si prenda cura di noi durante i mesi della gestazione: in quel caso, se mangiamo, respiriamo e viviamo lo dobbiamo esclusivamente al comportamento della persona che ci sta portando in grembo e noi non possiamo fare altro che ricevere quelle cure con compiacenza. Quando veniamo al mondo le cose non sono molto diverse, in quanto abbiamo bisogno di chi si occupi dei nostri bisogni primari. Appena iniziamo a crescere la nostra autonomia aumenta ma l’indipendenza continua ad essere un lontano miraggio: ci accorgiamo, giorno dopo giorno, che non abbiamo più bisogno soltanto dei nostri genitori ma ad essi si affiancano tante altre persone a cui chiedere aiuto e sostegno continuamente. Da soli non possiamo fare quasi nulla. Viviamo tutta la nostra vita in un continuo stato di dipendenza dalle altre persone. Persino quando si diventa anziani tutto il sapere e l’esperienza accumulata negli anni serve a ben poco: avremo bisogno di chi ci garantisca una sicurezza economica dopo il ritiro dal lavoro e nel caso di problemi di salute avremo bisogno di cure.

Il concetto di dipendenza affettiva è recente nell’ambito della psicologia. Si è iniziato a parlare di questo disagio nello specifico quando Robin Norwood pubblicò nel 1985 il libro ‘donne che amano troppo’. Le donne che lessero questo volumetto trovarono che fosse una rivelazione: il libro gettò una nuova luce sulla comprensione di loro stesse e delle loro vite. In questa opera, Norwood definisce la dipendenza affettiva come una sindrome dell’amare troppo. Questo termine da lei coniato è sicuramente efficace, in quanto lascia intendere intuitivamente che il disagio di cui parla consiste in uno squilibrio nel modo di amare. Altri termini usati attualmente per la dipendenza affettiva sono dipendenza relazionale, love addiction e mal d’amore.

L’autrice sostiene sin dal primo momento che se in una relazione una delle due parti tende a dare troppo all’altro membro della coppia, mentre quest’ultimo dà poco o niente, siamo di fronte ad uno squilibrio relazionale evidente. Il concetto che farà da cornice a tutta la sua opera e ai libri che scriverà successivamente può essere associato alla antica massima soloniana iscritta sul tempio di Delfi: «nulla di troppo». Il troppo è il vero nemico delle relazioni amorose.

È importante ricordare che, sebbene il concetto di dipendenza affettiva sia nato in seguito al tentativo di dare un nome ad un male che da secoli attanagliava centinaia di donne, esso può e deve essere applicato anche agli uomini. Questi ultimi sono ugualmente inclini a soffrire di dipendenza affettiva anche se, purtroppo, attualmente resta ancora un dato statistico molto forte il fatto che sia maggiormente il sesso femminile ad amare troppo rispetto a quello maschile.

 

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